
Un camper in fiamme. Stacco.
Una donna, Sylvia.
Emotivamente instabile, il suo passato è coperto da nuvole nere. Gestisce un ristorante molto frequentato dove, se si presenta l'occasione, adesca nuovi clienti per portarseli a letto. La sua apparentemente immotivata voglia di intrattenere rapporti sessuali con uomini sempre diversi non sembra disturbarla più di tanto. Consuma, piange e si ferisce all'inguine con delle pietre. Un giorno però, un uomo misterioso comincia a pedinarla...
Stacco. Le fiamme si sono affievolite.
La carcassa del camper rimane isolata sotto i riflettori di un sole sempre più cocente. Mariana e Santiago sono due ragazzi giovani che scoprono di amarsi in un momento tragico della loro vita: durante i funerali del padre di lui e della madre di lei. La situazione è anche molto delicata considerato il frangente (che non sveliamo per ovvie ragioni) ma ogni personaggio descritto nella sceneggiatura nasconde un segreto. Storie apparentemente diverse che confluiscono in un unico finale.
Arriga non si smentisce.
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Il film è, in verità, un progetto nato e sviluppato lungo 15 interminabili anni, durante i quali il regista messicano non ha fatto altro che rimaneggiare la storia, i personaggi e arricchire la sceneggiatura di elementi simbolici volti a rendere un sostanziale dramma familiare, un motivo di sperimentazione esistenziale. Nel mentre, si concetrava sui lavori di Iñárritu fino a quando il legame si è sfaldato e ha preferito realizzare le proprie idee da sé. La storia si basa sui quattro elementi naturali quali fuoco, terra, acqua e aria attraverso i quali quattro personaggi esplorano le conseguenze di un atto estremo. Il rimorso e il senso di colpa, col tempo, possono portare ad un malessere che trasforma le persone in mostri, gettandoli in un abisso dal quale sarà sempre più difficile uscirne. Eppure la redenzione è possibile se, messa da parte la sconfitta, si riprova a vivere in nome dell'amore.
Il regista si lascia sopraffare da una continua ricerca d'autorialità che non sempre riesce a venir fuori a comando.
The Burnin Plain quindi si identifica nel filone cinematografico potenzialmente elitario ma che, per ragioni puramente contenutistiche, non riesce a competere sullo stesso piano con i suoi lavori precedenti.
A ben vedere, la vera forza della pellicola sono le splendide performance degli attori, senza le quali sarebbe risultato un banale esercizio di stile. Una stiratissima ma sempre affascinante
Kim Basinger si alterna alla bellezza in decadenza di
Charlize Theron, solita a imbruttirsi per far risaltare la sua invidiabile bravura. Sorprendenti i due giovani
J.D. Pardo e
Jennifer Lawrence; è soprattutto lei, giovanissima, ad accollarsi un peso che per qualsiasi altra attrice della sua età sarebbe stato insostenibile oltre che di difficile interpretazione. Nonostante questo,
Guillermo Arriaga arricchisce l'opera con i suoi marchi di fabbrica più convincenti (il tessuto psicologico applicato ad ogni singolo character, l'alienazione, la speranza) e anche dietro la macchina da presa scava fino a raggiungere un realismo romanzato mai stucchevole. La visione del cineasta però si completa nel finale, retorico si, ma che nella sua struttura preconfezionata lascia più di un brivido per costruzione e atmosfera. In quei due minuti finali, in un semplice scambio di battute, unito a un montaggio ispirato, comunica quella verità che fino a quel momento la sceneggiatura aveva solo timidamente accennato. E come pezzi di un puzzle, l'incastro perfetto completa una tragedia morale, toccante e commovente.