
Come inscenare un'opera interamente incentrata sull'interrogativo senza svelarne i trucchi? In che modo somministrare la verità senza che questa venga data per scontata? E, ancor più difficile, come spiegare in maniera tridimensionale una storia inizialmente rappresentata nella statica scena teatrale?
John Patrick Shanley non solo trova una soluzione a ogni interrogativo ma si dimostra un abile narratore, capace di gestire razionalità e sentimento con una raffinatezza d'altri tempi. Rigide scelte di regia come gli impercettibili movimenti di camera durante i dialoghi vengono contrapposti a inquadrature statiche, per scindere visivamente insicurezza e certezza. L'accompagnamento sonoro di
Howard Shore scivola nell'ambiguità, in un crescendo di emozioni contrastanti, in parallelo con la narrazione - valorizzata una sceneggiatura solida e illuminante. Tra richiami istintivi e onirici - splendido il messaggio figurativo delle piume - i personaggi si insidiano nei confini storici dell'incessante lotta tra fede e razionalità; tutto all'indomani dell'assassinio del presidente Kennedy, nel pieno fluire della liberazione sessuale e due anni dopo l'apertura del Concilio Vaticano II da parte di Papa Giovanni XXIII, che aveva portato a una serie di riforme per avvicinare alla Chiesa i fedeli - i quali andavano via via allontanandosi a favore della modernità di pensiero. In questo intricato schema riflessivo, assurgono chiaramente gli attori, rappresentati da
Philip Seymour Hoffman nella parte del prete Flynn, il quale combatte la discriminazione razziale sostenendo il piccolo Miller e difendendosi dalle accuse;
Meryl Streep, in un ruolo non nuovo ma incredibilmente aderente alla sua presenza scenica e
Viola Devis, una madre preoccupata dei propri diritti tanto da mettere in discussione gli effetti. La stupenda
Amy Adams è invece l'anello di congiunzione tra Flynn e Aloysius Beauvier: la sua insicurezza è la certezza di chi non crede nell'apparenza.
Per molti registi/sceneggiatori è necessario scrivere un film con l'intenzione di lanciare una domanda alla quale risponderà nel finale. Per Shanley è essenziale porla senza tuttavia manifestare certezze di alcun tipo. Si consuma così la lotta tra chi custodisce gelosamente la proprio devozione alla professione e chi, contrariamente dalla sua vocazione, pretende di vedere la luce anche di notte.
Il dubbio rimane, soprattutto allo spettatore.
“Mi sentivo circondato da una società che sembrava sicurissima di alcune cose. Tutti avevano un'opinione precisa, ma non c'era un vero scambio e se qualcuno diceva 'non lo so', era come se dovesse essere mandato a morte nel Colosseo dei media. C'era questa maschera di certezza nella nostra società che io ho visto aumentare a tal punto da sviluppare una crepa, ossia Il dubbio.”[John Patrick Shanley]