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Hands on Gears of War 3

Un playtest approfondito della campagna in Cooperativa

hands on Gears of War 3
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360

Jacinto è andata. I COG ondeggiano allo sbando. Il pianeta Sera è dunque moderatamente fregato. Niente governo, nessun esercito, zero figure all’orizzonte cui la razza umana può affidare le proprie timidissime speranze. Perché se le Locuste, comunque tutt’altro che schiodate, parevano un tantino incattivite, i Lambent di GOW3 sono degli autentici bulldozer di ferocia e aggressività, alimentati ad Imulsion.
Dopo i fasti della recente beta multiplayer, Gears of War 3 mostra i muscoli della componente single player tra i corridoi della nuova sede di Microsoft Italia.
Prima di partire per Colonia, destinazione Gamescom, Everyeye.it ha quindi fatto una capatina alle porte di Milano, per poter intravedere l’epilogo di una delle saghe seminali di questa generazione.

Ritocchi

Il terzo capitolo è dunque la chiusura di un cerchio che abbracciato la storia di Xbox360 tutta. Un cerchio che, a dirla tutta, ha sempre parlato con la dinamicità dell’azione piuttosto che con un costrutto narrativo accattivante. Beninteso, la saga di GOW non è mai stata sprovvista di un certo background drammatico, a mancare era però la zampata avvincente, l’intreccio che glorifica e si bea della presenza di personaggi tagliati come dio comanda. A latitare era lo spessore, quello che fa scattare la scintilla empatica, che fa apprezzare i protagonisti tanto per la loro scorta inesauribile di coraggio quanto per le debolezze.
La virata di Epic, per questo terzo e conclusivo capitolo, pare lampante. In altre parole, una carica drammatica più matura e consapevole farà da sfondo alle gesta di Marcus e soci, aumentandone la capacità di bucare -finalmente- lo schermo. Meglio tardi che mai, quindi.
Troveremo quindi Marcus in preda a sogni tormentati dal senso di colpa, di inadeguatezza, Dom scalfito nel profondo dalla tragedia personale occorsagli in GOW 2, e in generale una razza umana sfinita, disillusa (si pensi alla sacche di superstiti che qua e là punteggiano diroccate roccaforti, capaci di odiare i COG di un odio ancor più velenoso di quello riservato alle Locuste), che comincia a non distinguere più chiaramente i vantaggi dell’essere vivi, quando il futuro non esiste e il presente è peggior di qualsiasi incubo.
Come già suggerito da Epic qualche tempo fa, i cinque atti che comporranno Gears of War 3 ospiteranno interi capitoli dedicati a comprimari storici come Cole o a “nuove” figure femminili come Anya, che scende in campo dopo anni di gestione logistica.
La longevità dichiarata, a livello normale, si avvicina alle 15 ore di gioco, un risultato che ovviamente ci riserviamo di verificare in sede di review il prossimo mese. L’introduzione della co-op per quattro giocatori è comunque una manna per il replay value di un prodotto che pare finalmente completo, e che il prossimo inverno difficilmente verrà scalzato dalle charts dei titoli più giocati su Live.
Prima di passare al giocato, un paio di info di contorno: l’uso del Kinect, per una qualsivoglia funzione, non è confermato, e a dirla tutta pare abbastanza improbabile che le cose cambino prima della release. Rimane però il “mistero” su una caratteristica non ancora annunciata, che confidiamo di reperire in quel di Colonia.
Confermata infine la sola lingua nostrana per il pack italiano di Gears of War 3 (doppiaggio e sottotitoli).

Playtest

Il nostro test si è focalizzato sui primi tre capitoli del primo atto della campagna, in cooperativa con altri tre giornalisti. Una passeggiata di salute? Non esattamente.
Il feeling è, giocoforza, lo stesso. Comandi, reattività. A cambiare è lo scenario e soprattutto i nemici. I primi scontri sulla Raven’s Nest, la portaerei affastellata con mezzi di fortuna, un pezzo di ferro galleggiante che i vecchi COG chiamano ormai casa, ci dicono una sola cosa: i Lambent sono dannatamente più svegli delle Locuste, più resistenti e con la spiacevole predilezione per gli attacchi suicidi, laddove in difficoltà. Le trasformazioni che interessano i Drudge, per esempio, con le loro possibilità tentacolari (allungano gli arti e il collo, col passare dei secondi e dopo aver ingerito una buona dose di piombo) scardinano alcune delle tattiche classiche di GOW, perché letteralmente possono pescare il giocatore al di là di una copertura. Perché hanno la tendenza ad aggirarle, certe coperture. E perché, ancor più che in passato, tali coperture si sbriciolano, dopo diversi colpi, costringendo il giocatore a muoversi con frequenza inusitata, quantomeno per il single player. La potenza scenica della schermaglia che prende vita sui ponti della nave dà sfogo ai sogni epici di Bleszinski, con un Levathian pronto a stritolare come un fuscello l’ammasso di ferraglia galleggiante, mentre i peduncoli dei Lambent non smettono di vomitare nuove creature.
Il capitolo avente come protagonista l’ex giocatore di trashball, Cole, tra cittadine logorate, magazzini trasandati ed il suo vecchio stadio, è utile per capire la portata delle novità introdotte. Il Silverback, un mech da combattimento, si fa apprezzare tanto in fase offensive quanto come posizione strategica difensiva, quando tutte le altre coperture sono spezzate, crollate, inservibili. La sua potenza di fuoco iniziale, mitragliatrice e lanciarazzi, lo rendono particolarmente simpatico in situazione di inferiorità numerica, mentre la possibilità di spostare mezzi/oggetti lo rendono l’unico mezzo per soddisfare quel minimo di puzzle solving che, sporadicamente, fa capolino anche in GOW 3.
Gustose le iniezioni effettuate sull’arsenale: durante il test abbiamo re-gustato il Digger Launcher, con le sue munizioni che sprofondano nel terreno per cogliere di sorpresa i nemici. Da malati anche il fucile a canne mozze, capaci di spezzare più nemici a distanza ravvicinata e la granata incendiaria, utile contro i “polipi” più primitivi, ma non per questo meno aggressivi, dei Lambent.
Ad ogni arma è associato un colpo risolutorio, che va dal macabro al disgustoso, la cui scoperta, nel corso dell’avventura, sarà un piacere nel piacere per cultori del gore digitale.

Visivamente

La cosmesi di Gears of War 3, ovviamente, non delude le aspettative. La base di paragone rimane GOW 2, con sostanziali balzi in avanti sul fronte profondità delle texture in primis, con interessanti miglioramenti alle voci effetti particellari e filtri. Epic ha quindi spinto il proprio motore al massimo, trovando in una macchina comunque di 6 anni un interlocutore prestante.
La modellazione poligonale, quantunque non devastante, segna un passo in avanti rispetto al recente passato, soprattutto nella definizione dei particolari. La scena, così come gli iperpompati protagonisti, godono di una cura del dettaglio superiore, con una menzione particolare per i nuovi mostruosi avversari.
Il motore fisico non denuncia sostanziali novità: l’interazione ambientale semplicemente non rientra nel focus del gameplay, una prassi mantenuta anche in quest’ultima interazione del franchise.
Eccezionale il doppiaggio anglosassone: auspichiamo ad un risultato, se non equiparabile, quantomeno vicino, anche per quello che toccherà ai giocatori sparsi nel Bel Paese.

Gears of War 3 Gears of War 3 è il sipario di una saga che ha segnato un’epoca. Il terzo capitolo non rigetta i dettami del passato, inserendo però nuove dinamiche, nuove armi e soprattutto una terza fazione -i Lambent- ancora più aggressiva e polimorfa. Un gruppo di fattori che ispessisce il gameplay, già baciato dalla co-op per 4 giocatori. Epic ha inoltre puntato forte sul plot e sulla costruzione dei personaggi, più rifiniti, profondi, immersi in un mondo meno inverosimile. La drammaticità annacquata dei precedenti episodi lascia il posto ha una componente emotiva moderatamente compiuta. In buona sostanza, ecco il masterpiece di casa Microsoft per il prossimo inverno.

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