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Wolfenstein 2 The New Colossus Recensione: il ritorno di B.J. Blazkowicz

Tre anni fa, sotto l'ala protettrice di Bethesda, uno sconosciuto studio svedese prese in mano uno dei brand più cari agli appassionati di sparatutto, quello di Wolfenstein, e a sorpresa ne fece uno dei migliori esponenti del genere. Un titolo caratterizzato da un'impostazione classica, perfino desueta, riportata in auge grazie al talento di MachineGames, autori di una storia efficace ed emozionante, collocata all'interno di una ucronia perfettamente modellata. Tutti livelli di un costrutto ludico che affondava le radici in un gameplay che, seppur tradizionale, è riuscito a conquistare il grande pubblico con la sua brutale solidità. Ora, in un periodo ingiustamente difficile per i prodotti single player e per la "linearità" in generale, MachineGames e Bethesda sono tornati a prendere a testate i dictat del mercato con un seguito che non rinuncia a niente, nessun aspetto della sua "anzianità innovativa".
La buona notizia è che si tratta probabilmente di una delle cose migliori che giocherete quest'anno.

"Ti sgozzerò in piedi"
Deathshead è morto. Dopo un secolo d'infamia, speso a sublimare le proprie devianti pulsioni in pratiche innominabili, l'arcinemesi di William "BJ" Blazkowitcz ha salutato l'ultima alba della sua vile esistenza con il rintocco sinistro della spoletta di una granata. Blazko è a terra, dilaniato, ma non importa: il fabbricante di morte del Reich è caduto, e con lui una delle colonne portanti del nuovo ordine nazista.
"S'ergerà la gran Donna dalla face. Che fe' prigione il lampo, e un nome santo avrà: Madre degli Esuli".
BJ recita mentalmente uno stralcio del Nuovo Colosso di Emma Lazarus, muta preghiera alla dea libertà, e poi, senza esitazione, ordina l'attacco che lo ucciderà.
Buoio. Silenzio in sala. Applausi.
Con un finale praticamente perfetto, The New Order si chiude sull'ultimo saluto, sprezzante, di un eroe alla Clint Eastwood: duro, idealista, inflessibile.
Ma gli eroi non muoiono mai, recita il motto, ed è così che, in testa a The New Colossus, ritroviamo il nostro manzo texano intento a trattenere faticosamente l'esuberanza delle proprie interiora: Blazko è vivo, sì, ma non è più quello di prima. Riabilitatosi dopo essere rimasto, per mesi, in stato semicomatoso a bordo del titanico sommergibile Martello di Eva, in nostro eroe è raggiunto per la prima volta dall'ombra frastagliata di "madame paura". A spaventare Billy non sono la morte né i nazisti, ma il peso di una debolezza mai conosciuta, il terrore di non poter difendere le persone che ama, di non poter combattere per i propri ideali.
Un retrogusto amaro che aggiunge alla ricetta narrativa di quei meravigliosi pazzi di MachineGames una profondità inedita, che offre al team un pretesto eccellente per approfondire la psicologia del protagonista, e ampliare così la potenza immersiva dell'esperienza. Sentire il respiro della morte, mai così vicina, spinge Blazko a riflettere sulla propria vita, sul cammino intrapreso da quando, bambino, passava le proprie giornate nella campagna texana, mai troppo lontano dagli abusi di un padre indegno. Tra flashback, pensieri "a voce alta" e scene registicamente impeccabili, lo studio svedese preme – di cattiveria – su tutti i tasti giusti con una sceneggiatura positivamente bipolare, con due anime distinte ma strette in un meraviglioso abbraccio. Da una parte abbiamo questo spirito intimista, evocativo, e dall'altra il suo involucro tutto muscoli e brutalità, che costringe il giocatore a liberare i mastini del "se mi alzo prendo quell'ascia e te la infilo nei sentimenti... da dietro". Due componenti che si rinforzano l'un l'altra e si rincorrono, sempre coerentemente, tra le righe di un copione brillante, nettamente superiore a quello di The New Order, che non teme di trattare temi difficili, senza però rinunciare a una sana vena di follia ridanciana. Vena che si manifesta in scene assolutamente folli, esilaranti, che arricchiscono di colore una caratterizzazione dei personaggi incredibilmente stratificata. The New Colossus è un'opera trascinante, che chiede, anzi ordina di essere divorata, sulle note stonate di una selva di risate estatiche e silenzi carichi di emozione. Note in armonia, come di consueto, con quelle di una colonna sonora eccezionale, che sottolinea alla perfezione ogni momento saltando dal rock spinto, al funk, all'orchestrale con un'attenzione e una coerenza degne del miglior Tarantino. Non a caso, nel nuovo lavoro di MachineGames c'è un tanto, tantissimo dell'estro cinematografico del regista di Bastardi senza gloria, citato in maniera inequivocabile in almeno un paio di occasioni. La corsa al finale, epicamente sanguinario, è catalizzata dalla presenza di un cattivo tra i migliori della recente storia videoludica (forse uno dei migliori in assoluto), che incarna magistralmente la sadica insania del credo nazista. A quindici minuti scarsi dall'inizio del gioco, il vostro odio per Frau Engel raggiungerà l'intensità calorifera di un piccolo sole, e non potrete fare a meno di indugiare in fantasie con protagonisti una martello da carpentiere e il sorriso deforme di quella maledetta crucca mastica-schnitzel.

"Si possono fare un sacco di cose con un'ascia... e un nazista"
Ok, abbiamo stabilito che la storia di Wolfenstein II: The New Colossus è perfettamente in grado di dispensare prognosi consistenti, causate dall'improvvisa dislocazione della mascella.
A questo punto la domanda sorge spontanea: e il gameplay?
Preparatevi al raddoppio della prognosi.
Dal punto di vista squisitamente ludico, l'opera di MachineGames è una sinfonia di brutalità e appagamento. Tutto ciò che rende il primo capitolo uno degli shooter più solidi degli ultimi anni, torna a flettere i muscoli anche in questo sequel: gli strumenti di morte in dotazione a Blazko sono fonti inesauribili di soddisfazione battagliera, grazie ad un feedback perfetto e a una varietà consistente, alimentata dalla distinguibile unicità di ogni bocca da fuoco, la cui efficienza cambia considerevolmente a seconda delle circostanze e degli avversari nel mirino. Il nuovo sistema di dual wielding, che consente di equipaggiare un'arma diversa in ogni mano (con annessi "assetti speciali"), aumenta in maniera sorprendente lo spessore tattico del gunplay, senza considerare l'immancabile effetto "John McClane non sei nessuno".
Un'altra importante novità riguarda la velocità del protagonista che, per circostanze che non stiamo a spiegarvi, sarà in grado di lanciarsi in prodigiosi scatti in pieno stile Doomguy. Pur non rivoluzionando i canoni ludici della formula, questo cambiamento di marcia determina una maggiore valorizzazione del "combattimento a spinta in avanti", che si traduce in un scenari battaglieri ancor più frenetici e intensi.
Malgrado ciò, anche questo secondo capitolo mantiene intatta l'ampia gamma di possibilità garantite da un gameplay che non disdegna, né penalizza l'approccio stealth. Quest'ultimo, nel quadro della versatilità guerresca del buon Blazko, si fa particolarmente importante ai livelli di sfida più elevati, che vi consigliamo di affrontare solo in presenza di un confessore. Tenete a mente che, anche a difficoltà media, Wolfenstein II è un gioco che impone riflessi fulminei, adattabilità e una certa dose di pianificazione (se non altro estemporanea), tutti elementi necessari per sopravvivere tra le macerie di un mondo dove la morte è sempre dietro l'angolo. Parlando del setting, è impossibile non fare un plauso al team di sviluppo, che per questo secondo capitolo ha confezionato una raccolta di scenari uno più ispirato dell'altro, strutturalmente sostenuti da un level design di gran qualità, che spesso – e volentieri – nasconde la linearità di base dell'esperienza all'interno di ambienti "ariosi", più libertari in termini di esplorazione. Tra l'altro, non possiamo che consigliarvi di investire il giusto tempo nella ricerca dei collezionabili distribuiti in giro per le ambientazioni, tutte pennellate di uno dei dipinti ucronici più affascinanti e credibili della storia dei videogiochi. Un quadro che offre al giocatore un'incredibile gamma di situazioni per mettere alla prova mira e sangue freddo, tra le maglie di un comparto ludico che fa della diversificazione uno dei suoi punti di forza. Se la sequenza di Blazko in carrozzella è già entrata negli annali, aspettate di vederlo salire in groppa a un massiccio Panzerhund sputa-fiamme, o di lanciarsi in improbabili exploit recitativi nei panni di... beh, se stesso, nel ruolo di antagonista nel capolavoro di un regista che non faticherete a riconoscere. Un momento, quest'ultimo, che sfiora la genialità assoluta. Il gioco offre inoltre più un motivo per tornare a calcare l'America, meravigliosamente terrificante, del Quarto Reich, affrontando l'avventura almeno una seconda volta.
Poco dopo i titoli di testa, infatti, il gioco permette di rivedere la scelta, operata nel primo capitolo, sulle sorti di Fergus e Wyatt, per decidere quale dei due portare con sé in The New Colossus. Una decisione che non solo si traduce in scene e sottomissioni radicalmente differenti, in linea con le caratteristiche dei diversi personaggi, ma garantisce al giocatore l'accesso a due diverse armi speciali: il già noto Laserkraftwerk e il nuovissimo Dieselkraftwerk, in grado di lasciare globi fiammeggianti che il buon Blazko può far detonare all'abbisogna. Armi molto diverse fra loro, che ampliano ancor di più lo spessore delle possibilità letali a disposizione di BJ, sempre nel segno della varietà "uber alles", credo religioso cui lo studio svedese rimane fedele per tutto l'arco dell'avventura.
Considerate solo che, poco dopo la metà, al giocatore viene offerta la possibilità di scegliere tra tre diversi potenziamenti che aggiungono un ulteriore strato di complessità all'ensemble. Pensate se ad un tratto Blazko diventasse in grado di sfondare le pareti a spallate e di travolgere i nemici come un tank, oppure di assottigliarsi fino a riuscire a strisciare all'interno di strettissimi canali d'areazione, per tagliare – letteralmente – le gambe a qualche ignaro nazista. Non male, eh?
Specialmente perché si tratta di variabili in grado di assecondare e promuovere concretamente le preferenze battagliere degli utenti. Discorso che può essere esteso al sistema di progressione che, come in passato, offre perk al completamento di determinate condizioni sul campo di battaglia (tot nemici uccisi in corpo a corpo, con le granate, di nascosto, ecc.).

Raccogliendo kit di potenziamento in giro per i livelli, il nostro maciulla-crucchi preferito potrà anche potenziare le bocche da fuoco del suo armamentario, ognuna con tre slot di potenziamento. A differenza di quanto accadeva nel primo capitolo, però, questi kit saranno "generici" e potranno essere utilizzati per attivare un qualsiasi potenziamento dell'arsenale. Sulle stesse note, il fuoco alternativo di ciascuna arma (compreso nel trittico di cui sopra) sfrutterà le munizioni standard invece che altre specifiche.
Si tratta di una scelta tutto sommato sostenibile, in linea con la grande libertà letale che lo studio vuole offrire al pubblico. Meritano una menzione di coda le missioni enigma, brevi (relativamente) incarichi che è possibile sbloccare utilizzando i codici trovati sui corpi degli ufficiali intombati. Dopo aver completato un piccolo minigioco di "decodifica", il giocatore potrà lanciarsi in una caccia all'uomo completamente opzionale, affrontando la minaccia nazista in scenari ad-hoc caratterizzati da una buona varietà di sfide.

60 fps di pura epicità mazzuolatoria
Anche dal punto di vista tecnico, Wolfenstein 2 rappresenta un'evoluzione positiva di quanto visto nel primo capitolo dello shooter targato Bethesda. Il passaggio all'id Tech 6 ha senz'altro favorito il pregio qualitativo della produzione, che ora può contare su effetti di luce e particellari decisamente impressionati, senza considerare il netto passo avanti sul fronte delle animazioni e degli shader, decisamente più credibili rispetto a quelli della precedente incarnazione del franchise. Passi avanti che si accordano meravigliosamente con l'ottima direzione artistica del titolo, forte di una personalità unica ed esplosiva. Non tutte le ambientazioni arrivano ai livelli della passeggiata verso il Papa Joe's Diner di Roswell, ma si tratta sempre di fluttuazioni comprensibili e pertanto indolori. Se da una parte i miglioramenti sono evidenti, dall'altra è difficile non notare alcuni dei problemi presenti già nel primo capitolo, come ad esempio la presenza costante di texture in bassa risoluzione e modelli un po' "spigolosi" che riducono, seppur marginalmente, l'impatto del colpo d'occhio. C'è però da dire che i 60 fps del gioco ben valgono qualche piccolo sacrificio, specialmente se si considera il peso del frame rate nel bilancio ludico della produzione. Il conteggio degli fps non rimane sempre inchiodato a 60, è vero, ma i piccoli cali registrati non hanno mai inficiano in alcun modo l'efficacia mortale del protagonista. Avremmo voluto estendere per intero i complimenti fatti alla colonna sonora anche al doppiaggio italiano del gioco, ma non abbiamo potuto fare a meno di notare qualche défaillance nell'interpretazione del protagonista, a volte eccessivamente monocorde o caratterizzato con un'inflessione tonale non del tutto convincente. Molto meglio il doppiaggio dei restanti membri del cast, generalmente di altissimo profilo, sebbene il lyp-sinc sia da rivedere in toto. Non ci ha convinto del tutto neanche la gestione dell'interfaccia per quel che concerne la "composizione" del dual wielding, ma trattandosi di un titolo pensato principalmente per l'utenza mouse & tastiera, almeno dal punto di vista dei controlli, si tratta di una farraginosità fisiologica e comprensibile.

L'ultimo lavoro di MachineGames è un concentrato di trovate brillanti, innestate sulla struttura di un gameplay monumentale ed appagante. Su queste solide, solidissime basi poggia un costrutto narrativo meravigliosamente tornito, che conquista con un mosaico di scene magistrali, il quale si muove tra le righe di una sceneggiatura eccellente, in grado di evocare un'ampia gamma di emozioni nel cuore dei giocatori: dai più accorati impulsi omicidi, agli estemporanei moti di partecipazione che cadenzano un processo di immedesimazione inarrestabile. Wolfestein 2 è una corsa folle e meravigliosa che si chiude, a 12 ore circa dal suo inizio (tranquillamente 15 con tutte le secondarie), in un finale tarantiniano da manuale, che segue uno scontro durissimo e memorabile. Per quanto ci riguarda, The New Colossus è il nuovo punto di riferimento per il genere. Se vi volete bene, fatelo vostro.

9

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