Horizon Zero Dawn: robot o animali?

Le creature di Horizon sono robot meccanici o animali con coscienza? Uno sguardo al dibattito secolare su evoluzione, meccanicismo e fine ultimo dell'uomo.

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Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

Non c'è videogioco e forse nemmeno opera di fantascienza in grado di essere così incisivo come Horizon Zero Dawn di Guerrilla. L'open world RPG della software house olandese non è originale solo nel pensare ad una Terra del futuro spartana, tribale, dove la civiltà latita, piuttosto che un pianeta totalmente urbanizzato, dove le persone si teletrasportano e girano con innesti robotici. Piuttosto, è veramente interessante il modo in cui immagina un'evoluzione delle macchine tanto raffinata, da superare la fase robotica (etimologicamente "servo degli umani") per acquisire piena coscienza, sviluppare un comportamento unico e indipendente al pari degli animali a noi contemporanei, ed anzi maturare un processo evolutivo complesso: migliorando la propria intelligenza di generazione in generazione.
Sin dall'annuncio mi ha affascinato il comportamento dei robot di Horizon, il fatto che vivessero allo stato brado senza obbedire a nessun algoritmo superiore, men che meno codificato per mano d'uomo. La domanda sorge spontanea: le creature che popolano il vasto open-world di Horizon sono robot oppure animali?

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Pensare a macchine, costituite da metallo, circuiti e un algoritmo che ne governa i comportamenti, ma in grado di auto-apprendere, sganciarsi dagli ordini impartiti e sviluppare un proprio io consapevole, non è certo un'idea filosofica che si sono inventati i ragazzi di Guerrilla. D'altro canto basta mettere il naso fuori per annusare i colossi dell'informatica darsi battaglia sul terreno dell'Intelligenza Artificiale, dove algoritmi e software sono in grado di apprendere dalle scelte dell'utente e modificarsi in autonomia per anticipare le scelte future.
Nel 1948, tanto per dire, il matematico ungherese John von Neumann formulava la "logica degli automi e la loro riproduzione", dando agli allora nascenti bit informatici dei caratteri squisitamente biologici, distinguendo tra hardware in grado di replicarsi e duplicarsi, ed hardware capaci di metabolismo, cioè di creare copie simili ma non uguali di sé stessi. Senza grossi dubbi Neumann vedeva le stringhe binarie di codice al pari di stringhe di DNA: mezzo secolo più tardi la conoscenza sul genoma umano sta facendo progressi esponenziali, grazie ad algoritmi sempre più raffinati in grado di comprimere codici genetici da centinaia di GigaByte in qualche centinaio di MegaByte.
Il dibattito tra meccanismo e mente era un concetto noto anche ai filosofi dell'antichità Aristotele e Lucrezio, mentre Galileo aveva pestato i piedi al cattolicesimo anche vedendo l'organismo umano come una macchina, in cui gli organi interagivano tra loro allo stesso modo di ingranaggi ben oliati. Tuttavia bisogna conoscere Erasmus Darwin, nonno del più famoso Charles, per entrare nel vivo dell'argomento, là dove le teorie si fanno più affascinanti.
Erasmus Darwin, il primo insieme a Lamarck ad introdurre il concetto di evoluzione delle specie, pensava che non solamente gli animali o gli uomini fossero mutati nel corso della Storia, ma che anche le macchine avessero la forza per evolvere. Senza di lui, fra l'altro, l'imprenditore Boulton non avrebbe mai incontrato James Watt per dare vita alla macchina a vapore, e forse la settecentesca Rivoluzione Industriale non avrebbe mai avuto il là...

Un secolo più tardi (1865), influenzato dal successo delle teorie evoluzioniste di Darwin, Charles questa volta, lo scrittore inglese Simon Butler meditava in The Mechanical Creation sulle tappe future dell'evoluzione delle specie, macchine incluse: "Che dobbiamo pensare allora? Che le risorse della natura si stanno esaurendo e che la fase animale sarà l'ultima forma che la vita ha assunto su questo pianeta? O dobbiamo pensare che stiamo vivendo alla fioca alba di una nuova fase? Di una vita che nel giro di altri dieci o venti milioni di anni sarà per noi quello che noi siamo per i vegetali?". Riassunto: milioni di anni di vita sulla Terra hanno condotto fino all'uomo, ma l'uomo non è la tappa finale, bensì un passaggio inevitabile verso qualcosa d'altro.
Che cosa esattamente? Beh, un disegno pseudo-divino potrebbe pensare all'uomo nella sua accezione faber, essere senziente con lo scopo ultimo di assemblare ed infondere vita alle macchine da lui create. "Non riusciamo a vedere nessuna obiezione a priori - continua Butler - al graduale sviluppo della vita meccanica, sebbene quella vita sarà così diversa dalla nostra che sarà necessaria una severa disciplina per poter pensare ad essa come una forma di vita". Nel successivo romanzo Erwhon lo scrittore inglese rincara la dose: "prima o poi arriveremo ad un equivalente meccanico della coscienza, proprio come siamo arrivati a un equivalente meccanico del calore. [...] C'era un tempo in cui il fine ultimo delle cose era il fuoco [la Terra come una massa incandescente, come il Sole], e un tempo in cui lo erano l'acqua e le rocce. [...] Il fatto che attualmente le macchine posseggano ben poca coscienza, non ci autorizza affatto a ritenere che la coscienza meccanica non possa raggiungere con il tempo il massimo sviluppo". Infatti due secoli fa nessuno avrebbe mai pensato di domandare consigli sul ristorante più vicino alla macchina a vapore di James Watt, mentre un secolo addietro nessuno avrebbe preteso Wi-Fi a bordo del biplano dei fratelli Wright. Chissà tra 100 anni che razza di Siri vagheranno per il pianeta!
In conclusione, torniamo ad Horizon e le sue creature meccaniche ma dalla coscienza animalesca, che scorrazzano in libertà, si dimostrano ostili ad Aloy ma anche si lasciano addomesticare. Che dire di loro? Nel futuro apocalittico di Guerrilla (niente spoiler) gli umani sono rimasti tali e quali, anzi hanno perso una qualsiasi visione meccanicistica, intesa come il progresso che separa i Dolmen bretoni dal Burj Khalifa di Dubai, per tornare ad un tribalismo proprio dell'uomo preistorico; di contro le macchine, animatronic servitori dell'uomo nei parchi dei divertimenti, hanno maturato una coscienza tale da vivere allo stato brado, soppiantare qualsiasi altra bestia animale ed essere de facto padroni incontrastati e indipendenti del pianeta. La risposta alla domanda di apertura, insomma, è più semplice di quanto si pensi...

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