Speciale Mad Max e i suoi epigoni nella cultura pop

Vivo, muoio, vivo ancora: Max Rockatansky e le sue mille vite, dentro e fuori il suo franchise di appartenenza. Perché certi personaggi e certe ambientazioni diventano patrimonio comune per la fiction di genere.

speciale Mad Max e i suoi epigoni nella cultura pop
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Al di là della pletora di sequel e reboot che ormai da tanto tempo impera in tutto l'universo della fiction -dal cinema ai fumetti, passando inevitabilmente per i videogiochi- con risultati decisamente altalenanti, c'è una tendenza che ultimamente sta dando diversi frutti, perlomeno a livello di attenzione da parte del pubblico: quella del recupero di franchise "vecchi" di venti-trent'anni a cui si decide di dare una seconda chance con remake fedeli, continuazioni o spin-off vari, realizzandoli in modo da catalizzare l'interesse sia dei vecchi appassionati che delle nuove generazioni. Pionieri, in questo caso, i giapponesi, che hanno rispolverato, negli ultimi anni (e in special modo nell'ultimo lustro) tante serie amatissime ma che oramai "campavano di rendita" anche senza nuovi titoli: da Ken il guerriero a Sailor Moon, da Dragon Ball a Le Bizzarre Avventure di JoJo e Ushio e Tora, tirati a lustro per avere massima resa con minima spesa. Molti produttori di Hollywood, estremamente furbi, hanno compreso il meccanismo e l'hanno portato a un nuovo livello, creando veri e propri reboot/remake che non cancellano quanto visto precedentemente ma permettono ai loro titoli di punta di rinnovarsi senza tradire le aspettative dei fan. Vedasi Jurassic Park o X-Men: Giorni di un futuro passato. O, a livelli ben più alti di progettazione e scrittura, Mad Max: Fury Road, eccellente film d'azione (dall'interessante sottotesto sociale e antropologico) che riprende la mitologia del personaggio creato da George Miller nel 1979 e la riporta in un contesto appetibile al pubblico odierno, pur non tradendo le sue origini. Un grandissimo successo di pubblico (e di critica, cosa non scontata visto il genere di appartenenza della pellicola) che ora Avalanche Studios tenterà, almeno in parte, di replicare con il nuovo videogioco dedicato al personaggio, disponibile per PC, PS4 e Xbox One a partire dal 4 settembre.

Vivo. Muoio. Vivo di nuovo!

Il gioco si presenta come un freeroaming post-apocalittico in cui guidare Max Rockatansky tra le aride wasteland, in cerca di rifugio e beni di prima necessità, sopravvivendo alla furia dei banditi del deserto e del loro leader, lo spietato Scrotus. Le diverse sezioni di gioco sono percorribili, a seconda del caso, a piedi o in auto, con soluzioni di gameplay diverse, forse non molto originali ma sicuramente distintive e ben calate nel contesto della saga.
E la cosa interessante, che vogliamo far notare in questo speciale, è che sebbene molti fossero troppo giovani per aver visto la trilogia originale di film all'epoca della sua uscita e (se eccettuiamo il tie-in del 1990 per NES) questo è il primo, vero videogioco di Mad Max su cui possiamo mettere le mani, abbiamo visto/giocato con Max, sotto falso nome, tantissime altre volte.

Una delle citazioni cult di Fury Road è "Vivo. Muoio. Vivo di nuovo!" che è curiosamente molto adattabile alla filosofia del videogioco, in cui, a parte qualche titolo particolarmente bastardo, la reiterazione del processo di esplorazione degli ambienti con tanto di "morte" e "rinascita" per varie cause fa parte integrante delle regole di gioco e del divertimento (o frustrazione, a seconda dei casi). E Mad Max, in effetti, è vissuto (e morto) tante altre volte nella cultura pop degli ultimi 35 anni. Se, difatti, la letteratura post-atomica non è certo stata inventata da Miller, Interceptor e i suoi seguiti sono stati di importanza seminale (termine spesso usato a sproposito, ma non certo in questo caso) nella fiction di genere. L'esempio più noto è sicuramente quello di Ken il Guerriero, su cui sembra quasi superfluo soffermarsi: ma al di là del setting ricco di arti marziali di origine orientale e il fatto che fisicamente Kenshiro è un mix di Sylvester Stallone e Bruce Lee, l'abbigliamento e il mondo in cui vaga sono mutuati, al limite del plagio, da quelli di Mad Max, e i videogiochi su Ken certamente non mancano, andando a colmare, in un certo qual modo, la lacuna di esperienze ludiche in questo universo narrativo. Con tutte le fascinazioni del caso, riportate da registi e costumisti in video musicali o film di serie B, ma anche da intrepidi gamemaster per alcuni giochi di ruolo. È un mondo, magari reinterpretato, ma che ha fatto da fondamenta a un genere, esattamente come hanno fatto le opere di Tolkien con quello che diventerà, nella seconda metà del '900, il fantasy. E così il cinema ci ha proposto Waterworld, Io sono leggenda, Codice Genesi, Priest, tutti caratterizzati da ambientazioni in cui l'umanità si è quasi estinta e vaga alla ricerca di terra fertile e pace. Per questo Mad Max ci sembra così familiare: abbiamo visto, letto e giocato decine di titoli ambientati, seppur non dichiaratamente, nel suo universo, e per questo in molti, pur all'oscuro degli avvenimenti degli altri tre film, non hanno sentito il bisogno di ulteriori "spiegoni" sul mondo in cui Max vive. Un mondo di fuoco e sangue. Che ha dato origine, per l'appunto, anche a diversi videogiochi, sfruttando sia il contesto ambientale e sociale che il feeling anarchico, brutale e (auto)distruttivo delle sfrenate corse in auto/moto, su cui si basa anche il nuovo film, si basava il vecchio gioco per NES, ed è preponderante anche nel nuovo titolo Avalanche. L'elemento automobilistico ricorda, in parte, reminescenze da "classici" come Twisted Metal e Carmageddon, ma anche il recentissimo Batman Arkham Knight, con in quale il nuovo gioco con protagonista Mad Max condivide anche un certo feeling nei combattimenti, oltre alla grande importanza nell'utilizzo del veicolo. Perché qui, proprio come nel titolo Rocksteady, un mezzo non vale l'altro, e l'auto di Max è più che un semplice mezzo di locomozione... è un simbolo. Di libertà, di forza. Un'alleata, un mezzo di sopravvivenza. Una sopravvivenza che abbiamo tentato agguantare disperatamente, pad alla mano, in tanti altri titoli post-apocalittici che devono qualcosa a Max Rockatansky: in primis senza dubbio Fallout (in cui sono presenti vere e proprie citazioni) ma anche i due Wasteland, Bordelands (anch'esso pesantemente "ispirato da"), Rage, ma anche Metro 2033, Stalker, in un certo qual modo anche The Last of Us. Un'ambientazione decisamente affascinante, ma anche una possibilità decisamente sgradevole per il futuro dell'umanità, un futuro in cui un figlio sano che cresce e prospera è la più grande delle benedizioni, un futuro in cui molte cose che noi diamo per scontate non sono più neanche un lusso, ma solo un ricordo quasi leggendario. Un monito che faremmo bene ad ascoltare. Una situazione che faremmo bene a vivere solo tramite un joypad. Because only the savage survive.