Hands on Medal of Honor: Warfighter

Finalmente in mostra il single player dell'FPS Danger Close

hands on Medal of Honor: Warfighter
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc

Il tempo stringe, soprattutto quando sai che il tuo competitor è uno schiacciasassi senza freni. Se non sei più che sul pezzo, la pressione può farti tremare le gambe. Del resto si sa, Il genere degli FPS, branca bellica, è giusto un tantino competitivo. Senza contare che il 26 Ottobre è proprio dietro l'angolo. Danger Close però non ha affrettato i tempi, lasciando che il solidissimo multiplayer di Medal of Honor Warfighter parlasse da solo per l'intera produzione. Una mossa da pelle d'oca, se si ritorna alla non brillantissima componente multigiocatore del discreto reboot della saga targato 2010. Ma tant'è, una strategia che invece s'è rivelata vincente. Dopo svariati press tour, fiere di settore ed altrettanti resoconti sul campo, Everyeye.it svolacchia a Londra per un primo assaggio giocato della campagna single player. Enemy down.

Caro vecchio Preacher

Preacher è quasi andato. Così come la sua famiglia. Anni di missioni ti rubano tutto, dentro e fuori. Il paradosso punge. Chi cerca di salvare il mondo non riesce quasi mai a salvare sé stesso, o chi gli sta intorno. Le persone che contano davvero. E allora non resta che tornare, con la testa, a quando tutto aveva un senso. La tua squadra. La tua missione. La voglia di sopravvivere. La narrazione, in Medal of Honor Warfighter, sarà uno dei cardini su cui si costruirà un single player in grado di incollare il giocatore allo schermo. "Con Medal Of Honor volevamo l'autenticità" ci spiega Greg Goodrich, Executive Producer del gioco, "a mancare però è stato il collante necessario: il cuore che gli Operators in giro per il mondo mettono in tutto quello che fanno. Senza cuore non si va da nessuna parte e soprattutto non si porta a casa la pelle". "In MOH Warfighter la storia di questi uomini emergerà, perché non sono supereroi o macchine da guerra, ma semplici uomini, come noi. E' questo che li rende così incredibili", conclude. Preacher sarà solo l'apice di un tessuto narrativo complesso, fitto di flashback e sbalzi temporali, e ricchissimo di pathos. In questo senso, la tecnologia utilizzata dal team per le cut scene, impreziosisce non poco l'aspetto empatico del progetto. Un aspetto particolarmente sottolineato e voluto dai consulenti bellici di Danger Close.

"Medal of Honor Warfighter si inserisce in un solco tutto personale, stretto com'è fra Battlefield da una parte, e il gigante Call of Duty dall'altra. Da qui l'utilizzo e l'evoluzione della tecnologia Frostbite 2, ma senza la distruzione ambientale tipica dei titoli Dice"

Filippine. E' il caos. La squadra avanza affondando la piante dei piedi in un poltiglia fetida. Ci infiliamo fra cumuli di macerie e carcasse d'auto: quel che resta dopo una pioggia incessante di lacrime e granate a frammentazione. Di coperture ce ne sono, ma nessuna è definitiva, imponendo un continuo movimento per salvare la pellaccia. Perché a differenza dello scorso episodio, l'IA sembra avere preso coscienza di sé. E pure troppa, a dirla tutta. I quattro operatori vengono letteralmente subissati da proiettili che sbucano da ogni dove. Le routine comportamentali, fisse nel 2010, qui impongono ai nemici di muoversi, coprirsi vicendevolmente, variare, nei limiti del possibile, strategia. Cecchini ben insediati verticalmente puntellano il lavoro di chi sta più in basso, logorando le possibilità di movimento del team. Le sortite alla Rambo, con questo livello di sfida, non sono proprio consigliabili, anche per via del leggero abbassamento della resistenza dei nostri. Insomma, è un bel giocare. L'andamento, giocoforza lontano da BF3 e consono alla linearità di COD, punta moltissimo sul ritmo e sulla varietà situazionale. La mappa in cui ci siamo mossi non consentiva alternative valide se non il ricorrere ad una buona dose di sangue freddo per sopravvivere alla carneficina in atto.
Sfondiamo una porta in maniera canonica e ci ritroviamo al primo piano di un edificio bucherellato. La balconata è un invito a nozze per gli attacchi dei nemici dal basso, e dalla palazzina dirimpettaia. Sbucano da ogni dove, e fortunatamente continuano a coprirsi diligentemente. O arriva un supporto aereo, o da lì non ci si muove. Agganciamo il bersaglio e ci ritroviamo in volo, a vomitare morte dalla mitragliatrice del Black Hawk. Il nostro tempo è scaduto.
Com'è risaputo, Medal of Honor Warfighter si inserisce in un solco tutto personale, stretto com'è fra Battlefield da una parte, e il gigante Call of Duty dall'altra. Da qui l'utilizzo e l'evoluzione della tecnologia Frostbite 2, ma senza la distruzione ambientale tipica dei titoli Dice. Come detto in precedenza, il ritmo è la chiave di tutto. Zero dispersioni, nessuna interruzione per un gameplay che punta tutto sulla cattiveria di dinamiche inasprite da un avversario sveglio e reattivo. La prova è durata troppo poco per approfondire la varietà delle situazioni di gioco, così come la qualità di un level design che si affaccerà in Paesi del tutto diversi. Presto ne sapremo di più, grazie ad una presentazione ufficiale che scioglierà ogni dubbio.

Giusto per non farsi mancare nulla, la sessione si è conclusa con con una rinfrescata sul multiplayer, con la modalità Home Spot, già ampiamente sviscerata al'E3 ed alla Gamescom. Due squadre, obiettivi sequenziali, palleggi fra attacco/difesa che ben si amalgamano nelle mappa affrontata, dispersa nei pressi di Sarajevo. Saliscendi estremamente bastardi, punti di interesse per i cecchini praticamente da inventare, data l'estensione non generosissima della stessa, ed un level design stuzzicante, riempito da strutture su più livelli invero interessanti. Un buon biglietto da visita per esplorare, in piccolissima parte, le combinazioni possibili (migliaia) fra le 12 compagini in gioco, con una specializzazione specifica, divise in sei classi con loadout e peculiarità che abbiamo già spiegato nei precedenti articoli. La varietà è comunque impressionante, e lo studio affrontato da Greg e soci per bilanciare al meglio classi e skills rendono il comparto multiplayer, se non era già chiaro, uno dei punti di forza reale del gioco. Ad ora permangono errori di respawn. Il resto è grasso abbondante che cola.
Interessanti le dinamiche di Team Play. La feature Fire Team impone la formazione di coppie di giocatori intimamente connesse all'interno della squadra, con meccaniche precipue che solleticano da subito l'appetito di chi gioca. I due saranno sempre rintracciabili e visibili sull'HUD, e compiendo taluni azioni a favore del compagno (rifornirlo, medicandolo, fornendogli fuoco di supporto o vendicandolo, fra le altre), prevedono preziosi punti extra. La connessione che si crea è difficilmente spiegabile, anche a livello psicologico la spinta a sentirsi responsabili per il proprio compagno funziona egregiamente, ferme restando le novità specificatamente pensate per il Fire Team che Danger Close ha promesso di svelare questo mese.
Graficamente Medal Of Honor Warfighter, provato su Xbox 360, abbisogna del mese e mezzo che lo separa dall'uscita proprio per rifinire qualità e profondità di texture e shader, e l'effettistica generale. Ottimo invece il frame rate, preciso anche nelle situazioni più disperate. Punzecchiato sulla fase di polishing, Goodrich ha rassicurato tutti su una versione console al passo con la devastante opulenza della versione PC: "Il gioco è pronto: ci siamo presi tutto questo tempo solo per rifinirlo, ripulirlo e renderlo semplicemente eccellente".

Medal of Honor: Warfighter Medal of Honor Warfighter conferma la bontà delle dinamiche anche in single player, per quanto fosse su una build ristretta e piuttosto acerba. Fra qualche settimana conosceremo in toto le caratteristiche della modalità per i giocatori solitari, ferma restando la consapevolezza di Danger Close di aver in mano un cavallo vincente in multiplayer -che ancora può riservare parecchie sorprese-, vista la precisione chirurgica con cui lo ripresenta ad ogni occasione. Sarà sfida vera, quest’anno, con CoD Black Ops 2.

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