Death Stranding: Guillermo del Toro e Mads Mikkelsen nel gioco di Hideo Kojima

Ai Game Awards 2016, Hideo Kojima ritira il premio Industry Icon e presenta un nuovo trailer di Death Stranding con due guest star d'eccezione...

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  • Non c'è più speranza, nel mondo squallido e fangoso di Death Stranding. Non sappiamo se si tratti della carcassa di una Terra consumata da conflitti inestinguibili, oppure di un luogo solo immaginato, proiezione mentale di un incubo. Il trailer presentato in apertura dei Game Awards è come sempre criptico, pieno di indizi microscopici e significati nascosti: affascinante ma incomprensibile. Ci parla di un luogo devastato, spogliato di ogni traccia di umanità. Il terreno è ricoperto da una fanghiglia appiccicosa, su cui giacciono inermi i cadaveri di crostacei marciti. Nel filmato presentato all'E3 c'erano enormi cetacei senza vita, distese di pesci arenati: probabilmente consegnati al loro triste destino dalle mareggiate impazzite. Il titolo della produzione gioca proprio sul concetto dello "spiaggiamento" (Mass Stranding), per cui branchi di balene si consegnano alla morte gettandosi fuori dall'acqua, su rive sabbiose. Nel nuovo titolo di Hideo Kojima la morte è ovunque: un gonfio carcame marino ricopre ogni cosa. Forse la colpa è delle maree: quando Mads Mikkelsen sguinzaglia i suoi soldati scheletrici l'ago della bussola che si intravede sul suo equipaggiamento comincia a girare vorticosamente, fuori controllo. Come se il campo magnetico fosse colto da un delirio improvviso, probabilmente lo stesso che alza e abbassa il livello delle acque.

    Di Death Stranding, ad oggi, non si può parlare che così: a sprazzi, disorganicamente, cercando di districarsi tra un mare di dettagli inesplicabili. Seguendo la miriade di suggestioni con cui Hideo avvince lo spettatore. Si possono fare ipotesi, si può lavorare di fantasia; completamente rapiti da un immaginario e da un'iconografia che sono già indimenticabili: meravigliosamente unici, indelebili.
    Le manette luminose che pendono dai polsi di Reedus e Del Toro, la cicatrice appena avvertibile sulla fronte del personaggio che ha le fattezze del regista (il cui coinvolgimento nel progetto è ancora poco chiaro), e poi i cordoni ombelicali che escono da ogni cosa. Persino il gameplay ruoterà attorno a queste strane propaggini meccaniche: Kojima dice che serviranno per "stabilire delle connessioni fra i giocatori", suggerendo che nel suo "action open-world" ci sarà anche una forte componente multiplayer.
    "Il primo strumento di cui l'uomo si è dotato è il bastone, usato per difendersi, e mantenere a distanza le minacce. Il secondo strumento creato dall'uomo è la corda, usata per tenere strette le cose che sono importanti. Nella maggioranza degli action game" - sostiene Kojima - "gli oggetti usati dai giocatori sono 'bastoni'. L'utente spara, scalcia, colpisce. Voglio creare un gioco in cui i giocatori non interagiscono attraverso l'equivalente di bastoni virtuali, ma attraverso l'equivalente di una corda".
    Sono queste le sibilline parole con cui Kojima ha cercato di inquadrare la produzione, finendo in verità per instillare ulteriori domande nella testa confusa dei giocatori. I cordoni ombelicali di Death Stranding potrebbero essere usati come strumento per controllare mezzi e soldati. Le quattro propaggini che si estendono dal personaggio a cui Mikkelsen presta il volto si agganciano a combattenti scarnificati, non-morti con carabine e uniformi fuori dal tempo, che sembrano quindi riesumati da una guerra vecchia di chissà quanti decenni.
    Ma i cordoni ombelicali escono anche dai veicoli: dagli aerei che se li trascinano dietro come fossero scie bituminose, dai carri armati ricoperti di viscere. Sono mezzi in qualche modo organici, vivi?

    Infine ci sono i piccoli neonati, creature fragili e delicate, quasi "aliene" in questo mondo disperato. Nel primo trailer Reedus piangeva forse per la morte di questo essere prezioso, che deve essere in qualche modo protetto dalla pestilenza che ammorba ogni cosa. Nel nuovo filmato l'infante se ne sta chiuso in un contenitore che lo tiene distante dall'orrore, immerso nel liquido amniotico. È l'unico simbolo di vita che risplende nello sconquasso generale, un essere messianico che va ad ogni costo salvaguardato (proprio come accade in Children of Men, splendido lungometraggio di Alfonso Cuaròn).
    Per concludere: allo stato attuale dei fatti Death Stranding è al contempo incomprensibile e meraviglioso. Un titolo che ha un immaginario potente, atipico, singolare. Un titolo in cui confluiscono influenze orientali e occidentali, che parla un linguaggio universale, con una voce d'impatto. L'entusiasmo che serpeggia fra i giocatori è giustificato dalla statura titanica di uno dei game designer più importanti per lo sviluppo del medium, ma non ancora dalle informazioni in nostro possesso relativamente alle caratteristiche ludiche della produzione. Seppur sommessamente, quindi, consigliamo un po' di cautela almeno fin quando non metteremo gli occhi su sequenze di gioco.
    Con Mark Cerny a svolgere il ruolo di Technical Producer, e - si vocifera - un engine tutto nuovo di proprietà di Sony, anche la qualità grafica di questa esclusiva PS4 sarà probabilmente fuori parametro (soprattutto se si considera che il trailer girava in tempo reale su una PRO). Oltre alla smania di poter dare un'occhiata al gameplay, quello che abbiamo bisogno di conoscere è una data d'uscita. Conoscendo i tempi di Kojima siamo un po' preoccupati, ma crediamo anche che Sony possa imporgli una tabella di marcia più rigorosa. E chissà, magari proprio l'imminente PlayStation Experience potrebbe darci qualche dettaglio rassicurante.

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