Sherlock Holmes: dai libri ai videogiochi

A 130 anni dal suo esordio letterario, ripercorriamo i tratti della personalità di Sherlock Holmes nel mondo del cinema, delle serie tv e dei videogiochi.

speciale Sherlock Holmes: dai libri ai videogiochi
Articolo a cura di
Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Era il 1887, e nella Londra della regina Vittoria fu pubblicato Uno studio in rosso, primo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle in cui venivano narrate le avventure investigative del grande Sherlock Holmes: nacque così un fenomeno che avrebbe cambiato per sempre la storia della letteratura poliziesca. Un successo spropositato e soverchiante, a causa del quale il "personaggio" ha finito per prendere il sopravvento sull'"autore": oberato dalla troppa popolarità dell'investigatore, Doyle ha provato ingenuamente a farlo uscire di scena nel racconto L'ultima avventura. Ma è stato tutto inutile: le proteste del nutrito pubblico di lettori hanno costretto lo scrittore a riportare in vita il suo eroe, un po' come avviene nei comics americani. Sherlock Holmes non può essere ucciso. Sherlock Holmes è immortale. Lo dimostra oltre un secolo di trasposizioni letterarie, teatrali, cinematografiche, televisive e videoludiche che lo hanno visto protagonista: una mole incalcolabile di racconti, film e giochi interattivi che ha mostrato tasselli sempre nuovi, vari e differenti della personalità del più grande detective d'Inghilterra. Ecco perché, dopo 130 anni esatti dalla sua nascita, riuscire a ricostruire, secondo tratti ben determinati, il suo ricco e complesso identikit non è affatto un'impresa "elementare".

Dalla penna allo schermo

Problematico, asociale, tossicodipendente e piuttosto ignorante, il "primo" Sherlock Holmes, come descritto da Conan Doyle, è abbastanza differente dall'iconografia tipificata che abbiamo imparato a conoscere sul piccolo e grande schermo nel corso del 1900. Il "consulente investigativo" squisitamente british rappresenta, infatti, una versione edulcorata del carattere originale dello Sherlock tratteggiato all'interno dei romanzi d'esordio: ma è in questo modo, con il deerstalker e la pipa, che il personaggio è entrato di peso nell'immaginario collettivo, tanto da divenire una maschera indelebile e predominante che ha influenzato, sotto certi aspetti, persino la sua controparte cartacea.

In Uno studio in rosso, del resto, il dr. Watson descrive il suo coinquilino come un uomo d'azione, abilissimo pugile e schermidore, seppure completamente a corto delle nozioni basilari di letteratura, politica ed astronomia. Un individuo fuori dal tempo per quanto concerne la cultura generale, ma straordinariamente intuitivo, brillante, intelligente, esperto di chimica e botanica, nonché - in particolar modo - di cronaca nera. Misogino e poco incline alla compagnia delle persone che, solitamente, reputa a lui inferiori (quindi buona parte - se non la maggior parte - della razza umana), Sherlock è anche un uomo che non disdegna l'uso della cocaina ("una soluzione del sette per cento") e della morfina, sostanze che lo aiutano ad "alleviare" la noia nei periodi di nullafacenza e tengono impegnata la sua fervida mente quando non è al lavoro su qualche caso più complesso del solito. Simili sfumature comportamentali, alcune delle quali decisamente "estreme" per i tempi, sono state alleggerite col passaggio dalla carta alla celluloide: nelle numerose produzioni televisive e cinematografiche che hanno scandito il secolo scorso, Holmes ha assunto un'immagine più rigorosa ed elegante, specialmente nell'interpretazione di Basil Rathbone, l'attore che forse più di tutti ha legato il suo nome a quello del grande investigatore di Baker Street.

Questa canonizzazione del personaggio deriva altresì da una modifica che, pian piano, ha accompagnato finanche la scrittura di Conan Doyle, il quale ha smussato, racconto dopo racconto, gli spigoli della sua creatura più famosa, rendendola maggiormente colta e sempre meno soggetta allo sfruttamento di droghe per fini ricreativi. Dinanzi ad uno Sherlock Holmes ormai mitizzato dalla raffigurazione di Rathbone, la versione "cool" e "pulp" di Guy Ritchie equivale pertanto ad un significativo punto di rottura con la tradizione. Nei panni di Robert Downey Jr. il detective ritrova in parte la sua primordiale "vivacità", che viene tuttavia elevata verso un eccesso di goliardia e rozzezza, in una piacevole "rivisitazione" del mito originale che recupera qualche dettaglio del passato letterario e lo declina in toni più moderni e istrionici. Da questo punto di vista, allora, l'"ultimo" Sherlock televisivo dalle fattezze di Benedict Cumberbatch si pone in una via di mezzo tra i due poli suddetti: per quanto ricchissimo di elementi caratteriali unici e personali, l'Holmes della BBC è da una parte un rimando alla misoginia e all'alterità delle origini su carta, con un accento ben marcato sull'abuso di "stimolanti", dall'altra è un'apertura (meno vigorosa e più sottile rispetto a quella di Downey Jr.) al lato "umano" del personaggio, alla sua fallibilità, al suo senso di inadeguatezza e di solitudine emotiva.

La quarta stagione di un serial tutto sommato efficace (nonostante alcune cadute di stile sul fronte della sceneggiatura) apre le porte ad un'atmosfera più oscura e cattiva, ad un viaggio in profondità nella mente del protagonista (già iniziata con il sottovalutato L'abominevole sposa), lasciando dunque presagire la rappresentazione di uno Sherlock Holmes in lotta coi suoi demoni interiori (ed esteriori). Una visione più romantica e tormentata di quella cui siamo abituati, e della quale abbiamo già avuto un agrodolce assaggio nel delicato, malinconico e crepuscolare Mr. Holmes di un sempre impeccabile Sir Ian McKellen.

I mille volti di Sherlock Holmes

L'inquilino di del 221B di Baker Street è stato immortalato innumerevoli volte non solo su pellicola, ma anche in formato virtuale: quasi non si contano difatti le trasposizioni videoludiche dedicate alla figura di Sherlock Holmes, tra le quali andrebbe ricordata, per qualità e quantità, almeno la serie di avventure grafiche ad opera dello studio Frogwares.

Il team ucraino ha iniziato la sua decennale carriera nel 2002, dedicandosi alle versioni interattive dei casi con protagonista il celebre investigatore: in Sherlock Holmes: il mistero della mummia il volto del personaggio principale ricorda vagamente i lineamenti somatici dell'attore Jeremy Brett, famoso soprattutto per aver interpretato il detective in molti film televisivi intorno agli anni '80 e ‘90. In Sherlock Holmes: l'orecchino d'argento, invece, il volto del personaggio principale muta nuovamente aspetto: diviene più affusolato e spigoloso, meno crucciato e più signorile. Il suo design rimarrà pressoché invariato fino a Crimes & Punishments, capitolo di svolta per l'intera serie, che ha introdotto la possibilità di influenzare l'andamento delle indagini attraverso un interessante sistema di scelte morali. È qui che Sherlock acquisisce il suo tipico sguardo "acuto e penetrante", quel naso aquilino che "conferiva alla sua espressione un'aria vigile e decisa", ed infine il suo mento "prominente e squadrato": estremamente simile, dunque, al profilo del personaggio dipinto da Watson in Uno studio in rosso.

Al di là della semplice descrizione estetica, tuttavia, nella lista di episodi made in Frogwares non è difficile notare un certo "immobilismo" caratteriale di Sherlock, sempre inquadrato in quei canoni rigorosi e manieristici che hanno accompagnato la sua personalità sia al cinema sia in televisione: coraggioso, acuto, un po' spocchioso, ma comunque raffinato e integerrimo. Un piccolo, eppure percettibile segno di cambiamento inizia ad intravedersi in Il testamento di Sherlock Holmes, quello che è tutt'oggi considerato dagli appassionati uno dei migliori titoli su licenza tratti dalle opere di Conan Doyle. Il gioco vede il detective confrontarsi con la sua nemesi per eccellenza, il prof. Moriarty: senza rischiare di incappare in spoiler mortali, basti sapere che sul finale dell'avventura cominciano a palesarsi le inedite avvisaglie di uno scavo psicologico nel cuore e nel cervello di Holmes. Si tratta del primo episodio dell'antologia che ha il coraggio di inscenare le sfumature sentimentali di un personaggio altrimenti fin troppo cristallizzato: cenni d'emotività che si concretizzeranno, guarda caso, nel già citato Crimes & Punishments, in cui ci verrà data l'opportunità di plasmare (parzialmente) l'indole di Sherlock proprio tramite l'assolvimento o la condanna di un sospettato.

"I am SherLocked"

Ben malvagio dev'essere l'uomo che non abbia una donna che lo pianga - Il mastino dei Baskerville
E quindi anche Sherlock Holmes dev'essere un uomo ben malvagio, poiché non sembra avere accanto una donna che lo pianga, quantomeno all'interno delle sue peripezie cartacee e videoludiche. Per sfatare questo mito, allora, Frogwares ha ben pensato di recuperare ed ampliare in The Devil's Daughter (l'ultima incarnazione della sua saga più importante) un tema già introdotto in Il testamento di Sherlock Holmes: la presenza di Kate, adorata figlia adottiva del protagonista.

The Devil's Daughter è un episodio ardimentoso, il primo passo verso un personaggio delineato con maggior cura e "realismo". Il cambiamento radicale della fisionomia di Holmes, più giovane, più attraente e meno imbolsito, non è rivolto soltanto a un ammodernamento del design, sulla scia delle recenti reinterpretazioni filmiche o seriali, ma altresì - e soprattutto - ad una maggiore introspezione psicologica: persa la rigidezza da signorotto inglese, questo Sherlock è più scapigliato, più tormentato, più "vivo". Una mutazione che non è certo radicale né repentina, ma che ci viene suggerita a piccole dosi, indagine dopo indagine, indizio dopo indizio, fino ad una conclusione di inaspettata intensità. La ragione di una simile trasformazione non poteva che essere una donna: una bambina, nello specifico, simbolo d'innocenza e amore incondizionato. Lontana, insomma, da qualsivoglia fervore sessuale. Sin dalle sue prime apparizioni nelle pagine di Conan Doyle, Sherlock - non a caso - non ha mai mostrato il minimo segno d'interesse nei riguardi di nessun esponente del sesso femminile. Se si esclude Irene Adler, certo. Lei, "La donna", come ama definirla Holmes, l'unica e sola che è stata in grado di beffarlo, motivo per il quale il detective nutre nei suoi riguardi una profonda ed imperitura ammirazione.

Sebbene compaia soltanto nel racconto Uno scandalo in Boemia, la sua personalità ha colpito così tanto la fantasia dei lettori da essere legata per sempre a quella del protagonista. Sembra proprio che, al cinema come in televisione, la dimensione più intima di Sherlock debba necessariamente fare i conti con l'immagine di una fanciulla: è così per Robert Downey Jr. e la Adler di Rachel McAdams; e lo stesso vale per Benedict Cumberbatch e la sensuale Irene impersonata da Lara Pulver. Nel serial Sherlock, inoltre, come abbiamo potuto comprendere dalle ultime puntate della terza stagione e dalla prima della quarta, gran parte della ritrovata umanità del protagonista dipende ancora una volta dall'affetto (non passionale, sia chiaro) che prova nei riguardi di un'altra donna, Mary Watson, moglie del caro, fedele John Watson. Quale evoluzione dovremo aspettarci, dunque, dai prossimi capitoli della saga Frogwares, nel caso in cui il team decida di proseguire lungo la strada intrapresa con The Devil's Daughter? La volontà di proporre uno Sherlock "diverso" e passionale, un personaggio più maturo e sofferto rispetto a quello delle restanti produzioni videoludiche, forse passerà di nuovo attraverso il rapporto conflittuale con una donna che sappia tener pienamente testa sia alla sua mente sia alle sue pulsioni. E chissà che - presto o tardi - anche Sherlock Holmes non finisca per "implorare pietà". "Due volte". Non crede, miss. Adler?