| Saw la direzione |
| Gli appassionati hanno visto i nomi dei creatori (James Wann e Leigh Whannell) allontanarsi dal progetto già dal secondo capitolo. Ultimato lo script del terzo, dal successivo hanno quasi esclusivamente supervisionato il lavoro in veste di produttori esecutivi lasciando la loro creatura in mano al regista Darren Lynn Bousman. Questo fino a Saw IV. Il quinto capitolo segna infatti l'esordio cinematografico di David Hackl. Non un nome qualunque che si affaccia per la prima volta al terribile marchio lanciato dagli amici di corso Wann/Whannell, ma uno scenografo prima, e direttore della seconda unità dopo, supervisore del marchio da Saw II in poi. Una personalità, insomma, che ha seguito lo sviluppo della serie da dietro le quinte con curiosità e dedizione sin dagli esordi. Prendendo in mano le redini di un fenomeno cinematografico che ha superato in notorietà e incassi l'intera saga di Venerdì 13 in soli 4 anni, Hackl non poteva attendere debutto migliore. |
Ad accompagnare le vittime al risveglio è sempre la solita frase. A cambiare, invece, sono le trappole: più violente, disturbanti e sempre meno originali. La sottotrama che vede interagire un gruppo di persone accomunate da un tragico evento propone un tema riscaldato a cui gli sceneggiatori si sono incollati per instillare una pseudo riflessione sulla vita. Il risultato non va oltre la sicurezza oggettiva di un lavoro modesto, specie quando notiamo una certa difficoltà d'espressione del messaggio scatenante.
Tobin Bell, curioso a dirsi, appare più da morto che da vivo, pronto a condividere e spiegare all'umanità il suo credo. Purtroppo gli attori di contorno risultano piatti e poco espressivi, a conferma che sia Bell il principale motivo di interesse.
La serie, pur sostando nella categoria del
torture porn, questa volta abbraccia uno stile misterioso da thriller vecchio stampo. Niente colpo di scena spiazzante né torture infinite: a presenziare saranno i soliti flashback, un'accattivante caccia all'uomo e una direzione registica frenetica; omaggio a Bousman. La trama appare ancora molto intricata e certi vuoti narrativi, appositamente lasciati tali, fungeranno, probabilmente, da spunto per le pellicole successive. La sceneggiatura fatica quindi nel ricercare una coerenza logica che unisca, e al contempo mantenga integri i film precedenti, tanto che le avversità non sembrano escludere niente e nessuno.
La morale filosofica ha decisamente toccato il fondo nel quarto capitolo svelando il mistero dell'enigmista e raccogliendo delle banalità confermatesi deleterie per lo sviluppo del progetto. In questo caso il livello non scende oltre la soglia dell'indecenza, ma la prevedibilità mista a stanchezza del plot non fanno altro che confermare una tesi col tempo sempre più concreta: al di là del successo scaturito dall'alta affluenza di appassionati nelle sale cinematografiche, il potenziale del marchio si è drasticamente esaurito dopo il primo capitolo.