Vento di primavera > Recensione
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Vento di primavera - Recensione

Inviato il da Elena Pedoto
Il 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, esce in cento copie il film Vento di Primavera (titolo originale La Rafle), un'opera intensa e coraggiosa che narra con grande attenzione al dettaglio storico un'altra lugubre pagina della Storia dell'epurazione razziale ai danni degli ebrei, e che getta un'onta di vergogna anche sulla Francia collaborazionista, rea della deportazione dei suoi stessi cittadini. Nel film (una copodruzione tra Francia, Germania e Ungheria) della francese Rose Bosch viene infatti narrata una vicenda forse poco nota o poco ricordata nei libri di storia: il 16 luglio 1942, per mano del governo collaborazionista di Vichy, 13mila ebrei vennero deportati in un velodromo, dove vennero tenuti segregati in pessime condizioni, in attesa della deportazione nei campi di concentramento. Di questi deportati, tra cui migliaia di donne e bambini, se ne salvarono solo 25...
Francia, 1942
Vento di primavera - recensione - Cinema Francia, estate 1942. Un carosello (un po' la storia, un po' la vita) gira tra la musica e i sorrisi spensierati della gente, ma l'ingresso è interdetto agli ebrei. Dopo esser stati costretti a indossare come simbolo della loro ‘diversità' una casacca con una stella gialla cucita sul petto, la mattina del 16 luglio, 13mila ebrei francesi (alcuni troveranno rifugio nelle case di concittadini solidali), vengono prelevati su ordine del governo di Vichy (a seguito di un accordo tra Hitler e il generale Pétain) dalle loro case sulla collina di Montmartre, e deportati nel Vélodrome d'hiver. Lì, assetati, affamati e in pessime condizioni igieniche, gli ebrei avranno solo il sostegno di un benevolo medico (un inconsuetamente buono Jean Reno) e una pia infermiera (col volto angelico di Melanie Laurent) che si opporrà, rischiando la sua stessa vita, alla folle causa nazista. Ma la sua opposizione sarà vana. Dopo aver separato gli uomini dalle donne e poi le madri dai figli, i gendarmi francesi indirizzeranno tutti i deportati a una meta comune: i campi di concentramento nazisti.
Tra realtà e rappresentazione
Vento di primavera - recensione - Cinema Da sempre si discute sul fatto che non tutto sia rappresentabile a mezzo cinema. Orrori indescrivibili come l'Olocausto, ad esempio, pongono numerosi questioni di etica della rappresentabilità. A questo limite, però, si affianca una necessità. Che è quella di ricordare, per lasciare nel grande libro della Memoria le testimonianze di orrori pregressi che possano scongiurare, almeno questa è la speranza, il loro ripetersi. Vento di primavera ha il chiaro intento di mostrare e ricordare come la follia nazista abbia contaminato e fatto suoi complici tutti, nessuno escluso, portando al paradosso di francesi che deportano altri francesi, restando impassibili di fronte alla loro fame, al loro dolore, allo strazio indicibile di veder strappare un figlio dalle braccia della propria madre. Per descrivere quest'abominio umano, la Bosch sceglie il punto di vista di Joseph, testimone inerme e coraggioso superstite di quella retata (la Rafle del titolo originale) che lo privò di genitori e sorelle. Tramite i giovani occhi di Joseph, all'epoca dei fatti decenne sveglio ("non è dei morti che devi preoccuparti, ma dei vivi") e sensibile, tutto assume una pregnanza diversa perché è la sua storia personale a fondersi alla Storia generale, la sua ingenua innocenza a confrontarsi con la cosciente reità degli adulti. Costretto a indossare la stella gialla a sei punte, trascinato via di casa con la sua famiglia, segregato nel velodromo e infine strappato alle braccia della madre, quella di Joseph è la storia unica ma rappresentativa di quella vicenda storica, lo stralcio privato di una più assoluta follia. Ed è con occhio attento e circostanziato alla fedeltà storica (tutti i fatti riportati nel film sono realmente accaduti, e il velodromo è stato fedelmente ricostruito a Budapest), che la regista traccia questa linea della memoria, inserendo nel suo album personale le scene struggenti delle vittime (Joseph che tenta di sbaragliare il nemico con un pugno di biglie o il piccolo Nono che corre incontro al carro della morte) a confronto con le scene della placida indifferenza e incoerenza dei carnefici (Hitler sulla terrazza del Berghof che gioca premuroso con i ‘suoi' bambini mentre ordina di sterminarne a migliaia).
L’universalità dell’orrore
Vento di primavera - recensione - Cinema

Nel descrivere orrori e dolori francesi (che in questa vicenda sono a un tempo vittime e carnefici) i luoghi delle vicende perdono molti dei loro connotati distintivi (perfino la Tour Eiffel appare in una confusa e fugace immagine), esaltati solo nel bianco e nero di repertorio iniziale, sulla voce di Edith Piaf. Nel resto del film, Parigi e la Francia intera perdono la loro tipica allure romantica ("sono i mediterranei - italiani e spagnoli - quelli troppo romantici; è per questo che li dominiamo") per incarnare invece il volto universale dell'orrore (fotografia cupa e musica incisiva), immense e desolate lande cinte da boschi salvifici di una natura quasi informe, punteggiata solo di carri armati e gendarmi in divisa. La lente d'ingrandimento è come sempre posta sulle atrocità, coloro che le hanno commesse, coloro che le hanno subite e coloro che si sono opposti (è il caso di Joseph, ma anche quello del medico e dell'infermiera o dei pompieri che hanno dissetato e recapitato i messaggi dei prigionieri).  

Jean Reno, accantonati per un attimo i suoi ruoli da eminente cattivo, si cala nei panni del medico ispirato con ardore e carisma, ma è troppo breve il suo tempo sulla scena perché il suo personaggio lasci il segno. Molto più avvolgente invece l'ex-vendicativa dei bastardi tarantiniani Melanie Laurent, che incarna alla perfezione (sia fisicamente sia a livello interpretativo) la disperazione umana di chi si rende realmente conto (e non vuole credere) delle aberrazioni umane di cui è, suo malgrado, testimone. La tensione drammatica creata dal film non è che una pallida rievocazione della tensione drammatica che può aver segnato momenti solcati da un'umanità tanto lucida eppure tanto irrazionale, sformata dall'onta del genocidio. Eppure, dovere del cinema è, sempre e comunque, accendere la luce di proscenio su quei momenti, per dare a tutti noi la possibilità di una doverosa presa di coscienza. Anche se il carosello della vita torna a girare, ma la musica non è più la stessa...

Lo sforzo produttivo congiunto (20 milioni di euro) di Francia, Germania e Ungheria, e la regia sensibile ma incisiva di Rose Bosch, danno vita a Vento di primavera, film sulla (poco nota) deportazione di 13mila ebrei francesi il 16 luglio 1942. Scegliendo il punto di vista del bambino Joseph, uno dei pochi superstiti di quella retata, la Bosch elude le questioni legate alla rappresentabilità dell’Olocausto, narrando le immagini di una storia privata che s’inserisce nella più ampia cornice della Storia mondiale. La presenza (necessaria) di frangenti estremamente struggenti non inficia la sobrietà del resoconto storico, che nel confronto tra vittime e carnefici, e sullo sfondo di una tetra epoca di ostracismo umano, risulta un giusto e doveroso omaggio reso alla Memoria.
VOTOGLOBALE8

Vento di primavera

Uscita nelle sale Italiane: 27/01/2011
Genere: Drammatico
Regia: Rose Bosch
Interpreti: Jean Reno, Mélanie Laurent, Gad Elmaleh, Raphaëlle Agogué, Hugo Leverdez
Sceneggiatura: Roselyne Bosch
Nazione: Francia, Germania, Ungheria
Durata: 115 min
Produttore: Gaumont, Légende Films
Sito Ufficiale: Link
Vento di primavera
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ND.
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