Speciale La violenza di Whistleblower

L'esplicita violenza del DLC di Outlast fa riflettere su quanto sia ormai superato il concetto di censura nei videogame.

speciale La violenza di Whistleblower
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Domenico Musicò Domenico Musicò ha un motto: "È più facile spegnere la luce dentro se stessi che disperdere le tenebre tutt'intorno". Col tempo ha capito di avere ragione, ma è disponibile a cambiare ancora idea. Chiedetegli consigli sulla musica prog, l'horror e tutto ciò che vi passa per la testa su Facebook e Google Plus.

Whistleblower è il gioco più disturbante, scioccante e terribile a cui abbia mai giocato.
Tecnicamente è solo il DLC di Outlast, ma in realtà è uno dei migliori esempi di libera espressione artistica all’interno di un’industria ipocrita e mentalmente retrograda, ancorata pesantemente a una percezione del media rimasta ferma a più di una decade fa.
Ciò che viene mostrato nell’espansione dell’horror di Red Barrels ha una violenza visiva probabilmente senza eguali, che scuote e fa riflettere seriamente non solo sulla maturità espressiva del videogioco, ma anche su quanto futili e legati ad accanimenti d'occasione siano lo sdegno per la violenza videoludica e le insistenti proposte di censura che, di tanto in tanto, continuano ad arrivare dai benpensanti.

Casi umani

Il manicomio di Mount Massive è pieno di gente molto malata e pericolosa, di maniaci criminali ormai irrecuperabili e completamente distaccati dalla realtà. Riuscire ad affrescare al meglio questa spaventosa condizione umana richiedeva una mano molto pesante e delle scelte di design parecchio controverse. In Whistleblower il team di sviluppo ha persino superato dei limiti che credevamo quasi invalicabili: l'orrore esplicito e morboso che il gioco mette in scena fa comprendere quanto finalmente si possa essere liberi, anche in campo videoludico, di rappresentare le proprie idee.
Ma il fatto che di questo titolo, evidentemente relegato al mercato di nicchia, si sia parlato poco, fa anche capire quanto spesso sia cieca e opportunista una certa stampa, che del sensazionalismo fine a sé stesso, fa volentieri il proprio vessillo. Tornando indietro con la mente, è impossibile non ricordarsi di quando uscì quello scandalo goffamente montato sugli obiettivi di gioco di Rule of Rose, un titolo che aveva senz’altro dei sottotesti molto subdoli e ammiccanti, ma ben lontani da quelli sottolineati nel pezzo delirante pubblicato all’epoca su Panorama.
Di esempi ce ne sarebbero davvero parecchi, forse sin troppi, ma non meritano nemmeno di essere menzionati per via dello scarso valore giornalistico e della povertà di argomentazioni che si portano dietro.
Guardiamo però anche “in casa nostra”, dove fioccano (soprattutto oltreoceano) parecchi articoli che non mancano di evidenziare quanto terribili siano le scene viste nei giochi più popolari: ovviamente quelli più conosciuti e che dunque “fanno notizia”. Questi stessi articoli si occupano anche di aizzare il pubblico contro chi si lamenta della mancanza di censura, e l'unico risultato che ottengono sembra quello di accrescere un odio diffuso verso un modo ostentatamente bigotto di considerare un media in piena espansione.
Ma il punto non è nemmeno questo. Bisognerebbe piuttosto riflettere come mai i contenuti di Whistleblower siano praticamente passati sotto silenzio, mentre quelli di titoli più altisonanti (ed evidentemente più “tranquilli”) abbiano avuto un’eco più reboante e chiassosa. Forse solo perché si trattava di giochi bene in vista e quindi degni di attenzione, a differenza di un indie che difficilmente finirà sotto gli occhi di tutti? Sarebbe patetico e discriminatorio, soprattutto considerando che le rivoluzioni e i passi in avanti più coraggiosi, molto spesso, vengono esattamente “dal basso”.
A partire dalle efferatezze di Manhunt fino ad arrivare alla famigerata scena di tortura di Grand Theft Auto V, si è scritto veramente di tutto, e il più delle volte la spietata critica dei perbenisti ha cercato di spiegare quanto eccessive fossero alcune scene, e quanto inadeguate per ogni fascia di pubblico.
Se queste critiche fossero davvero sentite e sincere, non ci sarebbe motivo di saltare a pie' pari tutto ciò che ha meno rilevanza all’interno del mercato. Perché nessuna associazione si è lamentata di Whistleblower? E perché non si sono visti articoli che ne parlassero in qualche modo, nemmeno nei siti specializzati? La risposta forse la sapete già, ma è giusto sottolinearla ugualmente: non ha lo stesso bacino di utenza delle produzioni milionarie.

Parti osceni ed evirazioni

Non so spiegare con precisione quale sia stata la mia reazione nel momento in cui mi sono trovato davanti a una delle scene più raccapriccianti del gioco, ma so per certo che è una di quelle immagini che non andrà mai più via dalla mia memoria. Sarebbe complesso descrivere quello che si prova di fronte allo scempio messo in atto da un maniaco, che ha disposto il cadavere di una donna nell’atto di partorire una testa da adulto. Al suo fianco, incarnazione stessa della più bieca commiserazione, un uomo impiccato le sosta accanto, col volto coperto da un velo, immortalato nel gesto di tenerle la mano come se volesse darle conforto in quel momento di straziante dolore.
Potrete dire che è davvero troppo sopra le righe, e che sarebbe stato meglio censurare una scena così esagerata e truce; e invece, nel DLC di Outlast, questo momento ha molto più senso di tante altre scene assolutamente gratuite, inserite in qualche prodotto meno esplicito al solo scopo di alzare polveroni e far vendere qualche copia in più. In Whistleblower, questa estetica del raccapriccio è essenziale per raffigurare al meglio la follia nella sua forma più violenta e malata: è lo strumento attraverso cui si comunica l’orrore al giocatore, la voce tormentosa e assillante che minaccia con costanza i rari attimi di quiete, e si insinua maligna e viscida sotto la pelle.
Se non siete riusciti ad accettare quel parto osceno, sopporterete ancora meno il delirio che sarete costretti a osservare tra le feritoie dell’armadietto in cui vi troverete rinchiusi. E' da quella soffocante prospettiva che assisterete ad una tremenda evirazione.
Ed è da quella stessa prospettiva che, torturati in attimi di inenarrabile tensione, capirete con la stessa violenza del gioco, che la parola censura -in ambito videoludico- da ora in poi debba essere usata con maggior accortezza e con una frequenza sempre minore.

Outlast Dopo aver portato a termine Whistleblower, si potrebbe pensare che gran parte dei suoi contenuti siano in realtà le parti più controverse tagliate da Outlast. In verità, questo DLC è molto, molto di più: è la chiara dimostrazione che i videogiochi non hanno più taboo, che abusare della violenza e di argomenti difficili da trattare non significa necessariamente abusare del giocatore stesso. Preoccupa e fa riflettere in negativo il silenzio della stampa, che non si “spreca” in articoli su giochi diversi rispetto a quelli che portano più utenza sui siti di settore. E questo è davvero desolante.

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