Io amo Pokemon GO

La mobilitazione di massa scatenata da Pokemon GO, le ronde in città, ed una passione trascinante per la nuova app mobile di Niantic.

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Francesco Fossetti Francesco Fossetti scrive di videogiochi -fra una cosa e l'altra- da più di dieci anni, e non ha ancora perso la voglia di esplorare il mercato con vorace curiosità. Ammira lo sviluppo indie e lo sperimentalismo, divora volentieri tutto il resto. Lo trovate su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Di solito guardo con molto sospetto le mode del mercato mobile, e gioco su smartphone con estrema reticenza. Un anno fa Fallout Shelter mi è scivolato addosso, ed al "fenomeno" Miitomo (un enorme fuoco di paglia dalla virulenza abbastanza immotivata) non mi ci sono neppure avvicinato. Ultimamente, assediato come sempre dalle uscite su Console e PC, mi sono comunque concesso un po' di Crashlands (giocatelo!), e mi sono fatto trasportare -anche durante l'E3- da una passione trascinante per Sky Force Reloaded. Stop.

Poi è arrivato Pokémon Go

La nuova produzione di Niantic mi ha "acchiappato" come nient'altro aveva fatto da anni, e non è facilissimo capire perché. Ho sempre avuto un debole per i giochi che sfruttano la geolocalizzazione, e ben prima che diventasse un trend riconoscibile ero entrato nel tunnel di Merchant Kingdom. È un gioco sviluppato da una piccola software house olandese, ancora attivo ma disponibile solo su iOS: si possono creare degli insediamenti, utilizzarli per raccogliere materie prime, espanderli e fortificarli. Sul chilometro di strada che da casa mia porta verso la città più vicina, avevo costruito una manciata di villaggi, e prima di andare a dormire salivo in macchina e facevo la ronda per recuperare le risorse. Mio fratello mi faceva i dispetti e attaccava gli insediamenti più deboli, svuotandone impunemente i magazzini. Merchant Kingdom non era molto conosciuto, e queste scaramucce fraterne erano una delle poche cose che mi mandava avanti; assieme all'ottimo senso di progressione e ad una buona varietà di oggetti e beni da costruire. Nonostante sia uscito almeno quattro anni dopo, e forte dell'esperienza che Niantic ha maturato con Ingress, Pokémon Go non ha un briciolo della sostanza ludica che aveva quella mia prima, fugace passione in GPS. Diciamo la verità: a livello di meccaniche Pokémon Go è abbastanza insipido e superficiale, e per il momento è pure afflitto da problemi tecnici e concettuali che è difficile ignorare. Che l'operazione di cattura sia facile e immediata è sicuramente un bene: per renderla più rapida ho disattivato pure l'opzione in realtà aumentata, perché non mi sembra che aggiunga davvero nulla all'esperienza complessiva ed è buona soltanto per qualche scatto virale. I combattimenti nelle palestre, tuttavia, sono davvero troppo semplificati, e attualmente quello a cui si va incontro scaricando l'app è un processo di cattura molto meccanico e ripetitivo, necessario ad accumulare Polvere di Stelle e Caramelle indispensabili per potenziare le proprie creature. Allo stato attuale dei fatti, tralasciando gli inciampi dei server, i rallentamenti, i crash, il consumo criminoso della batteria, il problema principale è che Pokémon Go non si può utilizzare in background, o mentre il telefono è spento. Per farlo si dovrà necessariamente acquistare il braccialetto, e oggi ci tocca stare con il capo chino e il dito sul touchscreen. Una scelta per altro bizzarra, che potrebbe persino mettere a rischio qualche giovane giocatore troppo concentrato sulla caccia. Senza girarci troppo intorno, diciamolo con chiarezza: Pokémon Go non è un bel gioco. Creativamente parlando non ha idee troppo originali e gli manca la possibilità di interagire in maniera più diretta con altri giocatori, organizzando scambi e scontri diretti. Eppure, io mi sono innamorato di Pokémon Go. E l'ho fatto perché, almeno per qualche giorno, il gioco è stato in grado di cambiare il mondo che mi circonda, le abitudini degli amici, generando in intreccio di interazioni sociali che mi lascia davvero affascinato.

Vi basti pensare che l'innesco per scaricare l'applicazione, ufficialmente non ancora disponibile in Italianon ancora disponibile in Italia, me l'hanno dato i commenti di Morlu che si lamentava del dolore ai piedi (aveva camminato troppo!) ed il racconto del nostro Nicolò Pellegatta, che diceva di essere uscito in bici, alla sera, con un gruppo di amici alla ricerca di Pokémon. Nei giorni seguenti è successo di tutto. Sono andato a fare lunghe passeggiate per far schiudere le uova infilate nell'incubatrice. Incontrato qualche amico, per caso, in un locale della zona, abbiamo organizzato rapide spedizioni in collina, convinti di poter trovare qualche mostriciattolo più raro del solito (non è servito: il mio secondo Bulbasaur è comparso, magicamente, al nostro ritorno, esattamente nel punto da cui eravamo partiti). La stessa sera, quando nei dintorni del locale è comparso un Kadabra, siamo tutti schizzati sull'attenti e abbiamo invano consumato qualche Aroma, camminando circospetti lungo la strada. Ma soprattutto: tornando a casa a tarda notte, ho suonato violentemente il clacson a due ragazzetti che stavano riconquistando la mia palestra.

Ecco: io la vedo, in giro, la gente che accosta con la macchina per acchiappare l'ennesimo Zubat; li vedo, i gruppi di ragazzi che fanno le ronde per recuperare gli oggetti ai Pokéstop; e vedo soprattutto una serie di schermaglie di quartiere per il dominio delle palestre, in una sorta di grande scenario geopolitico che cambia con una velocità impressionante. Eccola, quindi, la forza di Pokémon Go: quella di infilarti in un gioco comune, condiviso, globale. Quella di trasformare la tua città in una città di determinati allenatori, fieri sostenitori del proprio codice etico (se non scegliete la Squadra Coraggio, per inciso, siete degli sciocchi!). Si dirà, allora, che pure Ingress si riprometteva di fare la stessa cosa, e per altro con meccaniche di gioco più elaborate. Il problema di Ingress, tuttavia, è che non sfrutta un immaginario pervasivo come quello di Pokémon: mettendo in scena una lotta segreta fra Illuminati e Resistenza, veicola fascinazioni quasi "complottiste" che poca presa hanno su certe fasce di pubblico. Con Pokémon è diverso, perché Pokémon parla ad un bacino inesauribile, che va dagli adolescenti di oggi ai trentenni che ricordano ancora l'esordio del cartone su Italia1, o dei giochi su Gameboy. Anche se ognuno ha la sua generazione preferita, le "radici" di questo fenomeno risalgono a quei primi 150 mostriciattoli dai nomi improbabili che, sedici anni fa, ci tenevano incollati alla console portatile più famosa di tutti i tempi. Ecco perché sono innamorato di Pokémon Go: perché non si può restare indifferenti di fronte a quello che l'App di Niantic ha messo in moto, ed anche chi proprio non ne vuole sapere di scaricare il gioco dovrebbe percepire il fascino dei suoi effetti. Se anche fosse una moda passeggera, questa prima, afosa settimana di luglio sarà ricordata negli anni, come un piccolo pezzo di storia videoludica, comunitaria o individuale. Sordi a chi ci dice che stiamo esagerando (come se vivere pienamente le proprie passioni fosse davvero un problema), andremo avanti fin quando il gioco saprà stuzzicarci, sentendoci in qualche modo uniti, da un'intesa segreta che corre di smartphone in smartphone. Contenti che, fra i software che sono stati in grado di cambiare le nostre abitudini, per una volta ci sia anche un videogame.

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