Speciale I am Street Fighter

Capcom celebra i 25 anni di Street Fighter con un documentario dedicato ai propri fan

speciale I am Street Fighter
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
  • PS4
Nicolò Pellegatta Nicolò Pellegatta va matto per il chinotto, i fumetti europei (anche quelli francesi), non sopporta le code. Ha un debole per i videogiochi giapponesi, ma Kojima proprio non gli sta simpatico. Apprezza i giochi di breve durata, ma poi finisce sempre per iniziarne uno da 40 ore! Dissuadetelo su Facebook, Twitter o su Google Plus.

Quest'anno il picchiaduro più conosciuto al mondo, Street Fighter, spegne 25 candeline. Come vola il tempo, vero?
Il primo cabinato fu posizionato nelle sale giochi nipponiche il 30 Agosto del 1987, ma non fu esattamente un immediato successo. Come anche i muri sanno Capcom ottenne consacrazione e tripudio con Street Fighter II, il quale stregò un'intera generazione e si pose ad esempio per tutti gli altri esponenti del genere, bidimensionali o tridimensionali che siano.
Mentre il terzo capitolo conobbe un reale apprezzamento quasi esclusivamente sulla scena competitiva per via della sua forte impronta difensiva, il clamoroso ritorno con Street Fighter IV ha riportato in auge la serie e richiamato a sé i vecchi maniaci del quarto di luna e pugno. Da qualche mese si parla di un quinto capitolo, ma le voci non sono troppo trionfanti: c'è una folta community là fuori di appassionati, ma non sembra abbastanza numerosa da giustificare un nuovo engine ed ulteriori investimenti.
Per il momento accontentatevi di una ulteriore revisione prevista per i primi mesi del 2014 denominata Ultra Street Fighter IV: le prime informazioni svelate al torneo EVO 2013 lasciano ben sperare su quella che sembra l'edizione definitiva del picchiaduro Capcom, anche se il riciclo di personaggi da Street Fighter X Tekken ha fatto storcere il naso ai fan.

25 years of inspiration

I fan di Street Fighter sono probabilmente i migliori del mondo. Capcom ne è consapevole ed orgogliosa, non fosse altro per la passione che infondono nel picchiaduro e gli enormi sacrifici che sopportano per giocare, collezionare, competere in uno dei tanti tornei sparsi per il mondo. Il documentario realizzato per il venticinquesimo compleanno è dedicato proprio a loro: non è una noiosa lezione di storia, né un making of agiografico, quanto una panoramica di tutte le facce più devote alla cricca di Ryu.
Pro player, artisti, dj, fumettisti, commentatori e infine game designer. Il documentario I am Street Fighter intervista questo colorato universo, chiedendo cosa significa Street Fighter per loro e per la loro vita. La prima testimonianza in effetti è di quelle che colpiscono: Clarence Lim è un collezionista e cosplayer; ha dedicato un'intera stanza della propria abitazione a cartucce, gadget, quaderni, tazze da colazione e qualsiasi altro oggetto marchiato Street Fighter, ma è grazie al suo cosplayer di Ryu che ad una convention fumettistica ha incontrato la sua anima gemella. Ovviamente anch'essa appassionata di Street Fighter ed agghindata con la tenuta da scolaretta di Sakura.
Capcom e il suo variopinto universo hanno ispirato musicisti come Dj Qbert, che dato il nome non poteva che remixare le colonne sonore dei videogiochi, oppure il rapper Turbo T Double, il quale in uno slancio di empatia verso il pugile Balrog ha scritto un rap su di lui.
Altri hanno trasformato in una professione i disegnini dei lottatori schizzati a margine degli appunti di fisica al liceo: Erik Ko e Long Vo hanno fondato insieme Udon Entertainment, coniugando l'attività di pubblicazione di artwork e fumetti con un ruolo attivo in Street Fighter II Turbo HD Remix, il remake in alta definizione che non tutti hanno però apprezzato.
E infine ci sono loro: i pro-player. Campioni spesso giovanissimi che danzano sugli arcade stick, battono i tasti come farebbe un pianista con un pianoforte. I loro nomi li abbiamo imparati a conoscere nel corso degli anni, recuperando i loro strabilianti match dell'EVO o del Tougeki, ma conosciamo le loro storie e la passione che si nasconde dietro la freddezza con cui si accostano ad una finale?
I am Street Fighter ci aiuta a percepirla, quando ad esempio Tokido racconta della immediata simpatia verso Ryu ma anche della difficoltà da bambino di eseguire uno Shoryuken. James Chen nella sua intervista indaga solamente sull'intimo significato della cancel e della super un secondo dopo, mentre Justin Wong ci racconta di come sia letteralmente cresciuto con Street Fighter, di come per un'intera Estate entrava in sala giochi alle 9 e se ne usciva alle 5 del pomeriggio, prima di iniziare a girare gli Stati Uniti rimbalzando da un torneo all'altro all'insaputa dei genitori!
E poi c'è lui, la "bestia" Daigo Umehara, il protagonista della sequela più mirabolante di parry al Third Strike, qui mostrata nella sua interezza (esaltazione del pubblico inclusa!). Per lui partecipare all'EVO è ogni anno un'occasione da non farsi sfuggire per mostrare al mondo intero quanto i giapponesi siano forti e capaci di dettare il passo a qualsiasi altra scuola picchiaduristica.

I am Street Fighter è purtroppo parco di chicche o curiosità sullo sviluppo dei videogiochi appartenenti alla saga Capcom. L'accento è posto logicamente sui fan, ma è bello ogni tanto ascoltare la viva voce dei creatori, i primi ad essere sorpresi del successo innescato negli ultimi 25 anni dallo stereotipato roster di lottatori. Stereotipato sì, ci racconta Seth Killian, ex community manager per Capcom e oggi Lead Designer presso Sony Santa Monica, ma ciascuno poteva riconoscersi nel carattere di un lottatore, le cui linee ed i contorni erano riconoscibili immediatamente a chiunque si avvicinasse al cabinato.
Takashi Nishiyama, dipendente Capcom all'epoca dei primi due Street Fighter ed oggi Presidente di Dimps, riconduce buona parte del successo planetario di Street Fighter II alla possibilità di scegliere un lottatore ed identificarsi giocando con il suo stile e la sua personalità. L'originale, infatti, consentiva di giocare solamente nei panni di Ryu, o al massimo di Ken nel multiplayer contro un altro giocatore.
Questo non vuol dire che Street Fighter I fosse un titolo da buttare. Anzi: secondo Katsuhiro Harada di Tekken quel gioco definì i pilastri del genere picchiaduro validi ancora oggi. Due personaggi uno rivolto verso l'altro, due barre della vita, fireball in gran quantità: senza un simile mix Harada ammette come Tekken non avrebbe avuto genesi e lui stesso oggigiorno sarebbe uno stimato psicologo, anziché un vulcanico game designer.
Con lui è d'accordo anche il leggendario Yu Suzuki, il quale cercò con il primo Virtua Fighter di trasferire l'essenza del titolo Capcom nelle tre dimensioni e il suo intrigante sistema sasso-carta-forbici o meglio pugno-presa-fireball: Akira era effettivamente molto somigliante a Ryu e Street Fighter ammette il papà di Outrun è ancora oggi il miglior picchiaduro al mondo. Il secondo è ovviamente Virtua Fighter!
Il successo del sistema di combattimento è frutto anche di un attento bilanciamento, tant'è che da un'uscita all'altra l'approccio è variato significativamente. Nel primo i frame era calcolati e le fireball semplicemente troppo potenti, così con il secondo capitolo si è concessa maggior libertà d'interpretazione e sono state depotenziate le fireball. Street Fighter III come abbiamo precedentemente scritto ha evidenziato un approccio difensivo, costruito attorno alle esaltanti ma difficili da realizzare parry.
Street Fighter IV segnò il passaggio da un motore grafico bidimensionale a tridimensionale. Il passaggio è delicatissimo quando si tratta di picchiaduro: quasi nessuna serie è sopravvissuta al grande salto, dal momento che occorre ricalcolare l'intero schema di collisioni e riconfigurare clipping e sensibilità dell'hitbox. In parole povere, Capcom scelse di ritornare all'impostazione a "blocchi" di Street Fighter II con il quarto capitolo, rinunciando però alla leggerezza che aveva caratterizzato gli sprite del Third Strike.
Yoshinori Ono, l'attuale producer della serie, con questo stratagemma ovviamente voleva riportare a bordo gli entusiasti delle sale giochi, ma in cuor suo non si aspettava un'accoglienza così veloce e calorosa. Per i capitoli futuri la sfida consiste nel moltiplicare i fan dando anche ai nuovi giocatori un picchiaduro semplice d'approcciare.
Come si dice in questi casi? "Easy to play, hard to master". Street Fighter segue alla lettera questa regola da almeno 25 anni!