Nintendo Switch: una console tra passato e futuro

Switch, nelle intenzioni di Nintendo, rappresenta la summa di tutte le console della Grande N: scopriamo insieme il perché.

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Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

She's got a smile it seems to me
Reminds me of childhood memories
Where everything
Was as fresh as the bright blue sky

Sweet Child O' Mine - Guns ‘N Roses

Il nome scelto da Nintendo per la sua ultima home console nasconde un importante significato: "Switch" è un termine che implica, prima di tutto, un "cambiamento". Il flusso della conferenza tenutasi a Tokyo lo scorso 13 gennaio, infatti, era scandito da un ritmato (e un po' teatrale) leitmotiv: uno schiocco di dita con il quale i diversi interlocutori, da Kimishima a Reggie, si "davano il cambio", pronti a decantare, uno alla volta, le lodi del loro ultimo gioiellino. Questo passaparola non provava a simboleggiare soltanto il medesimo, rapido "passaggio" tra le sessioni di gioco tradizionali a quelle in mobilità, ma anche - come vedremo - un altro tipo di "metamorfosi". Switch è, non a caso, una console dall'anima duplice sia per la sua natura ibrida, sia perché diviene l'emblema di un profondo ed inevitabile "cambiamento" per Nintendo. Con il successore della sfortunata Wii U, la grande N prova dunque a invertire la rotta, spiegando sì le vele in direzione del futuro, ma "switchando", di tanto in tanto, verso un indimenticabile passato, nelle cui dolci memorie ripesca tutte le peculiarità che hanno saputo renderla immortale.

L'eredità degli antenati

Nintendo vive da anni in una bolla atemporale: in un limbo intergenerazionale in cui le scelte della società giapponese non sono dettate tanto dalle richieste di un "generico" mercato, quanto da quelle delle proprie, decennali regole interne. È per questo motivo che la casa di Kyoto non prova mai ad inseguire blandamente una concorrenza che si spintona alla ricerca del pixel più definito o della tecnologia più immersiva, ma decide di erigere le fondamenta del suo futuro attraverso l'eredità dei suoi trascorsi. Si tratta forse di di un modo di pensare eccessivamente rigido, poco incline ad accettare i suggerimenti esterni di un settore in continua, imperterrita crescita. Il rischio di un simile arroccamento dietro le mura di un'ideologia irremovibile è quello di un inevitabile anacronismo tecnico, incapace di muoversi di pari passo con lo sviluppo del mercato e, pertanto, inconciliabile con le esigenze dei videogiocatori moderni. Ed invece Nintendo francamente se ne infischia: nell'osservare un avvenire pieno di rigogliosi traguardi tecnologici, si rende conto di come esso appaia incompatibile con la sua, personale visione del "domani" videoludico. Pur di difendere a spada tratta la cosiddetta Nintendo Difference, infatti, la grande N sceglie un'altra strada per raggiungere l'originalità che il panorama sembra anelare a gran voce: alla potenza bruta sostituisce quindi la "contaminazione".

Switch è l'ultima nata di una grande, immensa e longeva famiglia. E come insegna la genetica di Mendel, sono i caratteri ereditari che contribuiscono a creare un riconoscibile ecosistema famigliare, una specifica identità collettiva. La nuova console di Kyoto, in tal senso, è la fortunata ereditiera di un passato glorioso: piuttosto che vivere di rendita, però, Switch si prefigge l'arduo compito di riportare in auge lo stendardo dei suoi avi, ridando a Nintendo il lustro che, negli ultimi anni, sembra purtroppo aver perduto. E per farlo non tenta soltanto di aumentare indiscriminatamente le performance dell'hardware, ma rielabora in un'unica formula le caratteristiche che hanno fatto la fortuna dei suoi predecessori. In tal senso, Switch incarna la quintessenza di tutto ciò che Nintendo è stata in passato, e di tutto quello che vuole rappresentare d'ora in avanti: una console che sia etichettabile a primo sguardo come figlia di una logica smaccatamente "nintendara". Ed in effetti, sul palco della conferenza di Tokyo, Shinya Takahashi (responsabile di tutti i team di sviluppo software) è stato decisamente esplicativo: «Switch ha ereditato il DNA di tutte le console Nintendo che l'hanno preceduta». Il riferimento al DNA non è casuale: è anzi la parola chiave che esprime alla perfezione l'idea di un nucleo coeso, quasi sanguigno, che unisce i numerosi esponenti della famiglia.

Nel ramo più alto dell'albero genealogico campeggia il "Family Computer" (Famicom, per gli amici - in seguito conosciuto, dopo un significativo restyling, anche come Nintendo Entertainment System), trisavolo di Switch e già portavoce, nel nome, del concetto di "parentela". La console, rilasciata nel 1986, nella gloriosa era 8-bit, oltre ad aver dato i natali a una prolifica discendenza, introdusse due controller all'interno della sua configurazione di base: s'iniziava ad intravedere così lo stimolo a condividere l'esperienza di gioco con un amico (o un consanguineo) per raddoppiare il divertimento. Spetta invece al Super Famicom (o Super NES) l'aggiunta dei pulsanti frontali X/Y e dei dorsali L/R: il pad comincia ad assumere quegli elementi distintivi che gli permettono, generazione dopo generazione, di mantenere un legame con i progenitori. Un ennesimo, importante passo in avanti è stato poi compiuto dal Nintendo 64, che portò al mondo la prima levetta analogica e la prima vibrazione interna grazie alla feature del Rumble Pak. La storia del pad di Nintendo conosce un punto di svolta con l'avvento di Wii e del suo rivoluzionario sensore di movimento, che dava l'opportunità, soprattutto con la combo "Wiimote + nunchuck", di simulare in modo assai coinvolgente, tramite l'uso delle braccia e del corpo, le azioni degli avatar a schermo, come se il giocatore fosse un tutt'uno con la propria console. Takahashi ci ricorda che persino il potentissimo Gamecube, al momento della sua release, disponeva di una comoda maniglia posteriore tramite la quale i giocatori avrebbero potuto portare più agevolmente la console con sé, al di fuori del proprio appartamento, in una simbiosi quasi filiale. La portabilità è sempre stata, a quanto pare, una delle prerogative di Nintendo: ce lo insegna, del resto, il successo prima del Gameboy e poi del DS (ed annessa variante 3D), due piccoli, grandi sistemi da gioco che hanno contribuito a mantenere vivi gli ideali di comunione e condivisione (si pensi, ad esempio, alla funzionalità dello StreetPass) di cui la casa di Kyoto è da sempre portavoce.

La grande N non ha mai considerato le sue console portatili come una progenie di minor valore rispetto alle sorelle maggiori: su un sistema handheld come il DS, infatti, ha avuto persino il coraggio di sperimentare un'introduzione che sarebbe stata inserita, successivamente, anche su una piattaforma casalinga: stiamo parlando, com'è ovvio, del touch screen, una caratteristica essenziale del gamepad di Wii U, con il quale, inoltre, gli utenti potevano continuare a giocare pur restando distanti dalla televisione. È con Wii U che Nintendo ha tentato, la prima volta, di creare un ibrido multifunzione che racchiudesse in sé i principali tratti somatici delle antenate: ma presumibilmente, proprio come accaduto all'epoca del Gamecube, i tempi non erano ancora maturi a sufficienza per partorire un erede geneticamente pronto a prendere in mano le redini di un impero, e capace di figurarsi, in contemporanea, sia come sintesi, sia come evoluzione della storia della famiglia Nintendo.

Tale madre, tale figlia

E se è vero che Wii U è nata prematura, lo stesso non si può dire della promettente Switch. A prescindere dal successo che potrebbe riscuotere in un mercato che sbava famelicamente sul 4K, l'HDR e la realtà virtuale, la nuova console sembra comunque essere dotata di un'identità ben precisa, un aspetto che invece latitava nella sorella più grande, inadatta a trovare una propria locazione sia nel panorama attuale, sia nel "family tree" di Nintendo. Switch sembra, d'altro canto, la perfetta concretizzazione di quello che significa, al giorno d'oggi, l'ormai iconica locuzione "N-Difference": nella sua scocca, nelle sue forme "fredde" ed eleganti, si rispecchia paradossalmente il "calore" di un ambienta familiare, rassicurante, comunitario. Sarà forse merito dei Joy-Con, tanto diversi eppure così simili ai controller del NES, che si mostrano sempre in coppia (come i Pad del Famicom), a rimarcare con forza la natura cooperativa della console. Sarà forse merito altresì della loro manovrabilità, che recupera sia la maggiore interattività promossa dallo stick analogico, sia le funzioni del Wiimote e del Rumble Pak: accanto alla facoltà di usare i Joy-Con come fossero propaggini dei nostri arti, quindi, Switch eleva esponenzialmente l'efficacia della vibrazione del controller, in virtù di una feature ribattezzata Rumble HD, che incrementa a dismisura il senso di coinvolgimento tattile e sensoriale del giocatore. Tuttavia, Switch si dimostra l'orgogliosa discendente non soltanto delle console "fisse", ma anche di quelle portatili: l'ibridazione di cui si fa promotrice trae infatti linfa dalla mobilità del Gameboy e del DS, grazie alla presenza di uno schermo touch con il quale potremo cavalcare lungo le praterie di Breath of the Wild anche lontano dalla docking station e dal televisore, riproponendo pertanto, in maniera più energica, quella mescolanza tra sistema mobile e casalingo che avrebbe dovuto rivelarsi il punto di forza della compianta Wii U e che, disgraziatamente, non ha ottenuto la piena approvazione della community. Conscio delle precedenti mancanze, allora, il tablet di Switch si presenta molto più autosufficiente del "paddone", sfruttabile a pieno regime come fosse una vera console handheld.

Switch, in sostanza, non è diversa dagli altri hardware Nintendo: ne è piuttosto la "fusione", l'amalgama, l'ensemble definitivo. Per riportare il marchio della grande N sotto le luci di uno spotlight ormai offuscato, c'era bisogno di una rinascita che risucchiasse il nutrimento non dall'originalità assoluta, ma dalla somma delle parti. È da qui che passa l'innovazione di Nintendo: da se stessa, dalla sua storia, dal suo spirito squisitamente ludico. Nelle vene elettroniche di Switch scorre, al contempo, un sangue nuovo ed uno antico: la magnificenza degli antenati e la promessa di un roseo futuro, all'insegna di quelle emozioni primordiali che solo la N-Difference (con i suoi software esclusivi) è in grado di trasmettere, in barba alle disquisizioni sui Teraflops, sul checkerboarding o sull'high dynamic range. Nonostante il nome suggerisca esattamente il contrario, Switch ci insegna che Nintendo, in fondo, nel bene o nel male, non cambia mai.