Deathloop per PlayStation 5: la meravigliosa follia di un puzzle omicida

Finalmente toccato con mano il nuovo immersive sim di Arkane Lyon, che si dimostra un videogioco originale ma non adatto a chiunque.

Deathloop
Anteprima: PlayStation 5
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS5
  • L'immedesimazione tra Colt e il giocatore, specie durante le prime battute dell'avventura, è di certo uno dei grandi punti di forza di Deathloop. La prossima fatica di Arkane Lyon - in arrivo il 14 settembre su PC e PlayStation 5 - è un videogioco anomalo, sorprendente, rischioso e profondamente coraggioso sia nel concept che nel modo di porsi, visto e considerato quanto, nella sua estrosa ricercatezza, questo sparatutto sui generis non possa certo dirsi un titolo adatto a chiunque.

    Senza girarci troppo attorno, c'è da fare un plauso esplicito a Bethesda per aver creduto, ben prima della ricchissima acquisizione da parte di Microsoft, in un progetto così diverso dal solito, così orgogliosamente unico a dispetto di alcune manifeste somiglianze con altri apprezzatissimi immersive sim - su tutti senza ombra di dubbio l'encomiabile Dishonored, perché come dice il proverbio la mela non cade mai troppo lontano dall'albero. Eppure, folle e memorabile come il design delle sue architetture retrofuturiste in stile Arancia Meccanica, Deathloop è esattamente così: prendere o lasciare, in un vertiginoso all-in senza compromesso alcuno.

    Perdersi nel loop

    L'inizio, si diceva qualche riga fa, è davvero spiazzante come pochi: per le prime due o tre ore buone il gioco continua a scaraventarti addosso una mole incessante di informazioni e di dettagli non sempre così comprensibili. Elementi tutt'altro che di contorno, che riguardano più che la trama (compiaciutamente caotica e in medias res...) soprattutto le meccaniche, la struttura ludica e in generale tutte le regole base di uno shooter in prima persona che recupera sfumature dal sottogenere roguelike - senza però mai diventarlo davvero - per elaborarle in maniera suggestiva con il DNA fatto di approcci liberi e non convenzionali che da anni è diventato il marchio di fabbrica dello studio transalpino.

    Ecco perché risulta in effetti facilissimo entrare nei panni di Colt, un letale assassino con enormi problemi di memoria: lui si sveglia sulla spiaggia dell'isola di Blackreef (un posto fuori dal mondo dove il tempo scorre in maniera tutta sua, trasformandosi in un concetto piuttosto relativo) con un mal di testa terrificante e senza nemmeno ricordarsi come si chiama, e tu giocatore procedi quasi un po' per inerzia, attanagliato da continui dubbi e assalito dalla già citata mole soverchiante di stimoli. Il suo non capirci nulla è insomma grossomodo il tuo, e alquanto simile è anche la progressiva parabola di crescita e di acquisizione di una consapevolezza che nel tempo si fa assolutamente appagante.

    Da una parte c'è Colt, che si ritrova sin da subito a essere la vittima designata - eppure sempre meno indifesa - di una perversa caccia all'uomo in cui letteralmente chiunque altro non vuole che fargli la pelle. Con una sola,

    amarissima certezza: nemmeno la più atroce delle morti a Blackreef è per sempre, con il trapasso che anzi diventa un modo per ricominciare tutto da capo, sopraffatto in eterno da un ciclo all'apparenza impossibile da spezzare. Certo, nel mentre ci si può comunque divertire, provando magari a rispondere per le rime a suon di chiodi sparati a bruciapelo. Specie se ti ritrovi confinato per cause di forza maggiore in una sorta di degenerato luna park a cielo aperto, popolato da frotte di famelici assassini che sembrano usciti da un bizzarro vernissage di Salvador Dalí. Dall'altra c'è appunto il giocatore, che tenendo duro e pazientando un po' finisce inevitabilmente per apprendere certi meccanismi alquanto peculiari, arrivando poco alla volta a padroneggiarli del tutto. Ecco: è in quel preciso momento, quando gli ingranaggi si incastrano e iniziano a girare all'unisono, che si inizia a cogliere la grandezza e la prepotente unicità di un'esperienza speciale come Deathloop.

    Un titolo che però, va ribadito a chiare lettere, oltre a non essere dichiaratamente per tutti anche a causa della sua estetica follemente ricercata, ci mette pure del suo per presentarsi in maniera complicata, problematica e non certo travolgente. Credetemi, ad ogni modo: vale senza dubbio la pena di resistere, perché di pari passo con il modo in cui Colt troverà una sua dimensione (omicida) a Blackreef, anche voi non potrete non lasciarvi sedurre da un videogame dal fascino irresistibile.

    La morte è il mio mestiere

    Come già abbondantemente anticipato nella mia ultima anteprima di Deathloop, la prossima fatica di Arkane Lyon è in realtà un autentico rompicapo sotto mentite spoglie. L'obiettivo ultimo è quello di uccidere, nelle quattro fasi che compongono un singolo giorno - mattina, mezzogiorno, pomeriggio e sera - ciascuno degli otto Visionari, ovvero un gruppo di killer dotati di poteri incredibili.

    A conferire loro queste facoltà sovraumane sono le cosiddette "tavolette": artefatti unici, che spaziano dal teletrasporto a qualche metro di distanza alla telecinesi, che potrete e soprattutto dovrete fare vostri, in modo da espandere progressivamente tanto il vostro arsenale quanto le vostre capacità offensive.

    Il senso di progressione è un altro grande bersaglio pienamente centrato dagli sviluppatori: col trascorrere delle ore Colt e il giocatore migliorano come assassini, acquisiscono equipaggiamenti sempre più letali, imparano a conoscere approfonditamente i quattro distretti che compongono l'isola di Blackreef e i loro brutali abitanti. Esiste un sistema per conservare alcune delle armi e dei perk recuperati tra una scorribanda e l'altra, prima che la notte riporti inesorabilmente tutto alla fatidica alba e a quel brusco risveglio sulla spiaggia: scansionando alcuni oggetti irradiati da una misteriosa anomalia luminosa si ottengono quantità variabili di Residuo, ovvero la valuta che serve a infondere gli oggetti per non perderli al resettarsi del loop.

    Ciclo dopo ciclo, la sensazione di crescita è costante: si avverte con forza l'idea di passare da preda obbligata per cause di forza maggiore allo stealth a predatore che può optare, rigorosamente in corso d'opera, sia per un modus

    operandi all'insegna della furtività più spinta sia per la forza bruta alla Commando. In questo senso è giusto sottolineare come Deathloop non abbia paura di concedersi, qualora l'utente lo desideri, ampie incursioni in territori da shooter puro: su Blackreef si spara spesso e volentieri, e il grilletto si dimostra un alleato fedele almeno quanto le ombre. A maggior ragione se la discrezione delle seconde dovesse venire meno, in un roboante carnevale fatto di colori accesi e scenografie lisergiche: Colt non è certo un tipo disposto a farsi mettere con le spalle al muro, e fra poteri e bocche da fuoco fantasiose i massacri arrivano copiosi e discretamente viscerali.

    Sapere è potere

    Quel che conta però, nel delicato sistema di incastri che vi vedrà impegnati a uccidere gli otto bersagli con la giusta sequenza, è in definitiva la conoscenza. Un sapere dato solo e soltanto dall'esplorazione, che diventa il fine ultimo delle vostre scorribande nel tempo e nello spazio: guardarvi in giro, cercare

    documenti, ascoltare anche le conversazioni estemporanee di avversari casuali sulle vostre tracce può rivelare una tessera di un puzzle stracolmo di dettagli che vanno dall'insignificante all'impagabile. Chi sono gli otto Visionari? Perché eliminarli entro ventiquattro ore significa interrompere definitivamente la ciclicità del loop? Che ruolo ha Julianna, acerrima rivale di Colt (impersonabile volendo da un altro giocatore in carne e ossa) disposta a tutto pur di mantenere lo status quo? Queste sono soltanto alcune delle domande che di certo vi frulleranno in testa, mentre vi ritroverete a scoprire dettagli sulle abitudini degli antagonisti, sulle loro relazioni interpersonali e sui loro spostamenti.

    Il tutto con l'incentivo di un level design glorioso: dal già citato Dishonored a Prey, Arkane ci ha abituato a immersive sim profondi e sfaccettati, che prevedono interazioni ambientali brillanti come poche altre.

    Un elemento su cui Deathloop spinge con ancora più convinzione, spronando il giocatore a soluzioni creative, alla ricerca di percorsi alternativi - che puntualmente non mancano quasi mai - e in alcuni casi di un'improvvisazione inebriante. Sempre e comunque col fine di un'inesauribile sete di conoscenza, perché i distretti cambiano faccia a seconda del momento della giornata: ha dunque semplicemente senso tornare sui propri passi, perlustrare ogni singolo angolo, soffermarsi su apparenti minuzie.

    Fosse anche solo per ammirare una direzione artistica magistrale, che pesca a piene mani dall'utopia retrofuturista degli anni '60 per declinare quell'estetica inconfondibile in un'interpretazione dissoluta, viziosa e clamorosamente sopra le righe della stessa. Ecco perché Deathloop, con i suoi sublimi arredamenti vintage, con i poster capolavoro e con certi scorci poderosi (capaci di andare molto al di là di una produzione evidentemente nata durante la scorsa generazione di console) non può non lasciare il segno: l'autenticità di fondo è pari solo alla formidabile originalità della proposta, e il senso di coerenza dell'insieme è strabiliante.

    A rendere persino più speciale il tutto subentra poi il fattore DualSense: gli sviluppatori di Arkane Lyon si erano detti entusiasti del controller PlayStation 5, e in effetti il risultato è poderoso. Ogni arma viene enfatizzata dalle note tattili del pad, che tramite grilletti adattivi e feedback aptico veicola tutte le differenze che esistono tra una sparachiodi e un fucile a pompa.

    Pur non mancando sfumature di contorno come i passi, l'effetto "rewind" quando si muore perdendo uno dei tre continue a disposizione o altro ancora, un inatteso protagonista è lo speaker montato sul DualSense: l'altoparlante viene usato in modo encomiabile come una vera e propria ricetrasmittente, con tanto di sfottò molesti via radio da parte di Julianna. Una chicca extra in un'esperienza complessiva già ben più che degna di nota.

    Deathloop Deathloop è un titolo sperimentale e complesso, che nella sua gongolante arzigogolatezza alle volte può risultare un po’ arcigno persino per il ristretto pubblico a cui vuole interfacciarsi. La creatura a marchio Arkane Lyon è shooter che non è del tutto uno shooter, uno stealth che non è solo uno stealth e un apparente roguelike che sotto sotto non è affatto un roguelike: un’esperienza a base di omicidi-rompicapo che fa un malcelato vanto del suo sfuggire alle definizioni, insinuandosi fluidamente tra le etichette per proporre qualcosa di diverso e profondamente affascinante. È difficile immaginarsi un trionfo di pubblico per un prodotto così inconsueto, e proprio per questo bisogna premiare e applaudire il coraggio di Bethesda nell’andare dritta per una strada fatta di architetture eccentriche, personaggi sui generis e anomalie temporali che di certo rimarranno nel cuore di alcuni.

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