Atomic Heart è molto più di un semplice BioShock russo, ci abbiamo giocato

Abbiamo provato per qualche ora Atomic Heart, lo shooter open world di Mundfish: e ci ha piacevolmente sorpreso.

Atomic Heart
Anteprima: PC
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • PS5
  • Xbox Series X
  • Mentre cercavamo rifugio dall'assalto di robot impazziti, siamo finiti in un piccolo capanno dove un automa fuori di zucca ha tentato di sbrandellarci senza pietà. Per fortuna è giunta a salvarci nonna Zina, un'arzilla vecchina - decisamente combattiva - che, con tanto di fazzoletto (platok) ben annodato in testa, incarna il rassicurante stereotipo di una tipica "babushka" sovietica.

    Ed è stato subito amore. Non solo perché nonna Zina si candida con una comparsata (ma speriamo di rivederla più spesso nel gioco completo!) a personaggio dell'anno, ma anche perché il suo ingresso in scena e il categorico rifiuto di consegnarci l'arma che imbracciava con tanta tracotanza ci hanno dato la misura del tono, a metà tra l'ironico e il bislacco, che caratterizza Atomic Heart. Lontana dal dramma a tutti i costi, ma non priva di una inaspettata dose di epicità apocalittica, l'opera prima di Mundfish - accuratamente distribuita da Focus Entertainment - ci ha accolto per qualche ora di prova nel suo mondo retro futuristico, ci ha armato di tutto punto e, fattore ben più importante, ci ha divertito.

    La ribellione dei compagni robot

    Atomic Heart ha stile, inutile provare a negarlo. Prim'ancora delle qualità ludiche, a colpire con forza è la sua atmosfera, l'opulento sfarzo metallico d'una ucronia le cui fondamenta fanta-storiche sono piuttosto elaborate. L'intelaiatura narrativa meriterebbe un approfondimento a parte (ne riparleremo al momento della release con molta più attenzione al dettaglio), e per ora vi basti sapere che ci troviamo in una versione alternativa degli anni '50, in un'Unione Sovietica al culmine della sua ricchezza, del suo potere e del suo avanguardismo tecnologico.

    Un Eden Russo pronto a trasformarsi in un inferno, quando la ribellione delle intelligenze artificiali costringe il protagonista - il veterano noto come P-3 - a mostrare a quegli ammassi di ferraglia qual è la razza che comanda la catena evolutiva. L'incipit profuma di Bioshock Infinite (ecco la nostra recensione di Bioshock Infinite), ed è una somiglianza soltanto positiva. Il tour iniziale nella città posta sopra le nuvole è un trionfo di architetture futuristiche e al contempo squisitamente rétro, di personaggi sopra le righe, di avventori, danzatori improbabili, automi gelatai, statue commemorative e fiumane di robot in parata, celebrazione di un benessere e di una hybris pronti a crollare da un momento all'altro. Sin dai primi passi, la direzione artistica sceglie di ergersi al di sopra di tutto, nella sua visionaria stravaganza, persino al di là di una comunque dignitosa componente grafica. Per dovere di cronaca, compagni lettori, è però opportuno sottolineare come la prova di Atomic Heart si sia svolta su PC, con dettagli al massimo, in un ambiente "controllato" in cui alcune - pur presenti - incertezze tecniche non hanno mai avuto davvero la meglio sulla piacevolezza dell'esperienza ludica. Non sappiamo come si comporterà il gioco su console, né quanto la struttura open world, forte della sua considerevole vastità, impatterà sulla fluidità nella versione completa.

    Ecco perché preferiamo sospendere momentaneamente il giudizio sul lato strettamente grafico e tecnico, per plaudire senza riserva ad una art direction che, nelle prime ore di gioco, miscela eleganza, kitsch ben studiato e stramberie che non passano inosservate, e che non risparmiano né i robot da fronteggiare, figli di un design indubbiamente ispirato, né gli alleati.

    Basti ad esempio pensare alla macchina responsabile della messa a punto dei nostri potenziamenti: preda di un folle desiderio, quest'ultima cercherà di "sedurci" con strumenti un po' troppo affilati. Al pari dello stile artistico, anche la sceneggiatura viaggia su duplici binari: da una parte una leggerezza ironica che puntella le conversazioni tra P-3 e il suo avanzatissimo guanto - Charles, all'anagrafe robotica - , dall'altra sprazzi di violenza non indifferenti, in un bilanciamento che, quantomeno nelle nostre poche ore di prova, ci è sembrato piacevolmente grottesco.

    Colpisci, spara, rifletti

    Al termine della lunga introduzione narrativa, quando il protagonista è chiamato a entrare in azione, l'eco di Bioshock continua a perdurare. È questa una vicinanza ludica e concettuale che però non impedisce ad Atomic Heart di mostrare una progressione fieramente identitaria. Il cuore del lavoro di Mundfish si manifesta in un level design che, anche nei momenti in cui ci chiede di avanzare secondo binari prestabiliti, è meno lineare del previsto.

    Sessioni di scontri al cardiopalma si alternano a momenti più riflessivi, tra fasi puzzle e ricerca di strumenti chiave. In queste circostanze, P-3 dovrà aguzzare l'ingegno, identificando sequenze cromatiche o cimentandosi in mini-giochi bizzarri (nelle fasi iniziali, abbiamo ad esempio sbloccato una serratura schioccando le dita con il giusto tempismo). Talvolta risulta inoltre necessario evocare il provvidenziale aiuto di Charles. Il nostro fidato guanto robotico è infatti in grado di intervenire a più livelli sulla realtà sovietica che ci circonda.

    Atomic Heart parla italianoNel corso della nostra prova, abbiamo avuto l'opportunità di testare il doppiaggio italiano di Atomic Heart e siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla qualità proposta dalla recitazione messa in piedi dal cast dello shooter. La piacevolezza dell'esperienza risultava spezzata solamente da alcuni passaggi fuori-sincro, che ci auguriamo siano semplicemente figli di una build non definitiva. Il nostro test non ha invece potuto beneficiare della traduzione dei menu di gioco e della ricca sezione dedicata alla lore di Atomic Hearts, nella quale P-3 annoterà miriadi di dettagli relativi a personaggi, robot, avversari e tecnologie.

    Oltre che durante l'esplorazione, l'evolutissimo gadget posto sulla nostra mano sinistra ci fornirà un considerevole supporto anche in battaglia. Potenziando lo strumento, P-3 potrà scatenare potenti attacchi elementali sui suoi scintillanti avversari. Parliamo di colpi in grado di congelare i nemici e del ricorso ad una potente telecinesi, oltre alla possibilità di evocare un utilissimo scudo. Quest'ultimo, una volta sbloccato, genera un impatto immediato in termini di gameplay, offrendo al protagonista uno strumento più efficace della semplice schivata per evitare gli assalti nemici. Il tutto si affianca ad un arsenale di tutto rispetto, che include sia armi melee sia bocche da fuoco. Nella nostra prova, ci siamo in particolare affezionati ad una massiccia accetta e ad una sorta di - potentissimo - cannone laser. Presenti all'appello anche fucili più convenzionali o piccole pistole equipaggiate con proiettili elettrici. Il feedback delle armi è tangibile, e sperimentare con i diversi strumenti a nostra disposizione si è rivelata un'esperienza divertente, ma anche necessaria.

    Atomic Heart è infatti uno shooter da non prendere troppo sottogamba, con picchi di difficoltà che ci hanno messo non poco alla prova. Oltre che negli scontri, la sfida confezionata da Mundfish si manifesta anche nelle sezioni esplorative. Molte aree delle strutture sovietiche da noi esplorate - e persino l'open world - sono infatti pattugliato da telecamere di sicurezza. Aggirare o distruggere questi occhi robotici è fondamentale: esserne avvistati rappresenta infatti una condanna a morte certa, in quanto scatenerà su P-3 un'orda di robot ricognitori. In quest'ottica, ci è spiaciuto riscontrare l'impossibilità di adottare un approccio stealth, almeno in alcune sezioni: gli avversari sembrano infatti avere a propria disposizione udito e vista decisamente raffinati, forse sin troppo.

    Restando in tema nemici, plauso particolare per la boss fight che Mundfish ci ha concesso di affrontare. Trovandoci di fronte - letteralmente - un ammasso sferico, scintillante e colossale di ferraglia di ultima generazione, abbiamo dovuto ricorrere a ingegno e abilità per averne la meglio. Lo scontro si è rivelato genuinamente divertente, con fasi sempre più complesse e un livello di difficoltà ben calibrato.

    In definitiva, quando Atomic Heart viaggia all'interno di confini ristretti, in dungeon e laboratori, tra enigmi e risorse da raccogliere per potenziare l'armamentario, il ritmo di gioco convince ed elettrizza, merito sia di un level design che pare studiato a puntino, sia di una buona varietà di nemici. Oltre alle scintillanti creature robotiche, P-3 farà infatti presto la conoscenza di inquietanti avversari organici, tra mutanti e bizzarre creature volanti.

    Qui la lezione di Bioshock e di Prey si fa sentire, a tutto vantaggio di una esperienza che sembra capace di apprendere dai grandi maestri senza però snaturare la sua personalità distintiva. Allo stato attuale il dubbio maggiore, se escludiamo l'andamento del racconto di cui è ancora troppo presto per parlare, sorge quando Mundfish apre le porte del suo open world: un vasto territorio da esplorare a piedi o a bordo di veicoli, con un approccio ludico che ricorda un ibrido tra Far Cry e Halo Infinite.

    Non possiamo ancora esprimerci sulla densità del mondo di gioco, né sulla varietà che sarà in grado di offrirci, e per ora ci limiteremo solo a esporre il (legittimo?) timore che la dilatazione dell'esperienza, in nome di una vastità forse non necessaria, possa rischiare di indebolire quel fascino pulsante che si percepisce con forza all'interno delle sezioni ludicamente più contenute.

    Atomic Heart Massacrare ondate di creature metalliche e organiche, mentre a darci la carica in sottofondo ci pensa una strepitosa colonna sonora pop-sovietica, è davvero appagante. Atomic Heart non è un semplice “Bioshock russo”, e se consideriamo che si tratta dell’opera prima di Mundfish (in sviluppo da oltre cinque anni), le ambizioni del team possono sembrare persino fin troppo elevate. Stando a quanto abbiamo visto e provato, però, lo stile, il gameplay e il piglio della narrazione al momento convincono. E convincono davvero. Le perplessità riguardano la tenuta sul lungo termine della varietà ludica, del racconto e dell’approccio open world, nella speranza che l’ampliamento dei confini di gioco non si riveli solo un vezzo quantitativo. Dopo i dubbi iniziali dati dalla lunga gestazione del progetto, adesso la nostra fede in Mundfish è sicuramente aumentata: Atomic Heart esiste e ha carattere. E noi non vediamo l’ora di rincontrare Nonna Zina.

    Quanto attendi: Atomic Heart

    Hype
    Hype totali: 108
    82%
    nd