Top 5: i migliori videogiochi tra il macabro ed il fiabesco

In occasione dell'uscita di Little Nightmares, abbiamo deciso di stilare una top 5 dei migliori titoli che mescolano lo stile macabro con quello fiabesco.

speciale Top 5: i migliori videogiochi tra il macabro ed il fiabesco
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
Giuseppe Arace Giuseppe Arace ha iniziato a venerare i videogiochi e il cinema quando, a soli 4 anni, è rimasto folgorato dalla schermata d’avvio del Sega Mega Drive e dai titoli di testa di Toy Story. Nato con un pad tra le braccia, vorrebbe morire con un Oscar. Non ama molto i social network e bazzica raramente solo su Google Plus.

Little Nightmares - il nuovo, sorprendente lavoro di Tarsier Studios - può essere paragonato ad un "piccolo incubo" che, in piena notte, ci sveglia di soprassalto: inaspettato, ansiogeno ed inquietante, ma altresì evanescente e fugace, che fatica quindi a rimanere impresso - al risveglio - nella nostra mente. Al netto di qualche ingenuità ludica, aggirarsi silenziosamente lungo i funesti corridoi del The Maw, misterioso ed agghiacciante complesso sottomarino, è un'esperienza che, in fin dei conti, merita di essere vissuta senza alcun indugio, in virtù di una cornice stilistica estrosa ed appariscente. È indubbiamente l'ottima direzione artistica il vero punto di forza di questo delizioso puzzle-platform, in cui un'ispirazione visiva di stampo quasi "burtoniano" dà vita ad un'atmosfera a metà tra una delicata favola nera e l'horror game. Dopo essere stati incantati e turbati da Little Nightmares, abbiamo deciso allora di stilare una breve lista di tutti quei prodotti che - al pari del titolo distribuito da Bandai-Namco - riescono a coniugare nel migliore dei modi il gusto per il macabro con un dolce tono fiabesco.
Quella che state per leggere è la nostra personalissima Top 5: non esitate a farci sapere, nei commenti, quali sono, invece, le vostre preferenze.

Alice: Madness Returns

Correva l'anno 2000 quando American McGee presentò al mondo videoludico la sua versione, deviata e perversa, di Alice nel Paese delle Meraviglie. Lo stesso, inimitabile guizzo artistico, che mescola fiaba e terrore, venne riproposto anche undici anni dopo con Madness Returns, un prodotto che - sebbene non brilli di certo sul fronte del mero gameplay - mantiene comunque inalterato tutto il fascino contorto e maligno del predecessore. McGee ci conduce in un "lucido" viaggio a perdifiato nella follia, tramutando il capolavoro di Carroll in un concentrato di orrore fiabesco: Wonderland è allo stesso tempo il rifugio sereno di una mente malata ed il parto immaginifico di una psicosi apparentemente inguaribile. Il cromatismo acceso e ameno di alcuni paesaggi da sogno si ibrida così ad una brutalità impietosa, in cui il sangue schizza senza indugio sui fiori multicolori, e dove la vivacità dei mondi onirici si contrappone allo spento, cinereo grigiore della "reale" Londra vittoriana. La stilizzazione visiva delle cutscene è poi acuita da un uso perfettamente oculato del gore, che unisce la delicatezza del tratto "cartoon" con l'inquietudine generata da un disturbo psichico. In fondo, Madness Returns è - a suo modo - una triste favola sulla pazzia.

The misadventures of P.B. Winterbottom

Anche quella del paffuto ladro-gentiluomo P.B. Winterbottom è un breve cammino, grottesco e umoristico, lungo i controversi reami di una follia. È un insaziabile desiderio di gola a guidare le gesta del protagonista, tutto baffi, naso e bombetta, che arriverà persino a distorcere il tempo pur di acciuffare le torte che tanto brama. Ad una prima occhiata, The Misadventures of P.B. Winterbottom appare come un semplice puzzle platform surreale e intriso di humor nero: eppure, nella sua eccellente art design, potrebbe nascondersi la chiave di volta per decifrare (o semplicemente "interpretare") in modo alternativo le azioni del nostro ladro di dolciumi. La narrazione è condotta con un'estetica che ricorda a chiare lettere quella delle pellicole mute del primo novecento, in bianco e nero, inframmezzata da rapide didascalie (in rima, per giunta) che scandiscono l'incedere con un ritmo tipico delle filastrocche per bambini. Accanto ad uno stile caricaturale trova spazio un'architettura deforme e ricurva: Winterbottom si muove in ambienti innaturali e sproporzionati, che lasciano trasparire un possibile significato simbolico. Un simile escamotage visivo, ad esempio, era stato usato nel film Il gabinetto del dottor Caligari (caposaldo dell'espressionismo tedesco) per rappresentare - tramite scenografie irrealistiche e visionarie - la concreta manifestazione di uno squilibrio mentale. Allora ci dica, mister Winterbottom:
queste somiglianze,
presunte o reali,
queste stravaganze,
son solo casuali?

The Binding of Isaac

È difficile riuscire ad immaginare un prodotto dotato della stessa, minacciosa prepotenza visiva di The Binding of Isaac. Questo perché il gioco di Edmund McMillen (acclamatissimo autore di Super Meat Boy) è sorretto da una direzione artistica strepitosamente conturbante che, a fronte di un comparto grafico dal piglio fanciullesco, riesce a mettere in scena un orrore atavico, profondo, indelebile. Le peripezie di Isaac, in fuga dalla madre assassina, assumono così i connotati di un'illustrazione infantile, con profili tondeggianti, ambienti minimalisti e creature che assomigliano ad orripilanti scarabocchi. Peccato però che The Binding of Isaac sia un disegno realizzato da un bambino con profondi disagi fisici e psicologici, martoriato da una situazione famigliare non proprio idilliaca. Proseguire nella discesa agli inferi del piccolo protagonista trasmette allora un miscuglio piuttosto straniante di emozioni, in cui la repulsione e la tristezza (per sconfiggere i nemici, infatti, dovremo utilizzare le lacrime di un Isaac visibilmente spaventato) si alternano ad un senso di crudele ironia, suscitata dal look, buffo e cartoonesco, dei mostri che popolano i dungeon. In tal modo, tra iconografie di matrice cristiana, dissacrazioni caricaturali della religiosità e traumi viscerali, l'ultima, spietata opera di McMillen diviene la rappresentazione videoludica di un incubo sognato in tenera età.

Don't Starve

C'è un po' di Tim Burton, in Don't Starve: il guizzo dark e gotico delle prime produzioni del regista, l'inquietudine - tenera e spaventosa allo stesso tempo - che serpeggia in ogni pennellata ed il design sopra le righe delle creature, che ricorda alla lontana i personaggi di Vincent e Nightmare Before Christmas. Visivamente, quindi, Don't Starve ha ben poco da invidiare ad un film d'animazione: l'universo di gioco che inscena è inoltre in grado di incutere un forte senso di ansia e trepidazione, acuito dalla necessità di procacciarci un buon quantitativo di risorse per poter sopravvivere alle insidie in cui ci imbatteremo. I colori smunti, l'estetica cadaverica ed una generale sensazione di pericolo contribuiscono a creare un'atmosfera velenosa e letale, in perfetta simbiosi con la natura roguelike del gioco. Tutto, in Don't Starve, è avvolto dal penetrante odore della morte: il gameplay - che si basa (come la insegna la tradizione di genere) sul valore pedagogico dell'errore - trova pertanto un adeguato supporto in una direzione artistica di mortifera bellezza.

Little Inferno

Little Inferno è probabilmente uno dei giochi più angoscianti di sempre. Dietro al paravento, innocente e spensierato, del suo corredo estetico, l'opera cela segreti ignobili ed indicibili, criptici ed ermetici, che si manifestano soltanto agli occhi di quei giocatori che non temono di tuffarsi tra le fiamme di una narrativa "infernale". L'atto stesso del bruciare, nei panni di un pargoletto, i nostri giocattoli, per alimentare il fuoco di un camino e riscaldarci così dal gelo del mondo esterno, assume molto presto connotati profondamente simbolici. La cancellazione di un'infanzia che, ormai, non possiede più alcun valore, tuttavia, in Little Inferno è comunicata attraverso toni - a prima vista - leggeri e scanzonati: i bambini protagonisti, non a caso, ci vengono presentati con un aspetto giocoso e stralunato, con occhioni enormi ed espressivi, simili a quelli di un ritratto puerile. Poco alla volta, però, la maschera della (finta) felicità si sfalda, mostrando un lato torbido e malefico: in Little Inferno, più che in ogni altro prodotto qui analizzato, il macabro si confonde con un'ingenuità fanciullesca e candida, che trova compimento in un finale intriso di malinconica poesia.

Special Guest: MediEvil

La nostra carrellata non poteva che concludersi con l'intramontabile MediEvil, indiscusso capolavoro di stile che seppe conquistare, ai tempi della prima PlayStation, una vastissima platea di estimatori. Grazie al suo appeal visivo, che centrifugava l'immaginario medievale con un saporitissimo retrogusto orrorifico, l'epopea di Sir Daniel Fortesque si è trasformata, negli anni, in una vera e propria leggenda. Il suo magnifico black humor, il suo tocco esagerato e parodistico, il suo mood oscuro e spassoso: sono tutti elementi che caratterizzano un action-platform davvero irresistibile, popolato da personaggi surreali e terrificanti, burleschi e raccapriccianti. MediEvil è una summa interattiva degli stilemi tipici del genere horror, dagli zombie alle mummie, dai folletti ai ghoul, declinati con una verve ironica e scacciapensieri. Il poema cavalleresco acquisisce così le tonalità dark della narrativa gotica, creando un amalgama che forse, ancora oggi, non è stato mai del tutto eguagliato.

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