
Rocky, col suo sguardo spento e quell'aria riflessiva, nel 1976 ricordava al mondo quanto la vittoria non fosse poi così importante se comparata alla determinazione; alla voglia di continuare a lottare per emergere da una situazione insostenibile. Anche senza scomodare il prode Stallone, nel 1984 un giovanissimo
Ralph Macchio (facendo le dovute proporzioni del caso) seguiva alla lettera gli insegnamenti di
Pat Morita per le medesime ragioni.
Never Back Down vorrebbe ricalcare le intuizioni di tali pellicole, le quali hanno segnato e continuano a segnare diverse generazioni di adolescenti. Film semplici ma pregni di significato. La missione del regista è invece legata al mero guadagno giacché dimentica di argomentare le azioni su schermo adottando un sicuro stile da videoclip, veloce e attento a dar risalto alla fisicità dei movimenti.
Gli ingredienti sono gli stessi dei b-movie che hanno offuscato alla fine dei 90 la stella dell'action
Jean Claude Van Damme (trama fittizia, imprinting sterile), per mezzo dei quali un gruppo di ragazzi, naturalmente giovani e belli, se le danno di santa ragione perché “per essere il migliore devi battere i migliori”. In verità il dramma di fondo è presente e, se non fosse per una sceneggiatura di
Chris Hauty affrettata e superficiale, risulterebbe pure credibile, tuttavia i rapporti interpersonali non convincono neppure un po'. Così la lotta rimane l'unico motivo di interesse che rende il film più tecnico di quanto si pensi. Il sinuoso movimento di muscoli e articolazioni si fonde in azioni potenti: arti marziali miste (meglio conosciuta come MMA) attentamente coreografate svolgono gran parte del lavoro e risultano i momenti migliori. Dalla sua la regia ne esalta la bellezza e il realismo utilizzando primi piani, decine di cineprese puntate sui lottaori e sofisticate attrezzature. Il risultato è innegabilmente virulento, forte, intrigante. Perché il film diretto da
Jeff Wadlow, pur navigando nella mediocrità contenutistica, professa uno sfogo adolescenziale di rivalsa e rabbia, di sdegno e istinto che stimolerà soprattutto l'emotività delle persone deboli - sicuri che basti mettere a segno un dritto per contare qualcosa nella vita. Un inno insomma alla violenza fisica in cui non vi è alcuna morale.
Sean Faris nei panni del protagonista è convincente, perché oltre a sfoggiare un fisico asciutto e spalle robuste condisce tutto sommato la sua performance di riusciti momenti drammatici. A
Cam Gigandet (
Twilight) invece, in mancanza di una recitazione accattivante, accorre in aiuto la fisicità e i suoi particolari tratti somatici che lo rendono un cattivo tosto anche se decisamente vuoto. Sprecato il due volte candidato all'Oscar
Djimon Hounsou nel ruolo più inflazionato della storia del genere.