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Ponyo - Recensione
Inviato il 20/03/2009 da Andrea Bedeschi
L’Italia è un paese strano. Nonostante in altre nazioni socialmente (e culturalmente) più avanti di noi, si sia già riconosciuto da diverso tempo la portata artistica ed intellettuale del cinema d’animazione, nello stivale permane una certa diffidenza verso questa forma d’arte, che solo ultimamente sta cedendo grazie all’evidenza dei fatti o, peggio, delle mode festivaliere.
Hayao Miyazaki è internazionalmente riconosciuto come un Maestro, un artista al pari dei grandi pionieri dell’animazione come Walt Disney col quale condivide, oltre alla valenza creativa, anche lo spirito imprenditoriale, dato che il suo Studio Ghibli viene proprio dipinto come una “Disney d’Oriente” (e non è un caso che i suoi film vengano distribuiti in America proprio dalla Casa di Topolino).
A dispetto della pluridecennale attività, la critica e il pubblico radical chic italiani si sono “accorti” della sua esistenza solo dopo l’Oscar per il miglior film d’animazione ricevuto con “Sen to Chihiro no kamikakushi” (La Città Incantata) e per il Leone d’Oro alla carriera col quale è stato premiato a Venezia nel 2005. Sulla tal cosa è meglio stendere il ben noto velo pietoso, altrimenti poi si finirebbe inevitabilmente a parlare della discutibile distribuzione riservata ai suoi film, che vengono puntualmente presentati nelle sale italiane con un ritardo del tutto imbarazzante che non deve lasciare perplessi perché d’altronde noi (guardiamoci tutti quanti allo specchio in questo momento) siamo coloro che son riusciti a far raggiungere ai cinepanettoni il traguardo del quarto di secolo. Siamo quello che vediamo, quindi è meglio glissare sulla questione.
All’interno dei contenuti extra del doppio disco de “Hauru no Ugoku Shiro” (Il Castello Errante di Howl) c’è un documentario che, per qualsiasi amante del cinema privo di preconcetti dati dalla giovane età, dall’arroganza “accademica” o da chissà quale altro spiacevole inconveniente sinaptico, rappresenta un momento fortemente simbolico, pregno di significato: la visita a sorpresa fatta nel 2005 da Miyazaki-San agli studi Pixar in cui un visibilmente esterrefatto John Lasseter (per chi non ne fosse a conoscenza, stiamo semplicemente parlando di un due volte vincitore del premio Oscar, prossimo Leone d’Oro alla Mostra Del Cinema di Venezia, nonché fautore, insieme agli altri artisti Pixar di una delle più grandi ventate di rinnovamento che il cinema abbia mai ricordato) accoglie a braccia aperte l’ospite inatteso, giunto per assistere alla prima proiezione in lingua inglese de Il Castello Errante di Howl (il cui adattamento venne curato da Pete Docter, co-regista di Monsters&Co.). Miyazaki e Lasseter con Walt Disney, presumibilmente, ad osservare il tutto dalle pieghe misteriose del Valhalla dei grandi artisti. Il più grande esponente dell’animazione classica insieme al direttore creativo del più importante studio di cartoon in CGI che si scambiano sinceri attestati di reciproca stima. Niente male, verrebbe da dire. Una strana congiuntura in s’incontrano cui due artisti (con la supervisione spirituale di Zio Walt) con una precisa visione del mondo e del cinema capace di trasparire in maniera intensa, ma non prepotente o altezzosa, dalle loro reciproche tavolozze.
In maniera davvero bizzarra, Studio Ghibli e Pixar sono ora accomunati dal fatto di avere entrambe un film con protagonista un piccolo pesciolino. Fra poco, potremo inerpicarci sulla scogliera insieme a Ponyo ed osservare la marea che sale.

Ponyo sulla Scogliera. - recensione - Cinema
Fuori dal suo mondo
Ponyo sulla Scogliera. - recensione - Cinema Nelle profondità del mare, Ponyo vive protetta, insieme alle sue numerose sorelline, da suo padre Fujimoto, custode degli abissi. Fujimoto, malgrado le proprie fattezze, non è più un umano e trama la distruzione del mondo in superficie a causa delle colpe del poco rispetto dimostrato dagli uomini nei confronti del mare e delle sue creature.
Un giorno, la pesciolina decide di avventurarsi di nascosto lontano dalla sua casa, rischiando di finire intrappolata in una rete a strascico. Sfuggita per miracolo ai pescatori, resta però incastrata in un barattolo di vetro. Nel frattempo, il piccolo Sosuke, che con sua madre Lisa vive su una casa in cima ad una scogliera, si reca in riva al mare per giocare un po’ prima di essere accompagnato dalla sua mamma all’asilo, che si trova proprio accanto all’ospizio in cui lavora la genitrice. Il piccolo scorge il barattolo con dentro la pesciolina e lo porta con se temendo che sia morta, dato che non da alcun segno di vita. Dopo averla liberata dal contenitore, la tiene amorevolmente fra le sue mani temendo che non ci sia più nulla da fare. D’improvviso, la pesciolina lecca via il sangue da una lieve ferita che Sosuke si era procurato sulla mano rompendo il contenitore e, dopo essere stata messa in un secchio con dell’acqua bella fresca, riacquista subito vitalità e appetito, stringendo repentinamente amicizia col bimbo. Fujimoto, riesce però a riprendere con se Ponyo dopo che questa era stata lasciata vicino al mare da Sosuke. Il padre di Ponyo la riporta nella sua fortezza sottomarina, e rimane contrariato quando scopre che la natura di sua figlia sta mutando a causa del sangue del bambino col quale è venuta in contatto. Resta ancor più attonito quando Ponyo gli dice che vuole diventare umana e vivere con Sosuke. Fujimoto se ne va in preda alle preoccupazioni per conferire con la madre della pesciolina, la Dea del Mare Granmammare. Ponyo, ferma nella sua posizione di voler diventare umana e a restare con Sosuke, scappa dalla prigione, rovesciando tutti gli elisir magici che suo padre stava preparando per far si che il mondo marino prevalesse su quello della terraferma. La fuga di Ponyo, unita alla diffusione degli intrugli, causerà un’ imponente marea che finirà per sommergere quasi tutta la cittadina nella quale vive Sosuke, compreso l’ospizio all’interno del quale Lisa è rimasta intrappolata insieme alle anziane signore che li risiedono. Per riportare l’equilibrio, il piccolo Sosuke dovrà affrontare una prova davvero di non poco conto.

Un altro colpo da maestro?
Ponyo sulla Scogliera. - recensione - Cinema "Children understand intuitively that the world they have been born into is not a blessed world."
Hayao Miyazaki

Ad una prima occhiata, Ponyo sulla Scogliera, potrebbe sembrare un film più semplice, lineare rispetto agli ultimi lavori del Maestro, specialmente dal punto di vista della costruzione drammatica, delle tematiche. Un’osservazione del genere è vera solo fenomenicamente, perché l’essenza di Ponyo è ben più complessa e, paradossalmente, nonostante la “linearità” cui abbiamo poc’anzi fatto accenno, potrebbe risultare piuttosto ostico agli occhi di uno spettatore occidentale abituato a delle distinzioni diegetiche piuttosto nette. Si rende necessaria una breve digressione sui concetti di fantastico e meraviglioso così come vengono reinterpretati da Gianni Canova nel saggio sul cinema spielberghiano L’incubo dell’identico, la meraviglia dell’altro. Partendo dalle riflessioni fatte da Tzvetan Todorov ne “La letteratura fantastica” dove l’esimio filosofo del linguaggio considera il fantastico come “il frutto di un’esitazione fra lo strano (definito come “soprannaturale spiegato”) e il meraviglioso (definito come “soprannaturale accettato”)”, il critico cinematografico giunge ad una conclusione più simile al pensiero del surrealista André Breton mettendo in chiaro la sistematicità del fantastico e l’epifanicità del meraviglioso. Facendo degli esempi pratici, all’interno di un universo fantastico come quello de “Il Signore degli Anelli” è normale che esistano creature magiche e stregoni dotati di particolari poteri, poiché tale mondo non si regola sul quelle leggi della realtà nella quale viviamo, mentre il meraviglioso è una sorta di trasgressione all’ordinarietà della vita che noi tutti conosciamo per cui è possibile che il piccolo Josh Baskin, dopo l’ennesima umiliazione subita, chieda ad una macchina dei desideri di una fiera di esaudire il suo sogno di risvegliarsi adulto, per poi scoprire la mattina successiva che la preghiera ha ricevuto risposta (ci riferiamo naturalmente a “Big” di Penny Marshall)!
Uno spettatore abituato da anni ad assistere a pellicole in cui questa distinzione, più o meno marcata, è in ogni caso presente, potrebbe trovare del tutto illogico e difficilmente digeribile il racconto di un’amicizia fra un bambino di cinque anni e una pesciolina rossa della stessa età, dai lineamenti antropomorfi che, per buona parte di film, cambia la sua fisionomia sotto gli occhi dei protagonisti senza che questi restino minimamente stupiti dalla cosa. Per non parlare del fatto che il “villain” del film, Fujimoto, come sovente accade nei film di Miyazaki, non è ipostatizzabile alle categorie di buono/cattivo normalmente conosciute dai fruitori di un racconto (altro topos ricorrente nella mitopoiesi dell’autore giapponese). Per quanto possa essere vicino, spiritualmente e stilisticamente, a narratori occidentali come Lewis Carroll, punto di riferimento dichiarato de “La Città Incantata” e non solo, Diana Wynne Jones (autrice della saga dei “Crestomanci” e de “Il Castello Errante di Howl”), o all’illustratore e scrittore francese Jean “Moebius”Giraud (come con Lasseter, il rapporto di reciproca stima fra i due è estremamente elevato, tanto che Giraud ha battezzato sua figlia col nome di Nausicaa, in omaggio all’eroina di Miyazaki), il racconto sempre più concitato e pieno di avvenimenti irreali di Miyazaki è una diretta emanazione dei “Mukashi Banashi” giapponesi, gli antichi racconti del “c’era una volta” in cui i mondi dell’uomo e delle creature fantastiche della natura entravano in contatto senza soluzione di continuità, con dei confini vaghi, tipici del sistema di credenze scintoista. Allo sguardo smaliziato di un’occidentale, Ponyo sulla scogliera può apparire, quindi, infantile tanto nella tematica, quanto nell’affastellato, veloce susseguirsi degli eventi, con un Miyazaki che, contrariamente ad Howl’s dove ad un certo punto diventava piuttosto arduo sciogliere il bandolo della matassa degli eventi presentati, è ora concitato, deciso a raccontare più cose possibili come se ad esporre la storia fosse proprio un bambino ansioso di descrivere la sua fantastica giornata. In realtà, questo è forse il più “giapponese” dei film di Miyazaki: il mare (così come il bosco e la montagna) è il luogo dove dimorano i Kami, le divinità, gli spiriti dello shintoismo e Ponyo, volendo abbandonare questo status ideale, rende possibile e traumatica la congiunzione fra umano (Sosuke) e divino (Ponyo). Solo un atto d’amore sincero, potrà donare un nuovo equilibrio fra i due universi. Ed è in questa universalità del messaggio che il film del maestro riesce a superare i confini del “c’era una volta” giapponese e a recuperare un fondamentale punto di contatto trasversale col pubblico (a prescindere dalla nazionalità d’origine), tipico delle più notevoli opere d’ingegno, mettendo al centro della storia quella purezza di sentimenti tipica dell’infanzia che sorregge tutto l’impianto narrativo di Ponyo. Più che il messaggio ambientalistico, ciclico nelle pellicole del regista giapponese, è il tema della genuinità dei sentimenti bambineschi il focus tematico di questo film. Manca quello sviluppo drammatico netto fatto d’introduzione degli eventi, climax e relativo scioglimento che possiamo riscontrare in una gemma come “Tonari no Totoro” (Il Mio Vicino Totoro), ma il messaggio è simile: l’infanzia è un’età eletta, pura e solo ai bambini è concesso di entrare in contatto con ciò che non può essere afferrato solo ed esclusivamente dagli occhi, ma anche dallo spirito.
Il tratto con cui ci viene regalato è acquarellato, sfumato, e ogni immagine assume i connotati di una sgargiante tavolozza nella quale la fantasia, l’estro del Deus ex Machina dello Studio Ghibli da libero sfogo alla sua creatività, con paesaggi idilliaci, coi tipici personaggi “mollicci”, con creature marine estinte da milioni di anni che vivono placide e tranquille nei fondali di un mare ammantato di misticità.
 
Il Maestro Miyazaki, nell’anno in cui i suoi colleghi di Pixar son riusciti a trasformare l’algida matematica della computer grafica in pura poesia, torna all’animazione 100% manuale e rinuncia del tutto all’aiuto del computer (il cui supporto era presente negli altri suoi lavori). Il risultato è un film apparentemente più infantile tanto nell’esposizione degli eventi (sembra succedere tutto e niente nei novanta e passa minuti di durata), quanto nelle tematiche sottostanti. In realtà, nonostante l’evidente maggiore semplicità dell’intreccio, Ponyo è il lavoro di Miyazaki che potrebbe risultare più indigeribile all’occhio non allenato di uno spettatore occidentale, per la franchezza con cui è in grado di raccontare la purezza dell’infanzia e la compenetrazione di umano e divino in un continuum dove magico e geografico perdono i loro significati senza che nessuno dei protagonisti coinvolti nella vicenda si stupisca più di tanto della cosa. Tuttavia, è proprio la consapevolezza data da un tema così forte, ovvero la limpidezza di sentimenti dei bambini, a fare di questo Ponyo un’opera davvero trasversale, un dono artistico che travalica i confini dell’arcipelago nipponico.
Resta solo da vedere se i fan radical chic dell’ultima ora del Maestro, quelli che si sono scoperti amanti dei “cartoni animati” dopo la pioggia dei consensi critici e di pubblico, saranno realmente in grado di afferrare la portata di quest’inno all’età verde.
VOTOGLOBALE8
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Ponyo sulla Scogliera.

Ponyo sulla Scogliera. - recensione - CinemaClicca per Ingrandire Distributore: Medusa Film S.p.A.
Genere: Animazione Classica
Regia: Hayao Miyazaki
Interpreti: Yuria Nara, Hiroki Doi, Tomoko Yamaguchi, George Tokoro, Kazushige Nagashima
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Nazione: Japan
Durata: 101
Produttore: Studio Ghibli
Sito Ufficiale: Link
Data Uscita ITA: 20/03/09
INCASSO USA: 3.506.000 $
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Ultima opera del Maestro Hayao Miyazaki e dello studio ghibli. Titolo che si discosta molto dalgli ultimi lavori (Castello errante di ...[Continua a Leggere]
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