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Western Games - Rubrica

Inviato il 29/09/2010 da Nicolò Pellegatta
Il sole picchia forte. La landa è deserta e l'altopiano domina un panorama arido, brullo, assolato. Ma, ehi, che ci fa lì in mezzo quel gringo a dorso di uno stremato cavallo? Eppure fischietta, non pare disidratato e nemmeno affamato. Bang! Un colpo di fucile: il cow boy è a terra, il cavallo fugge in preda alla confusione. Le domande chi ha sparato? e perchè? sono pura retorica: per qualche dollaro in più si fa questo ed altro. L'aridità del paesaggio non è altro che una metafora per indicare una aridità di valori, di norme, di buone intenzioni: la corsa al Selvaggio West è un percorso portato avanti da uomini solitari alla ricerca dell'oro, gente spietata, vorace, pronta a tutto pur di arricchirsi velocemente. Anche perpetrare ignominie e genocidi. Ma al tempo stesso viene celebrato come il più puro spirito americano, quel desiderio irrefrenabile di combattere e morire per affermare i valori di libertà e democrazia: le carovane di pionieri, uomini e donne, vecchi e bambini, pervasi dall'autentico "spirito di frontiera".
Duello al calar del sole
De Re Ludica - rubrica - videogioco Il selvaggio West è terra dimenticata, isolata: lontano dal centro politico e giuridico di Washington (da qui la costante assenza di legge, rappresentata da sceriffi accaniti frequentatori del Saloon che strenui difensori dell'ordine), lontana dagli scambi con la ricca Europa (da qui la spregiudicatezza degli affari, del fantasioso accumulo di denaro attraverso il poker o le taglie agguantate). La Storia ci tramanda di una conquista durata più di un secolo, di una progressiva penetrazione nel cuore del continente nordamericano diretti verso la costa pacifica: un secolo di guerre e rivalità con i vicini messicani, eredi potenziali di tutte le ex colonie spagnole, e con le giubbe rosse canadesi che presidiavano le sterminate praterie a Nord. Un secolo di conflitti tra bande, lotte intestine, intersecati sporadicamente da grandi eventi della storia statunitense, come la Guerra Civile degli anni '60, assai spesso citata nelle opere che si ispirano a questo periodo.
Ma non sempre la corsa verso il lontano Ovest ci viene narrata con piglio storicistico, anzi viene necessariamente più semplice slegarsi dall'esatto scorrere degli avvenimenti, fissare una ambientazione, un paesaggio, uno schema sociale, inventarsi di sana pianta due o più contendenti, un cow boy o un indiano, un gringo o una giubba rossa, un buono, un brutto e un cattivo. E' merito di queste storie, così paradossali, così epiche, così universali, che un insignificante granellino nel mare delle grandi vicende storiche ha saputo diventare così carismatico e appassionante verso la metà del Novecento, imponendo determinati modelli di comportamento, positivi e negativi, magnanimi e cinici.
Il merito (o il demerito, fate voi) deriva soprattutto dalla cinematografia hollywoodiana degli anni '30, capace di smacchiare gli aspetti infausti della corsa al West, lasciando trasparire solo e soltanto una stereotipata celebrazione dello spirito di frontiera. Come scrive Pasquale Iaccio in "Cinema e Storia" (1998, Liguori Editore), "il filone western, che potremmo definire una variante del film ‘storico' americano e, allo stesso tempo, la quint'essenza di un certo spirito nazionalista che si vuol far risalire all'epoca dei pionieri, è la migliore dimostrazione di come lo strumento cinematografico sia stato capace di imprimere, nell'immaginario di tutto il mondo, una versione addomesticata di un avvenimento storico". Iaccio pensa soprattutto alla questione indiana "che il cinema americano ha rappresentato fino agli anni Sessanta come un'epopea, una gloriosa ‘conquista', una palestra di libertà e di affermazione individuale e collettiva dei valori più autentici di una giovane nazione in ascesa": nella realtà soltanto la parola sterminio chiarifica efficacemente quanto perpetrato in quei decenni, un sistematico e brutale annichilimento degli indigeni da parte di "una società tecnologicamente più avanzata". Virgolette d'obbligo. Tra la fine degli anni '40 e per tutti gli anni '50, quando si impose anche nel resto del mondo il modo di fare cinema degli americani, i film western furono esportati in tutto il mondo, le gesta di John Wayne divennero un emblema da imitare per molti ragazzini, l'estetica di John Ford (Ombre Rosse, La conquista del West) divenne propedeutica alla cariera di molti registi (Welles, Scorsese, Truffaut, ecc...): "divennero - osserva Iaccio - un vero e proprio genere cinematografico, tra i più spettacolari e popolari, in cui la società rappresentata era divisa tra ‘buoni' e ‘cattivi' dove i buoni, naturalmente, erano i bianchi e i cattivi gli ‘indiani' ".
Spaghetti Western
"Siamo nella seconda metà del secolo scorso e le vicende del nostro si svolgono nel leggendario far west. Arizona? Texas? Colorado? Fate voi, ragazzi. L'essenziale è che sia far west!"
(Cocco Bill fa sette più, Benito Jacovitti)
Fumetti Western
Il revisionismo storico dei western fu preparato ben prima degli anni '60, dalla pubblicazione in Italia della striscia a fumetti di Tex Willer (1948) per l'editore Bonelli, con testi di Gian Luigi Bonelli e disegni di Aurelio Galleppini, e in Francia con Lucky Luke (1946) di Maurice De Bevere e René Goscinny: raffinato psicologicamente il primo, smaccatamente parodico il secondo (su cui si legherà fortemente il Cocco Bill di Jacovitti, che debutterà nel 1957), rappresentano difatto le due facce del west, i due possibili modi di avvicinarsi al tema prescindendo dall'autenticità storica per ricamarci sopra romanzo e spettacolo.
Gli anni '60 sono, per il filone western in toto, gli anni del revisionismo, gli anni in cui "cominciarono ad essere prodotti i primi film che si posero chiaramente 'dalla parte degli indiani' ". Tale ondata fu incentivata da quei cineasti che nel decennio precedente avevano potuto visionare i capolavori americani di Ford, esportati in massa dalle major statunitensi al finire della guerra: la reazione del pubblico non fu differente, stessi isterismi, stesso spirito emulativo. C'è una bella scena del Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore in cui i bambini seduti in prima fila, al vedere un film con "Gion Vaine", si prodigano nell'imitare il classico richiamo indiano, mano sopra la bocca, la cavità orale che si improvvisa cassa di risonanza.
E' il nuovo vento democratico che soffia nel Vecchio Continente a spingere poco più in là la definitiva crisi di tale tipologia di intrattenimento. L'Italia maturò in questi anni una autentica infatuazione per indiani e cow boy, forse perchè ritrovava le medesime instabilità, ma anche il medesimo desiderio di progresso, nella propria storia recente e in quella ottocentesca in particolare, tra briganti nel Mezzogiorno e miti industriali, butteri maremmani e macchia mediterranea. Il vero pioniere di questa incontenibile cavalcata fu il regista romano Sergio Leone, inventore del cosiddetto "Spaghetti Western": anticipato da un fortunato filone parodistico, la commedia western, di film quali "I magnifici tre", "Per qualche dollaro in meno", "Due contro tutti" e molto più avanti il cult "Lo chiamavano trinità" (interpreti ricorrenti furono Chiari, Buzzanca, Hill e Vianello), con la precosazione che il western di Leone era tutt'altro che patinato. Duro, spietato, moralmente riprovevole, crudele. E sopratutto solitario, fermamente anteposto alla coralità patriottica del filone americano. Per lui non esisteva la dualità tra indiani e cow boy, legalità e illegalità, e nemmeno quella tra pistola e fucile.
De Re Ludica - rubrica - videogioco "Un regista straordinario, amatissimo, che ha riscritto le regole del cinema western - così lo presenta Giovanni Minoli in una puntata di La Storia siamo noi - e che ha nutrito il nostro immaginario di spazi sconfinati e primi piani estremi, mentre in sottofondo il fischio delle musiche di Morricone fa da contrappunto alle colt dei suoi pistoleri".
Il suo numero era il tre, come i film che componevano la trilogia del dollaro, come gli attori principali che si susseguirono in queste pellicole (Eastwood, Volontè, Van Cleef), come i protagonisti di questo revisionismo del western (Leone, Morricone, Eastwood). Per Leone nel Vecchio West, mentre due si facevano la guerra (due famiglie come in "Per un pugno di dollari", due fazioni come in "Il buono, il brutto, il cattivo"), un terzo, un individuo, un solitario, in mezzo, a trarne tutti i vantaggi. L'individualismo, il caratterizzare personaggi carismatici, forti da soli, zoppicanti nel gruppo, è la chiave attorno cui Leone costruisce la sua filmografia. Non rinnega i valori fondanti del mito fordiano, ma preferisce metterci mano, proponendo un suo sguardo, una sua visione dei fatti, non per forza di cose migliore, ma sicuramente più oggettiva e distaccata. Come in "C'era una volta il West" (1968) dove alla rincorsa verso una vendetta da consumare lentamente, si associa una visione ottimistica data dal sogno di collegare con la ferrovia la costa Est e quella Ovest: la visione di John Ford ne "La conquista del West" (1962) rivive ora nei personaggi di Leone, sebbene il progresso tecnologico, la prosperità economica e la fondazione di nuove città, condurranno inevitabilmente a una scomparsa del caro vecchio selvaggio West, da qui l'onirica, nostalgica e magica visione del c'era una volta il West.
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