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Enslaved - Recensione

Inviato il da Saimon Paganini
Enslaved è un affresco distopico. Straniante. Una sinfonia ben orchestrata di parossismi cromatici, un coeso melting pot di direzioni artistiche tese a mozzare il fiato. Di chi guarda. Di chi gioca.
Laddove nel precedente Heavenly Sword il piacere derivava solo dal mero “osservare” -un’anomalia più incline a derive cinematografiche che videoludiche- qui Ninja Theory certifica la propria maturazione con un prodotto che diverte, appaga e (dis)impegna, scolpendo emozioni non tanto forti, quanto autentiche. Credibili. In una parola: umane.
Intelaiatura del gameplay? Derivativa. Citazionismi? Abbondanti. Struttura? Rigida. I basamenti sembrerebbero scricchiolare. Eppure è difficile staccarsi dal pad prima dell’epilogo. A patto che si voglia ampliare il proprio senso critico, che si analizzi con un’ampiezza di respiro che consenta di assimilare il compimento di una chiara filosofia di sviluppo, in grado di elevare il medium videogioco, strozzato spesso da ingarbugli narrativi che ne minano la capacità di raccontare qualcosa di semplicemente vero. Se non in maniera approssimativa. Se non inciampando in compromessi che odorano di abbozzo e noncuranza.
A monte, lo storytelling. Vertice di un processo piramidale in cui tutto confluisce. Ogni elemento del gameplay è dunque subordinato alle esigenze dello spettacolo narrativo, ne diventa parte integrante e funzionale. Laddove Heavenly Sword dimenticava per strada le proprie finalità ludiche, Enslaved le utilizza in primis per tratteggiare un’avventura meravigliosa, un trionfo del ritmo. Forzando la mano qua e là, spingendo talvolta il giocatore dove non vuole, ma solamente per emozionarlo.
Il contenuto eguaglia dunque la finezza del contenitore? Quasi. L’apertura al pubblico di massa è evidente, e per certi versi comprensibile. Il pubblico hardcore ortodosso potrebbe però gradire meno. E di quando in quando l’imbastardimento di alcune dinamiche sarebbe stato preferibile anche da Everyeye.it.
A prescindere dalle lenti con cui si vuole o ci si impone di osservarlo, Enslaved rimane semplicemente bellissimo, e traccia un tragitto narrativo e produttivo con cui l’industria dovrà giocoforza intersecarsi.

 
And the Oscar goes to...
Futuro apocalittico? La prassi. Devastato, cadaverico, preconfezionato. I videogiochi adorano il trend postatomico, e come certa narrativa di genere, i letti dei fiumi inariditi, la crosta terrestre denudata, le lande brulle scavate dalla morte. Un’atmosfera sbiadita ormai assurta ruolo di cliché.
Enslaved pianta lì la prima picconata e ci porta buone nuove dal futuro: fra 150 anni la Terra sarà talmente rigogliosa da risultare accecante. Un’orgia di colori, sfumature e lirismi visivi che incantano. Con disinvoltura. Poi, si mette a fuoco. E tutto cambia. Dov’è l’uomo? E’ la prima domanda che verrebbe da porsi se l’incedere del plot lasciasse il tempo di riflettere. Invece no. Prende per mano e non lascia la presa se non dopo tredici intense ore di girovagare. E lo fa esattamente come aveva iniziato: con una domanda.
Parafrasando ed aggiornando tematiche vecchie di 400 anni (tante le primavere di “Viaggio in Occidente” di Wu Cheng’en), Alex Garland tassella uno spettro narrativo volutamente scarno, incompleto, unilaterale. Un mosaico nebuloso difficilmente ricomponibile. Il giocatore si trova sullo stesso livello di conoscenza dei protagonisti, l’empatia è istantanea.
Da una parte, gli schiavisti. Dall’altra, il resto del mondo. Una partita commemorativa, che di sentimentale ha ben poco. Sullo sfondo, infatti, si muove un regalino di un passato dimenticato, bugiardo e dannatamente prossimo: i robot. Retaggi della propensione dell’uomo all’autodistruzione. Quella sì, non manca mai. Ora che il bipede belligerante pare evaporato o comunque racchiuso in una bolla di terrore, sono loro gli unici custodi della sua atroce follia.
“Perché voglio ucciderci?” chiede Trip.
“Perché sanno fare solo quello” risponde Monkey.
Monkey è un sopravvissuto, un reduce. Ma anche qualcosa di stranamente diverso. Di efferato e naturale. Trip irradia una purezza semplice, eppure “schiavizza” Monkey per farsi scortare al villaggio paterno, già vessato dalle navi schiaviste.
Andy Serkins, nel triplice ruolo di regista delle cut scene, curatore del motion capture e attore (interpreta Monkey), scruta senza remore l’animo del duo, posizionando la camera vicino, vicinissimo. L’evoluzione del rapporto fra Monkey e Trip, ed il loro relazionarsi con Pisgsy, procede per lenta sottrazione. Perché non servono gli arzigogolamenti di un dialogo infinito, quando uno sguardo, un gesto od un impercettibile movimento del viso esprimono lo stesso concetto, insinuandosi con ancora più forza.
Il terrore che stringe la vita di Trip, in una particolare scena, è palpabile. Quasi insostenibile. E quando finalmente salva abbraccia il suo salvatore (il giocatore: siamo in un gioco, non in un film) lo fa con una foga così sincera, così umana, che davvero può rappresentare una linea di confine fra quello che è stato e quello che sarà, in termini di scrittura videoludica.
Fiducia, gioia, dolore, invidia si mischiano sullo schermo in una danza intimista che alimenta la curiosità del giocatore, condendola con gag divertenti (ma mai decontestualizzate), picchi invero violenti e romantici (il ricordo corre veloce al teatro: brividi di suggestione assicurati).

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Enslaved: Odyssey to the West

Disponibile per: PS3 | XBOX 360
Genere: Azione
Sviluppatore: Ninja Theory
Distributore: Atari
Pegi: 16+
Lingua: Tutto in Italiano
Data di Pubblicazione: 07/10/2010
Enslaved: Odyssey to the West
9
8
8
9.5
155 voti
7.9
ND.
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