Il nuovo corso di Resident Evil e God of War: l'importanza del nome

Quale legame unisce il gameplay di un gioco al nome che porta? Fra tradizione e innovazione, gli elementi che definiscono l'identità di un prodotto.

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Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Nomina sunt consequentia rerum
(Dante Alighieri - Vita Nuova)

Esiste una branca della linguistica, nota come "onomastica", che si occupa dello studio dei nomi propri: secondo alcune credenze, del resto, le denominazioni tendono a riflettere l'essenza e le qualità dei soggetti che identificano.
"I nomi sono conseguenza delle cose".
Lo stesso principio - pur con le dovute differenze - può essere applicato al mondo dei videogiochi: un intero franchise spesso racchiude, sotto lo stesso nome, specifiche tipologie di gameplay, di stile artistico e di narrativa, che contribuiscono a rendere pienamente riconoscibile un determinato prodotto. L'identità di un'opera, di conseguenza, è strettamente connessa al nome che porta: se oggi annunciassero, ad esempio, il prossimo Grand Theft Auto, già sapremmo in anticipo che si tratterà - senz'ombra di dubbio - di un open world a sfondo criminoso. In questo senso, una serie di successo finisce, inevitabilmente, per cristallizzare le sue meccaniche di gioco: si perfeziona, ma non si evolve; cresce, ma non si sviluppa. In sostanza, non si reinventa. Ciò avviene, alle volte, perché il pubblico potrebbe non gradire il cambiamento: sarebbe pericoloso, per un brand illustre, mischiare le carte di una mano vincente e rischiare di perdere l'apprezzamento della fanbase. Il nome di una saga, insomma, quando è parecchio altisonante, può anche limitare profondamente la libertà di un team di sviluppo. Viene spontaneo quindi domandarsi cosa delinei davvero lo spirito di un videogame: se il titolo con cui viene presentato oppure le dinamiche ludiche che lo caratterizzano. Proviamo dunque a rispondere a un simile quesito analizzando il legame che unisce l'anima di un prodotto all'importanza del suo nome.

Il battesimo

Tradizionalmente, il battesimo è considerato il momento dell'investitura: affibbiare un nome ad un bambino significa anche conferirgli un'identità che lo accompagnerà per tutta la sua vita. Quando si sceglie il titolo di una produzione audiovisiva si attua -più o meno - un concetto similare: le si fornisce una personalità che sia pienamente individuabile nel marasma di opere che affollano il mercato. Il nome, quindi, sotto certi aspetti, getta le fondamenta di un genere, racchiude in sé i tratti specifici che aiutano a distinguere un gioco ed il pubblico verso il quale s'indirizza. È un'etichetta, un timbro che non deve essere rimosso, altrimenti la community di appassionati potrebbe gridare all'altro tradimento. Ma è davvero il titolo di un videogame a segnare, inequivocabilmente, il futuro di un franchise?

In tal senso, il caso di Naughty Dog è piuttosto emblematico. In epoca PlayStation 2, il team approdò sulla console Sony con Jak and Daxter: The Precursor Legacy, un adventure dotato di forti componenti platform. Un'opera allegra, colorata, ironica e spensierata. E poi, come sequel ufficiale, lo studio si ripresenta sulle scene con Jak II: Renegade. Il tono si fa più dark e violento, cambiano le atmosfere, e vengono modificati persino il carattere del protagonista e lo stile di gameplay (ora più arioso e con elementi da TPS). Per non parlare poi del terzo capitolo, Jak 3, che recupera tutte le feature del secondo episodio, e diviene ancora più cupo e maturo. È vero: in tutti i giochi suddetti tornano caratteristiche ricorrenti, come l'umorismo ed il piglio cartoonesco, oltre - ovviamente - ai protagonisti principali della saga. Eppure non si può negare che, a parte qualche elemento in comune, gli ultimi due esponenti della trilogia prendano ampiamente le distanze dall'opera d'esordio. Conscia di questa differenza, Naughty Dog ha mutato il nome del suo platform game: da "Jak and Daxter" al più laconico "Jak". Dinanzi ai nostri occhi abbiamo quindi assistito ad una mutazione quasi integrale del concept iniziale, dal titolo al gameplay, passando per il mood dell'avventura.

"Trivial pursuit: quale gioco di grande successo ha esordito come RTS ma ha raggiunto la fama come sparatutto?"

Dopo un battesimo che ha posto le basi del brand, la serie Naughty Dog è cresciuta e si è evoluta quasi come si sviluppa un essere umano: ingenuo e spensierato da fanciullo (il primo capitolo), ribelle e anticonformista da adolescente (il secondo), deciso e consapevole della propria identità da adulto (il terzo). Questa "naturale" evoluzione ci porta a considerare, senza remore, l'intero trittico come parte integrante della bellissima saga di "Jak and Daxter". A prescindere dalle meccaniche di gioco e dal genere d'appartenenza. A prescindere persino dal nome.

L'agnizione

Si definisce "agnizione" il processo di riconoscimento di un personaggio. Immaginate per un attimo di cavalcare in una prateria medievale, mentre in lontananza vi giunge in contro un cavaliere sul suo elegante pezzato: rivestito da capo a piedi con un'armatura, il volto del condottiero ci appare irriconoscibile. Sul suo scudo, tuttavia, campeggia uno stemma che indica la casata nobiliare cui appartiene e le gesta che ha compiuto: ecco, in base a questo dettaglio, noi possiamo comprendere la sua provenienza, le sue abilità con la spada e, in un certo qual modo, la sua identità.

Facciamo ora un balzo in avanti di qualche secolo, ed entriamo in un negozio (fisico o virtuale che sia) di videogiochi: scorgendo il titolo di un'opera capiamo subito di quale illustre franchise fa parte, e quali sono le caratteristiche si porta in dote. Il nome di un prodotto, in sostanza, funge anche da stendardo identificativo, con cui un gioco può facilmente essere riconosciuto ancor prima di analizzare la descrizione sulla retrocopertina. Quando leggiamo il nome "Metal Gear", capiamo subito, infatti, di avere tra le mani uno stealth game (e non un "survival horror" - ogni riferimento a fatti, persone o Konami è puramente casuale). E ancora, se di sfuggita osserviamo la cover di un qualsiasi "Tales of...", senza neanche pensarci due volte la ricolleghiamo istantaneamente a quella di un JRPG dalle tinte action. L'affezione di una community nei riguardi di una serie deriva, in egual misura, sia dal nome della saga in questione, sia dai suoi lineamenti specifici. Un brand di successo, quindi, lega indissolubilmente il "marchio" al "genere": è una sensazione di familiarità, che induce la fanbase a riposare su cuscini d'alloro, a spendere i sudati risparmi ad occhi chiusi, con la certezza di camminare in un sentiero percorso tante altre volte.

Il prezzo da pagare per tanta sicurezza è una rigida cristallizzazione creativa, uno scialbo immobilismo ai fini di un facile guadagno. Specialmente per le saghe più longeve, presto o tardi arriva il momento di voltare pagina, con lo scopo di non affogare in un mare di svogliatezza. Si badi, però: questo non significa che i giochi (soprattutto quelli con nomi altisonanti alle spalle) non abbiano bisogno di essere identificabili all'interno del confuso novero dei congeneri. L'agnizione è, dunque, una delle prerogative fondamentali per una serie di successo, perché rappresenta il suo marchio di fabbrica, l'eco che perdura negli anni a venire, il fondamento da cui erigere il futuro. Un'opera deve essere sì riconoscibile, ma non prevedibile; deve trasmettere al giocatore un feeling di familiarità, non di pigrizia. Ecco il motivo per cui diviene imperativo, a un certo punto, cambiare registro. Data l'ovvia impossibilità di accontentare i gusti di un pubblico immensamente eterogeneo (tra chi apprezza i cambiamenti e chi invece vorrebbe che la sua serie preferita restasse sempre identica a se stessa), per mantenere vivo il nome di una saga le parole d'ordine sono "coraggio" e "consapevolezza": il coraggio di rinnovarsi pur con la piena consapevolezza della propria personalità.

L'eredità

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi - Il Gattopardo.
In alcune culture i neonati prendono il nome degli antenati non solo in segno di rispetto e onorificenza, ma anche per creare una continuità con il passato, un legame, un nucleo famigliare accomunato dalla stessa discendenza. In alcuni videogiochi funziona approssimativamente nel medesimo modo: i successivi capitoli di serie rinomate, infatti, tendono a mantenere il titolo del capostipite, così da dar forma ad una "famiglia" ludica in cui tutti i membri sono legati tra di loro da caratteristiche similari. Il videogiocatore finisce per sentirsi parte del gruppo, per creare un rapporto di natura affettiva: se il "discendente" di una saga, allora, si allontana dalle regole interne della famiglia, dai principi su cui essa si fonda, ecco che diviene, inevitabilmente, la "pecora nera", da stigmatizzare e criticare, un prodotto che si è appropriato di un insigne "blasone" per inseguire una fama che non gli compete, un figlio che vive di rendita sulle spalle dei genitori. È altrettanto vero però che, per rifuggire dall'omologazione, è necessario che alcuni giochi proseguano per la propria strada, guardando al passato con reverenza ma non con soggezione.

Di recente sono due i titoli che sembrano (almeno in apparenza) distanziarsi enormemente dai loro predecessori: Resident Evil 7 e l'ultimo God of War. Considerati i grossi cambiamenti di cui questi giochi si fanno promotori, la parte più conservatrice delle rispettive fanbase li ha subito ripudiati: l'adozione della prima persona in Resident Evil e della telecamera libera in God of War, ad esempio, diventano elementi sufficienti per alterare lo spirito delle saghe di cui fanno parte. Dinanzi a stravolgimenti di tal genere, la comunità chiede a gran voce la realizzazione di nuove IP, così da esplorare ulteriori percorsi artistici invece di snaturare opere di grande valore storico. Ma, dopotutto, perché rifondare dal principio un'intera mitologia, se quella precedente potrebbe aver ancora qualcosa da dire? La soluzione più efficace consisterebbe in un cambiamento totale di prospettiva e di genere, seguendo l'esempio di Guerrilla Games, che dopo un FPS come Killzone ha deciso di cimentarsi in un action-adventure del calibro di Horizon: Zero Dawn. Ma, in fin dei conti, non si può certo pretendere un'invenzione continua ed instancabile che sia sempre del tutto "originale" (nel senso più rigido ed inflessibile del termine), così come non si può optare per una perenne standardizzazione di serie più rinomate, costrette a rimanere troppo simili a se stesse per non deludere le aspettative degli accoliti più accorati. L'opzione migliore - al solito - siede nel mezzo: reinventare, osare e persino sconvolgere - se necessario - tuttavia senza sperperare l'eredità degli avi. In modo tale che i giocatori possano assaporare un gusto che sia, al tempo stesso, innovativo e tradizionale: all'innovazione ci pensa il gameplay; della tradizione, invece, si occupa il nome.