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Driver: San Francisco - Recensione

Inviato il da Fabio "Il pazzo" Canonico
Driver fu una di quelle serie che durante l’era del dominio Sony, con Playstation e Playstation 2, trovò prima iniziale fortuna, poi il decadimento più assoluto, seguendo la parabola di molte produzioni analoghe per affermazione e repentino crollo. Era un periodo completamente diverso da quello attuale, nel quale un poligono in più, un'idea particolare, seppur non implementata benissimo, un certo grado di ammiccamento presso il pubblico potevano fare anche di un gioco tutto sommato poco più che onesto un titolo accolto a braccia aperte da critica e pubblico: con lo scotto da pagare però di lì a poco, quando l’uscita del prevedibile seguito, mancando dell’impatto dell’episodio precedente, decretava il primo passo verso l’oblio. Oblio dal quale la serie sviluppata dai ragazzi di Reflections Interactive, poi divenuta Ubisoft Reflections di fatto non è più riuscita a risollevarsi. Ci riprova ora, con un nuovo titolo ambientato in una delle città più caratteristiche degli Stati Uniti, e dalla quale prende il suffisso nel titolo: Driver: San Francisco.
Gomma a terra
San Francisco, con il Golden Gate Bridge, i saliscendi dalle pendenze impossibili, i tram, lo storico porto, e l’oceano. Oceano d’acqua e di cemento, di strade, vicoli nei quali duecento anni fa imperversavano le Tong cinesi, un intricato dedalo nel quale è la macchina, possibilmente il più tamarra possibile, la chiave d’accesso a un mondo fatto di corse, sgommate, fumo. San Francisco non è solo una città: è una scatola, in perfetta attinenza al genere al quale il nuovo Driver appartiene. Non ci troviamo di fronte ad un titolo di guida standard, con percorsi che vanno dal punto A al punto B, ma ad un sandbox game, che deriva la struttura aperta e non lineare dai free roaming di fine anni novanta e pone quindi di fronte al giocatore non una serie di tracciati ma un'intera città che alle singole sfide si adatta ed attorno ad esse è plasmata.
In un simile impianto di gioco la mappa urbana può considerarsi un hub, dal quale raggiungere appositi indicatori che rappresentano missioni principali, secondarie, garage dove potenziare il proprio mezzo. Ed il giocatore, nei panni di John Tanner, novellino del dipartimento di polizia, può scegliere liberamente come affrontarle, preferendo magari proseguire nella storia piuttosto che avere a che fare con i piccoli delinquentucci di quartiere, o svolgendo tutti gli incarichi che gli permettano di tramutare il proprio inizialmente scalcinato mezzo in un bolide praticamente inarrivabile per tutti.
Come queste premesse si confrontino poi con la prova con mano è presto detto. Partiamo dal sistema di controllo, che in un racing game deve essere ovviamente di prim’ordine: rapido e responsivo, soprattutto nella misura in cui tale driving system sostenga un impianto ludico tipicamente arcade, che privilegia velocità e divertimento rispetto alla fredda simulazione. Primo buco nell’acqua. Le sensazioni restituite al giocatore nel momento in cui impugna il pad sono terribili, per due motivi. Anzitutto la totale innaturalezza nella disposizione dei tasti, che per quanto personalizzabile viste le molteplici configurazioni rimane scomoda, adattata com’è alla bell’è meglio alla coppia costituita da Wiimote e Nunchuk. Poi, molto più grave, va registrata la stramba fisica che regola i movimenti del mezzo. Alle basse velocità, infatti, il veicolo slitta come se avesse dei pattini sotto le ruote, anche al minimo movimento impartito tramite lo stick analogico, mentre una volta lanciati non si riesce a fare una curva degna di tale nome, perché invece non gira abbastanza. Vero che la precisione millimetrica non è propriamente richiesta, vero che nella stragrande maggioranza dei casi si usa il freno a mano, ma non avere il pieno controllo del mezzo in un gioco di guida non è tollerabile. Anche perché il suddetto freno a mano non è che funzioni in maniera così intuitiva, facendo scodare l’auto anche quando lo si è mollato e si è riportato il mezzo sul rettilineo. Boost da raggranellare guidando come pazzi, ovvero sfiorando le altre macchine o compiendo particolari evoluzioni, speronate affidate ai sensori di movimento del Wiimote (che riescono una volta sì e tre no, almeno nella direzione desiderata) e la possibilità di sparare dal mezzo in corsa non possono salvare il giudizio su questo aspetto, fin quando la macchina si comporta come una lavatrice incollata ad un paio di sci. E potenziamenti ed altri mezzi del garage non cambiano minimamente la situazione.
Driver: San Francisco - recensione - Wii L’altro aspetto che va analizzato per quanto riguarda il gameplay è ovviamente quello legato alla sostanza dell’esperienza di gioco, ovvero alla varietà, al divertimento ed all’appeal delle missioni. Che, possiamo dirlo senza tanti giri di parole, è nullo. Gare clandestine, missioni di scorta, inseguimenti (massacrati dallo sciagurato sistema di speronamento) e tutte le altre si assomigliano fin troppo nello svolgimento, nelle dinamiche e nel ritmo, provocando la una noia instillata goccia a goccia nel giocatore, che nemmeno troppo lungo termine porterà all’abbandono prematuro del gioco, minato nella sua longevità da una monotonia che -per quanto insita nel genere- è resa fin troppo evidente da una varietà di gioco pressoché nulla. Inutile investire più di un paio d’ore nel gioco: i suoi limiti appaiono evidenti fin da subito. Per un fan del genere e del brand possono essere anche trascurabili, ma per qualunque giocatore risultano un fin troppo evidente indizio di quanto si andrà ad affrontare successivamente. Denuncia quindi i suoi ridotti confini una produzione forse fuori dal tempo, uscito in un periodo nel quale il racing vive di titoli prettamente simulativi da un lato, e dall’altro di fieri arcade, che puntano tutto sulla velocità e sul track design. Driver: San Francisco non ha un’anima, e la poca sostanza della struttura ludica è mortificata dai difetti descritti.
Del tutto fuori dal tempo poi è anche la grafica, inaccettabile anche per un gioco Nintendo Wii. Non possono bastare le limitate capacità tecniche della macchina (che forse solo Nintendo e Capcom hanno sfruttato appieno) a giustificare un aspetto cosmetico così trasandato. Modelli dei quali è possibile contare i poligoni, texture slavate e prive di carattere fanno di San Francisco una città grigia e brutta da vedere, monotona e tutta uguale. Lo stile da film anni ’70 non giustifica tali scelte stilistiche, e non basta qualche effetto sullo schermo, a mo’ di pellicola rovinata, a rendere gradevole un insieme poco curato ed ugualmente ispirato. Insufficiente il giudizio riguardo il comparto audio, del quale si salva poco o nulla, dai brani della colonna sonora agli effetti; discreto il doppiaggio, interamente in italiano.
Driver: San Francisco è un prodotto del quale forse nemmeno i fan del genere e della serie riusciranno a godere. Un sistema di controllo bizzarro e la monotonia di fondo dell’esperienza di gioco gli impediscono di raggiungere la sufficienza, ed è anche l’approccio al genere a penalizzarlo: quando si sceglie di impostare un titolo come sandbox conviene riempirlo di contenuti, altrimenti i risultati inevitabilmente finiscono con l’essere di scarsa qualità.
VOTOGLOBALE5

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Driver: San Francisco

Disponibile per: PS3 | XBOX 360 | PC | Wii
Genere: Racing Game Arcade
Sviluppatore: Reflection
Distributore: Ubisoft
Data di Pubblicazione:
PS3: 01/09/2011   
XBOX 360: 01/09/2011   
Wii: 01/09/2011   
PC: 27/09/2011   
Driver: San Francisco
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