Mia mamma gioca a Pokémon GO

Pokemon GO: un videogioco senza confini. Racconto di una mamma che ha deciso di seguire i suoi figli a caccia di Pokémon...

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È successo tutto molto in fretta. Ogni sera, lasciandosi alle spalle la (poké)palestra del Ponte e costeggiando in auto il Palazzetto delle Esposizioni, si vedevano questi tre Pokéstop vicinissimi costantemente potenziati con il modulo esca: ad ogni ora del pomeriggio, della sera, della notte. Sui gruppi organizzati su Facebook e su quelli di Telegram è iniziata a spargersi la voce. Qualcuno ha fatto una colletta: 5 euro a testa e si comprano i moduli da usare solo quando si è tutti insieme. C'è sempre gente, al Palazzetto. Prima delle dieci di sera ci sono i bambini che urlano a più non posso; più tardi, e ben oltre la mezzanotte, file di macchine ordinate e giocatori che si ricordano ancora il primo videogioco di Pokémon su Gameboy. Qualcuno alza il volume dello stereo, mentre la luce intermittente di un lampione rotto si riflette sugli schermi dei cellulari. Io ho proposto di portare il Barbecue, vediamo che succede. È una cosa che già mi mette il buonumore, il fatto che si sia creato questo ritrovo improvvisato in cui si fanno nuove amicizie e se sei della squadra Rossa ti prestano persino il Power Bank per ricaricare il cellulare. Ma il fermento sociale di Pokémon Go va ancora oltre. Fino ad acchiappare persino mia madre, che una sera mi corre incontro sostenendo di avere tre Pokémon. Sulle prime penso che sia una battuta, che abbia sentito parlare del gioco al telegiornale in uno di quei servizi abbastanza terribili. E invece no: ce li ha davvero. Non so di preciso come abbia fatto, ma come Starter è riuscita a prendere Pikachu. Lei è contenta di avermi meravigliato, io sono contento che abbia deciso di buttarsi e provare a giocare. L'ultima volta che ha videogiocato, quasi una ventina d'anni fa, era arrivata quasi alla fine di Indiana Jones and the Fate of Atlantis; poi per sbaglio aveva salvato la partita un istante prima che Indy venisse inghiottito dalla lava, e aveva mandato tutto a monte. Niente più videogiochi.
Ora: Pokémon Go.
Il giorno dopo aveva sei Pokémon. Era gelosa che io e mio fratello ci fossimo ritrovati al Palazzetto, e quindi aveva usato "un profumo che li attira". Aveva trovato Omanyte, che io ancora non ho. Insiste, non si ferma, ogni tanto mi fa vedere il Pokédex. Non ha doppioni, perché "li ha mandati tutti al professore". E allora le ho chiesto di scrivere un articolo, per raccontare cosa ne pensa di tutta questa faccenda. Lei ha detto sì, e me l'ha mandato con un po' di timore. Prima di andare in pensione, mamma diceva che una volta mollato il lavoro le sarebbe tanto piaciuto scrivere. Poi si è messa a viaggiare ed ha abbandonato il proposito. Sarà che in fondo sono sentimentale, ma pubblicare questo articolo, e vederla vicina al mio mondo come non lo è stata mai, è una cosa che un po' mi commuove.

Introduzione a cura di Francesco Fossetti




"Ho 65 anni, pensi che possa giocare a Pokémon Go?". "Certo che puoi".
E allora proviamoci!
Il mio rapporto con i Pokémon è cominciato tanti anni fa, quando i miei figli ne collezionavano le carte che ancora tengono gelosamente custodite in una scatola nascosta da qualche parte in casa. Li trovavo degli "animaletti" graziosi, e mi sembrava naturale che i ragazzini si sentissero incuriositi. Oggi come allora trovo che queste creature siano simpatiche e attraenti per i loro colori, i loro movimenti e persino per i loro strani gorgoglii. Spinta da questa mia valutazione di "innocentismo" ho voluto provare a seguire i miei figli e confrontarmi con questo gioco che fa impazzire il mondo. Volevo capire che sensazioni provavano e perché fossero così attratti da questa strana caccia.

Dopo i primi passi fatti da sola (un'amica che gioca mi ha spiegato come scaricare l'app e come iniziare) ho chiesto loro di insegnarmi a giocare. Mi sono meravigliata di come mi hanno seguita per insegnarmi, e sono stata contenta d'imparare. Non sono molto informata su come funzionino giochi del genere, ma la prima cosa che mi ha colpito è che -al di là del sistema di palestre - i ragazzi non giocano uno contro l'altro, perché i Pokémon sono animali "sociali": quando compaiono, li può catturare chiunque. Si gioca su un terreno che è il mondo reale; sono le strade delle tue città o dei tuoi paesi quelle su cui puoi trovare i "rifornimenti", proprio come quelli della benzina. Sono strade che conosci e che per te sono sicure. Non credo però che l'attrattiva maggiore per i ragazzi sia questa.
Mi è venuto da pensare che questo gioco rappresenta una vera caccia, e da sempre l'uomo ha avuto il bisogno di cacciare, sia per vivere che per passatempo (pensate a quali grandi eventi fossero le battute di caccia nei tempi passati). Ecco, forse questa è la chiave del successo di Pokémon Go: è la passione atavica della caccia che attrae tutti così tanto, giovani e non. Una caccia bonaria nella quale non si uccide nessuno, si cattura una preda per farla "evolvere". E' divertente catturare un Pokémon ed è molto divertente farlo in compagnia di amici. In questi due o tre giorni nei quali mi sono un po' nascosta dentro la mia auto, parcheggiandola nei luoghi "strategici", ho potuto vedere ed ascoltare le conversazioni dei ragazzi che erano lì per giocare. C'era la gioia di essersi ritrovati dopo tanto tempo, il desiderio di dare e ricevere notizie sul lavoro e sullo studio, sui viaggi e sulle vacanze; c'erano risate e qualche sfogo di rabbia un po' troppo troppo irruento quando l'ambito Pokémon se ne fuggiva. Ho visto ragazzi contenti e divertiti, come non ne incontravo da un po'. Non che prima dell'uscita del gioco non ci fossero, s'intenda, ma è raro che frequentino i posti in cui vado io. Forse il merito del gioco, insomma, è anche quello di creare degli spazi comuni. Mi sono meravigliata che ci fossero tante persone che andavano a zonzo, avanti e indietro. Eppure si catturava benissimo anche stando fermi, ruotando su sé stessi come facevo io! Ho scoperto poi che per far schiudere le uova di Pokémon (che sono quindi ovipari) bisogna camminare e coprire una certa distanza. E loro, i ragazzi, eccoli lì a camminare e conversare. E' vero: hanno il telefonino in mano; ma oggi chi non ce l'ha?
I luoghi dove i ragazzi si incontrano sono solitamente spazi in cui trovano le palestre per allenare i Pokémon e le zone di rifornimento di "munizioni". Io le chiamo così, queste sfere bicolore che colpiscono la preda, si aprono e la imprigionano senza farle alcun male, in turbinio di lampi e di stelle. A me dispiace molto che qualcuno cerchi di ridurre un gioco divertente ad una scemata che massifica e rende tutti delle marionette senza cervello. Ogni epoca storica ha i suoi giochi, e ogni gioco ha le sue caratteristiche. Ci sono giochi di abilità, di calcolo, da tavolo; ci sono giochi di società e giochi "sociali", come questo Pokémon Go. A qualcuno piacciono e a qualcuno no, ma non per questo chi li gioca dev'essere giudicato poco intelligente. Pokémon Go è un gioco tutti possono giocare, e -io ne sono la prova- che può far divertire anche la generazione degli over 60. Io ho 65 anni e mi vergogno un pochino a camminare in mezzo al parcheggio dove si radunano i ragazzi. Appena riuscirò a scendere di macchina e a camminare tra loro, avrò fatto una bella conquista.

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