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Speciale Re-Animator - Alien: Isolation e Dragon Age: Inquisition

Come Alien: Isolation e Dragon Age: Inquisition hanno cancellato l'onta del passato

speciale Re-Animator - Alien: Isolation e Dragon Age: Inquisition
Articolo a cura di
Francesco Serino Francesco Serino ha videogiocato tanto e a tutto, posseduto due diversi Tamagotchi e abbandonato un Furby in autostrada. Mentre cresceva i pixel rimpicciolivano, mentre leggeva ha iniziato a scrivere. E ora eccolo qua, dopo un salto nello spaziotempo atterra su Everyeye, ma già da tempo è su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Quando muori che fai? Premi Start e ricarichi dall'ultimo salvataggio. Peccato che il fantastico mondo dei videogiochi non funzioni tutto allo stesso modo. Nessun problema se a sbagliare/scivolare/esplodere è il giocatore, non va altrettanto bene se il fallimento è di uno sviluppatore. Al giorno d'oggi non è facile rialzarsi dalla polvere dopo un passo falso, un po' perché fare un gioco Tripla A costa un occhio dalla testa, e un po' perché Internet non perdona nulla e un gioco sbagliato troppo spesso equivale a un marchio a vita. Tra ottobre e novembre però abbiamo avuto la fortuna di assistere a ben due prodigiosi ritorni a sorpresa, giochi che in termini di vendite hanno pagato a caro prezzo gli errori dei loro predecessori, ma che allo stesso tempo sono riusciti nel difficilissimo compito di riaccendere la miccia della passione nei giocatori che ne hanno provato le indubbie e a volte rivoluzionarie qualità. I due giochi in questione sono Alien: Isolation (Creative Assembly/Sega) e Dragon Age: Inquisition (Bioware/Electronic Arts). Il primo è arrivato nei negozi col difficilissimo compito di farci dimenticare, oltretutto a stretto giro, la debacle di Alien Colonial Marines; il secondo è chiamato non solo a risollevare il nome di un'intera serie, ma anche a cancellare ogni traccia di mediocrità che negli ultimi anni si era depositata sul logo Bioware. Compiti (o quest, nel caso di Dragon Age) ripidi come l'Everest, che entrambi hanno affrontato con la grinta e il coraggio di un leone. La risposta infatti è stata radicale, scioccante come solo così doveva essere, una risposta che meriterebbe però molta più attenzione di quanto Inquisition e Isolation (c'è addirittura questa particolare assonanza del titolo...) siano mai riusciti a catturare. Il danno fatto dai prequel è tutto lì, visibile addirittura ad occhio nudo: tra le Top10 di ieri, dove Dragon Age è sempre stato presente e ben oltre i giorni di lancio, e quelle di oggi, dove Dragon Age: Inquisition non si è fatto quasi mai vedere. Lo stesso o quasi è accaduto ad Alien: Isolation. il gioco Creative Assembly si è dovuto accontentare di fugaci apparizioni in bassa classifica, mentre Colonial Marines debuttò in alcuni paesi addirittura al primo posto e nonostante le pessime recensioni. Ingiustizie che noi oggi abbiamo deciso di vendicare, tornando a parlare e a sparlare dei due giochi più sorprendenti del 2014, i due coraggiosi che in un sol colpo ci hanno fatto dimenticare tutti i peccati commessi in passato.

L'alieno che ti stringe (letteralmente) il cuore

Per Alien: Isolation la situazione era davvero nera. La conferma ce la fornisce direttamente il gameplay del gioco Creative Assembly. Isolation è un titolo radicale e che lungo la sua estenuante campagna non scende mai a compromessi. Per dare l'ok a un gioco ad alto budget e dalle simili premesse bisogna essere pazzi, coraggiosissimi o disperati: e Sega era disperata, con in tasca una licenza già pagata e già subito bruciata. La via d'uscita ha preso la forma del miglior gioco dedicato all'universo creato da H.R.Giger e Ridley Scott di sempre, quello che per molti è un vero e proprio sogno che si trasforma in realtà. Alien: Isolation torna sul luogo del delitto con una cura e un rispetto per l'opera originale che non ci aspettavamo più di vedere al cinema, figuratevi in un videogioco. Nella sua lunga ed estenuante campagna, Alien: Isolation trascina il giocatore tra iconici set e momenti di vero terrore, sguinzagliandogli dietro una delle creature più spaventose della storia. E l'alieno di Isolation, proprio come quello cinematografico del 1979, è una vera e propria rivoluzione, che in questo caso rende di colpo ogni stealth game più vecchio.

Fino a oggi per vincere il genere eravamo chiamati a utilizzare dozzine di strumenti tecnologici per confondere ulteriormente gli stupidi avversari, imprigionati nelle loro ronde sempre uguali, finestre di tempo fin troppo chiare da sfruttare al millimetro per passare inosservati. Nel gioco Creative Assembly le regole che avevamo imparato a dominare sono state stravolte per sempre, e adesso l'unico vero nemico è dotato di una vera e propria intelligenza artificiale, capace di apprendere dalle strategie del giocatore e di girovagare liberamente per i livelli, in permanente caccia dei sopravvissuti alla deriva spaziale nell'enorme base commerciale Sevastapol. Con gli unici limiti imposti non dalla tecnica, ma dal gameplay (d'altronde un gioco deve essere anche divertente e dare al protagonista/giocatore delle chance di vittoria), l'alieno di Alien: Isolation è un avversario come non ne avrete mai affrontati nella vostra vita.

Mentre sperimentavamo Sevastapol, sopraffatti dalle emozioni, scuotevamo la testa davanti ai pareri di molti professionisti che sembrano non avere nessuna voglia di capire dove Creative Assembly voleva andare a parare. Alien: Isolation è un gioco che non ti fa mai stare tranquillo, dove ogni passo è una scommessa, e questo può renderlo indigesto per chi non ama fare la preda ma preferisce cacciare, ma al contrario di quel che si dice in giro questo gioco non è più difficile di tanti altri, e soprattutto non è mai ingiusto nei confronti del giocatore. Se muori è solo colpa tua che non sei stato abbastanza attento, o probabilmente non hai prestato attenzione ai rumori circostanti... ecco, Alien: Isolation è un capolavoro anche perché è uno dei pochi giochi che sfrutta il sonoro per renderlo parte integrante dell'arsenale in tasca al giocatore.

Ascoltare è essenziale, per capire dove si trova l'alieno, per capire la direzione in cui si trova la prossima stazione di salvataggio, e naturalmente per immergersi in un atmosfera che non ha rivali. D'altronde, con il Novecento sempre più lontano, il futuro analogico di Alien diventa anno dopo anno più affascinante: ogni tecnologia che appare nel gioco ha funzioni più avanzate della tecnologia moderna, eppure funziona con cicalini, stantuffi e telescriventi, per un effetto straniante estremamente efficace anche sulle nuove generazioni. Bisogna ammettere che fino al quarto capitolo, ovvero fino a quando Alien: Isolation non inizia davvero, Creative Assembly ha commesso degli errori macroscopici, che culminano con un primo incontro con degli essere umani ostili pesantemente scriptato e anche per questo decisamente poco rappresentativo del gioco che verrà.
Bisogna superarlo a cuor leggero, chiudere un occhio e tirare avanti, e non dovete certo farlo per gli sviluppatori, o per noi, ma solo perché ne vale davvero la pena. Peccato che probabilmente Creative Assembly non avrà una seconda opportunità: sarebbe stato fantastico affrontare l'orrore ancora una volta e con la stessa passione, magari seguendo le orme action di Ridley Scott, per uno Scontro Finale che ci fa venire la pelle d'oca anche solo a pensarci.

Una Bioware così non si vedeva da anni

La più recente serie fantasy di Bioware ha vissuto una profonda crisi di identità fin dal primo gioco. Se Origins ha cercato un ritorno al classico senza mai davvero riuscirci, Dragon Age 2 ha profondamente deluso gli appassionati senza trovarne di nuovi lungo il cammino. Due colpi che avrebbero steso qualsiasi software house; ma non Bioware, che invece si è rimboccata le maniche rispondendo a chi la dava per spacciata con un titolo pantagruelico, un buco nero che risucchia tutti i trend più recenti per riplasmarli in un'unica abnorme avventura. Come Alien: Isolation, anche Dragon Age: Inquisition non è come inizialmente appare. Il guaio è che al contrario del titolo Creative Assembly, Inquisition lascia il giocatore completamente in balia di se stesso senza mai delineare nero su bianco una direzione da seguire. Non a caso il meme più famoso prende di mira proprio quei giocatori che dopo venti ore passate col pad in mano ancora non hanno mai lasciato Le Terre di Mezzo, la prima enorme area messa a disposizione in Inquisition.
In realtà, essendo a capo di un istituzione che vuole proteggere l'umanità stravolgendo anche l'ordine mondiale, ve la godrete molto di più tornando spesso in una delle spettacolari (non a caso...) basi che il gioco mette a disposizione, in cui riflettere al sicuro sul da farsi e per gestire eserciti e intelligence tramite il tavolo della guerra, che vi darà modo di sbloccare tra le altre cose nuove aree e nuove quest. Per una volta vi conviene insomma mettere da parte le vostre manie di completamento e sottostare al genere, che in pratica significa rilassarsi e giocare davvero di ruolo (tanto poi nelle Terre di Mezzo potrete tornarci tutte le volte che vorrete).

Capito in che modo “leggere” quest'ultima fatica Bioware, si possono finalmente apprezzare tutti i passi avanti che la software house è riuscita a compiere in un solo gioco. In fin dei conti, se ci pensate, la struttura dei titoli Bioware è rimasta quasi immutata dal 2002, da quanto Neverwinter Nights tracciò la linea, con le sue aree di gioco a tenuta stagna, con gli elementi del party che a turno si trasformano in quest... il risultato è che tra Kotor e Mass Effect, senza farsi ingannare dal primo Mako che passa, la differenza è molto più labile di quanto può a prima vista sembrare. Dragon Age: Inquisition scardina finalmente questa gabbia, concedendosi un evoluzione magari non perfetta, ma che per gli appassionati della software house canadese rappresentano una graditissima boccata d'aria. Sì, le colonne portanti rimangono lì al loro posto (meno male!), ma questa volta sono immerse in una struttura dal respiro ben più ampio, in cui finalmente c'è un epicentro degno di questo nome attorno a cui orbitare.

E per quanto la grafica, come si usa dire, sia meno importante del gameplay, anche in questo frangente Bioware ha fatto l'impossibile, creando per la prima volta non solo degli ambienti credibili, ma studiati in modo che l'orizzonte non sia mai completamente bloccato, in modo da stuzzicare la curiosità a farci compiere sempre e comunque quel passo in più, per girare l'angolo, guardare oltre, scoprire qualcosa di nuovo. Contenuti su contenuti, alcuni magari meno preziosi di altri (c'è anche una buona dose di fetch quest, ma completamente opzionali) ma sempre perfettamente incastonati nella trama, nell'ambientazione, nelle storie di ciascun personaggio. E poi ci sono dettagli che non sono affatto dettagli: là dove Inquisition ci illumina di fiaccole e speranze, utilizzando una canzone composta di magia per riscaldare i cuori dei sopravvissuti alla battaglia; là dove Inquisition ci mette al comando di una delle fortezze più sbalorditive di sempre; là dove Inquisition si premura di raccontare cose su cui altri giochi taglierebbero corto.

Forse il suo canovaccio narrativo, così intriso di politica e dettagli, potrà annoiare alcuni, ma per altri sarà finalmente un vero ritorno al passato, quando non esisteva l'obbligo al doppiaggio e si poteva scrivere dialoghi degni di questo nome, in cui perdercisi per ore ed ore con lo stesso trasporto con cui di solito si affrontano le più lunghe ed estenuanti battaglie. Dicevamo, Inquisition non sarà perfetto, le missioni principali avrebbero potuto essere di più e manca una vera e propria città, ma tra un The Witcher e un The Elder Scrolls, Bioware ha finalmente ritrovato il suo posto.