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Speciale Pikmin: Short Movies

Uno sguardo ai tre corti dedicati all'universo di Pikmin

Pikmin 3

Trailer
Pikmin 3
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Wii U

Molti anni fa a Londra, durante gli albori del primo DS e quando il Wii si chiamava Revolution, ebbi la fortuna di incontrare Shigeru Miyamoto e rivolgergli qualche domanda. Conversammo sulle opere animate dello Studio Ghibli e mi disse: “Trovo i film di Miyazaki meravigliosi. Sono profondamente legato a Totoro, che tra tutti i suoi capolavori è quello che amo di più. Penso che la poetica di Miyazaki nel realizzare i suoi cartoni animati abbia molto in comune con il mio modo di fare i videogiochi. Miyazaki crea per i bambini ma non inventa per essi cose infantili, assolutamente no. C’è una differenza fondamentale tra chi inventa per in bambini e chi invece confeziona un prodotto infantile. Questi ultimi pensano che i bambini non possano crescere ne’ capire concetti sofisticati e profondi così alla fine costruiscono solo un giocattolo. Miyazaki fa qualcosa di completamente diverso perché gli interessano il modo di pensare, la sensibilità, il senso critico e l’intelligenza dei bambini. Vi ripone molta fiducia. Anch’io faccio videogiochi per questo motivo e voglio che i miei lavori portino a pensare e a riflettere oltre che a divertire.
Dopo tanto tempo eccomi a guardare con mio figlio di quattro anni, nell’alta definizione di Wii U, un trio di novelle animate di cui Miyamoto è produttore esecutivo e responsabile del disegno degli story-board.
Si tratta di tre cortometraggi che precipitano il corpo di chi guarda, con un incantesimo di riduzione degno di quello operato dalle pozioni magiche di Alice, nel micro-mondo dei Pikmin, chimere vegetali e animali inventate dal Maestro di Mario e Zelda.

Sono film senza parole, composti solo da immagini e suoni.
Le parole non servono, perché l’intervento di un narratore sarebbe solo d’intralcio alla visione e all’evolversi delle storie.
Un’aliena voce umana risulterebbe solo didattica, insignificante ed esplicativa; un’intrusione nella rappresentazione di un mondo coerente e fanta-realista dalla vitalità sfrenata che non esclude l’ombra della morte. D’altronde i giochi dei Pikmin, nella loro essenza lirica, strategica e buffa, non escludono la contemplazione di una crudeltà cosmica che è quasi leopardiana.
Durante la visione la varietà delle emozioni che colgo nelle reazioni di mio figlio è la stessa che trascorre in me, poiché questa breve ma favolosa trilogia possiede le qualità universali dei film di Miyazaki o del primo Walt Disney: il racconto instaura un rapporto dialettico con la coscienza, non importa quanto giovane o antica essa sia.
C’è l’imperscrutabile crudeltà della natura così come la sua bellezza, la maestosa e misteriosa qualità degli oggetti comuni, la commedia e la tragedia; così nella ventina di minuti che occorrono per vedere la trilogia si trascorre dalla risata all’inquietudine, dal timore alla commozione, dalla meraviglia alla riflessione.
Il primo episodio, il più breve, si risolve con l’esemplare rapidità di uno sketch o di un aforisma e ci mostra Olimar consumare con gusto e ingordigia un frullato rosso che cola dalle sue labbra come il sangue da quelle di un vampiro. I Pikmin lo guardano curiosi e inorridiscono quando vicino all’ometto con la tuta spaziale colgono una sagoma vegetale, squarciata dai tagli di un coltello, che ricorda quella di uno di loro. Di cosa si sta nutrendo Olimar? Non rivelo per ovvi motivi la conclusione, ma si tratta di un segmento di cinema magnifico che gioca con le conseguenze etiche del gesto di nutrirsi, e lo fa con un’ironia spietata e con grazia.

Il secondo episodio, della durata di circa otto minuti, è un inno corale alla cooperazione contrappuntato da uno strano e arcaico misticismo-feticismo da collezionista: c’è un Pikmin che scorge una tonda e lucente biglia blu dentro una bottiglia di vetro abbandonata tra fiori, terra ed erba. Sembra una cattedrale traslucida da cui risplende la reliquia di una divinità di altri mondi.
La piccola creatura penetra nel contenitore trasparente ma vi rimane bloccata dentro, perché la sfera che tanto lo affascina gli esclude l’uscita. Toccherà agli altri esemplari multicolore della sua specie aiutare il rosso sventurato.
Il terzo e purtroppo ultimo cortometraggio, poiché avremmo potuto vivere per ore smarriti e ritrovati nella visione pikminiana, è quello che più mima le dinamiche ludiche del videogioco. Nei dodici minuti della sua dimensione avventurosa risulta ritmato, divertente ed epico come lo Scherzo della settima sinfonia di Anton Bruckner.
Si svolge in un cantiere abbandonato su cui torreggia una cadente e titanica macchina da lavoro dall’alto della quale Olimar orchestra i suoi volenterosi alleati nella ricerca di risorse, mentre questi cercano di sopravvivere a creature mostruose. C’è persino una brevissima, quasi subliminale, ma spassosa apparizione che delizierà i fan di Nintendo e dei videogame in generale.
Paragonabile solo a Final Fantasy Advent Children per la sua anima videoludica trasmigrata con successo, poesia e arte in un corpo filmico, questa trilogia pikminiana è un’opera meravigliante che ci fa sognare un futuro cinematografico per Nintendo, sotto l’occhio attento, la sensibilità, la filosofia e il genio di Shigeru Miyamoto.
Il valore artistico ed estetico dei Pikmin animati è paragonabile ai primi corti della Pixar ed è imperdibile, non solo per coloro su cui grava il rimorso di avere sacrificato centinaia di Pikmin, lasciando che le loro effimere anime si innalzassero gementi al cielo prima di dissolversi per sempre.

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