My son, My son, what have ye done? > Recensione
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My son, My son, what have ye done? - Recensione

Inviato il 03/09/2010 da Elena Pedoto
Liberamente ispirato a una storia vera, e presentato lo scorso anno al festival di Venezia (primo caso assoluto nella storia del Festival in cui lo stesso regista - Werner Herzog per l'appunto - abbia partecipato con due film), My son, My son, What have you done, ha calamitato fin da subito l'attenzione di cinefili e spettatori più accorti. Il motivo di questo elevato interesse nei confronti dell'opera è presto spiegato: si tratta di un lavoro a quattro mani, mani fatate del cinema oseremmo dire, appartenenti a due dei cineasti più floridamente creativi e amati del cinema contemporaneo: David Lynch e Werner Herzog. In effetti è necessaria una specifica, nel senso che la presenza del visionario Lynch è qui limitata solo al comparto produttivo, anche se la sua influenza è permeante, mentre la componente prettamente artistica è totalmente affidata al regista tedesco, che firma sceneggiatura (insieme a Herbert Golder) e regia. La combinazione astrale tra la magia avvolgente del cinema lynchiano e la meta-realtà strisciante del cinema herzogiano, fanno di questo lavoro un ircocervo esplorativo ai confini della ragione.
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Tutto il mondo mi sta guardando
My Son, My Son, What Have Ye Done - recensione - Cinema Brad McCullum (Michael Shannon) è un ragazzo apparentemente ordinario, con una bella fidanzata e una passione per il teatro. In realtà il suo corpo è un vaso di pandora che racchiude angosce e psicosi umane pronte a liberarsi per travolgere se stesso e gli altri. Soffocato da una madre a dir poco morbosa (una incalzante Grace Zabriskie di Lynchiana memoria) e mancante di una figura paterna, il suo io ha inglobato dei vuoti che sono stati pian piano colmati da una pericolosa follia in nuce, destinata a esplodere in seguito a un evento catartico, che si rivelerà essere un viaggio in Perù durante il quale tutti i suoi amici moriranno nel tentativo di scendere le rapide. Lui solo si salverà, folgorato da un momento di divina simbiosi, decidendo di non prendere parte all'impresa. Al suo ritorno né la fidanzata Ingrid (Chloe Sevigny) né il suo insegnante di teatro (Lee Meyers) riusciranno a placare le sue s(manie) di grandezza, e il soggiacente delirio psico-religioso che ormai lo tiene in pugno. La tragedia greca, ovvero l'Elettra di Sofocle, alla quale avrebbe dovuto (i suoi comportamenti hanno costretto l'insegnante a esonerarlo) prendere parte nei panni del matricida Oreste, sarà per lui una finzione ispiratrice, che lo indurrà a riproporre nella realtà lo stesso tragico omicidio, complice una spada orientale prestatagli da uno squinternato zio per inscenare il dramma sofocleo. A fattaccio compiuto, mentre lui è barricato in casa con due ostaggi, e la madre giace esanime in una pozza di sangue, di fuori il detective Havenhurst (Willem Dafoe) cercherà di ricostruire, attraverso le memorie-flashback di fidanzata e insegnante di teatro, l'iter psicologico che ha condotto Brad negli inferi della sua mente, spingendolo a un gesto tanto folle ed estremo, che lo ha riportato al centro della (sua) scena, nell'ORA in cui tutto il mondo lo guarda.
Tra realtà e allucinazione
My Son, My Son, What Have Ye Done - recensione - Cinema "Volevo realizzare un film dell'orrore senza il sangue, le seghe elettriche e le scene cruente, ma con una strana paura anonima che striscia piano sotto la pelle", ha dichiarato Werner Herzog, in merito agli intenti di questo film che potremmo definire un dramma psicologico dalle sfumature psichedeliche. Lattine d'avena con l'effigie del volto di Dio, pennuti che fanno incursione (come gli struzzi che mangiano occhiali) monopolizzando la scena grazie ai bizzarri aneddoti raccontati da uno zio pazzoide (l'altro lynchiano Brad Dourif), nani (altro topos molto caro sia a Lynch sia a Herzog) che cavalcano cavalli e sono rincorsi da galli giganti, fenicotteri rosa che permeano l'intera vita di Brad, sottoforma di animali veri o posticci, creature che lui chiama aquile mascherate da drag queen. Questa invadente presenza della Natura, che Herzog vede come una forza suprema e incontrastabile, spesso simbolicamente incarnata dalla dirompente energia racchiusa nella foresta pluviale del Perù (che ritroviamo anche in altri suoi film), è un tema molto caro a Herzog, che si combina con quello dell'uomo che "piange da un occhio solo", ovvero sempre in bilico tra realtà e allucinazione, raziocinio e follia, una linea sottile che questo film sembra tratteggiare con disincantata sobrietà, complice il contrappunto melodico del bravissimo Ernst Reijseger. Uomini che Herzog tenta di ergere a eroi dai loro mondi di soprusi e inadeguatezze: l'uomo che desidera qualcosa che non può avere, generando una tragedia, intima e reale. Il momento catartico diviene così quello della morte, non a caso nel film accompagnata da un terribile e pregnante silenzio, meta ultima della ricerca ossessiva dei propri limiti, conseguenza estrema del cul-de-sac della ragione. La scena del delitto diviene teatro di vita mentre la vita stessa è una congerie di istanti, immagini cristallizzate di un'esistenza sfuggente, che la camera si sofferma a contemplare in tre momenti chiave: la madre che costringe il figlio a mangiare una molle gelatina, Brad insieme allo zio e al nano immobili nella foresta, e un pallone da basket abbandonato al centro di un alberello spoglio, in attesa di una nuova giovinezza capace (forse) di mettere a frutto il proprio talento.
Il mantra del Razzle-Dazzle
My Son, My Son, What Have Ye Done - recensione - Cinema Si tratta di un lavoro statico, dal punto di vista formale, questo del maestro tedesco, iridescente o cupo, in cui l'azione è ferma, visto che tutto quello che doveva accadere è già accaduto in apertura di film, e l'unico movimento narrativo è quello che ci porta all'esplorazione di una mente disturbata, a metà tra la cattiveria semi-innocua de Il cattivo tenente di Nicholas Cage e la follia distruttiva del Woyzeck di Klaus Kinski, al quale l'attore Michael Shannon si avvicina con timida somiglianza, grazie a uno sguardo che cerca inquietantemente il vuoto, riuscendo a narrare un disagio esistenziale latente, alimentato dall'ossessione di circuizione: Razzle-Dazzle (Ingannali-Truffali). Uno Shannon, l'avevamo apprezzato anche in Revolutionary Road, che rimane uno dei volti di disadattati più convincenti del panorama attuale, e che funziona piuttosto bene anche nel film di Herzog, al centro di un triangolo attoriale che vede spiccare un ottimo Willem Dafoe inconsuetamente retto, e gli occhi raggelanti della Zabriskie. Meno persuasivo il personaggio di Chloe Sevigny, testimone (in)consapevole e (fin troppo) inerme di fronte alla follia del suo compagno, forse uno dei nodi più deboli del film.
Cinema di nicchia per modi e intenti, questo film dividerà soprattutto i fan di Herzog, tra quelli che lo vedranno eccelso in quanto summa dei topoi herzogiani, magicamente combinati a un tocco d’astrazione lynchiana, e quelli che lo troveranno meno trascinante e rivelatore di altri suoi lavori (come Fitzcarraldo o Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans). In entrambi i casi, si tratta di cinema dall’eloquio fine e ricercato, imperdibile se non altro per lo straordinario incontro di menti che lo ha generato. Un treno capace di attraversare i meandri del subconscio.
VOTOGLOBALE7.5

My Son, My Son, What Have Ye Done

Uscita nelle sale Italiane: 10/09/2010
Genere: Drammatico
Regia: Werner Herzog
Interpreti: Willem Dafoe, Brad Dourif, Chloë Sevigny, Udo Kier, Michael Shannon, Michael Peña, Verne Troyer, Udo Kier, Grace Zabriskie, Braden Lynch
Sceneggiatura: Werner Herzog, Herbert Golder
Nazione: U.S.A., Germania
Durata: 93 min
Produttore: David Lynch
Sito Ufficiale: Link
My Son, My Son, What Have Ye Done
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6,7
ND.
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