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Metro Exodus: persi nelle steppe, la nostra prova alla Gamescom

Metro Exodus torna a mostrarsi in occasione della fiera teutonica. L'abbiamo provato a lungo, ecco le nostre impressioni.

Metro Exodus
Anteprima: Multi
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Stadia
  • Percepiamo di essere riversi a terra, ansimanti. C'è qualcuno, vicino a noi. Ci pare di intravedere una ragazza, coperta di pelli di animali e ossa, che cerca in tutti i modi di salvarci la vita con un rudimentale ma energico massaggio cardiaco. I rumori di fondo ci arrivano confusi, ovattati, quasi non appartenessero al "nostro" mondo. La vista è offuscata ma osserviamo quello strano essere umano mentre cerca di strapparci alle grinfie del destino.
    La ragazza, però, viene allarmata dai compagni che, probabilmente, devono avere percepito un pericolo che noi non siamo nella condizione di decifrare. Capiamo, però, che se è pericoloso per lei lo è anche per noi. Non c'è nulla che possiamo fare. Scappa, la sconosciuta salvatrice, e noi ripiombiamo in uno stato di buia incoscienza. É un'altra strana creatura a ridestarci: un cervo che, incuriosito, ci stava annusando. All'agitare della nostra mano questo risponde con uno sbuffo indispettito e se ne va. Se non altro siamo ancora vivi. Ci rimettiamo in piedi, cercando di trarre tutta l'energia dalle poche forze che abbiamo in corpo. Ciò che si apre davanti ai nostri occhi è un paesaggio sconfinato. In lontananza si scorgono montagne innevate mentre, tutto intorno a noi, la natura selvaggia domina su tutto. Deve essere autunno. L'esplosione di colori caldi e vivaci ci travolge, così come una congerie indistinta di rumori selvatici. Un fugace senso di pace e beatitudine ci pervade dinanzi a questo spettacolo. Poi, ci rendiamo conto che probabilmente stavamo per morire affogati nelle profondità del lago che abbiamo dinanzi. Una barca, infranta sulla riva, sembra confermare la nostra teoria. Metro Exodus ci accoglie in questo modo, riprendiamo da dove ci eravamo lasciati nelle precedenti build, per così dire.

    Le foglie cadono come lacrime per la speranza ormai perduta

    Il nostro nuovo viaggio nelle sconfinate terre di Metro inizia così: in modo suggestivo, emozionante ma brutale. Una sensazione che ci ha accompagnato sino alle battute finali di questo lungo provato. Dietro la ritrovata bellezza del mondo esterno, imponente e ammaliante nei suoi scorci, si annida un latente senso di disagio. Quel mondo, dopo aver speso decenni negli angusti e asfissianti meandri della metropolitana russa, non sembra più nostro. Non ci appartiene. Anzi, non lo meritiamo, dopo ciò che abbiamo fatto. E ci mette davvero poco a farcelo capire. L'ambiente selvaggio in cui ci troviamo a muovere i primi, incerti passi è un tripudio di decadenza e rovina.

    Madre Natura, come è giusto che sia, si è riappropriata dei suoi spazi, mangiando letteralmente le caduche opere dell'ingegno umano. Poco oltre il luogo del nostro fortunoso risveglio scorgiamo un ammasso di baracche fatiscenti e statue di bambini ridenti corrose dagli agenti atmosferici, forse un villaggio abbandonato. Iniziamo a esplorare i dintorni, entrando con circospezione in ogni casa, recuperando ciò che possiamo, perché qualsiasi oggetto banale può rivestire un'importanza decisiva nel gioco di chi vive e chi muore. Soprattutto, però, recuperiamo brandelli di vita quotidiana di altre persone. Note vergate di fretta su pezzi di carta ingialliti dal tempo, vecchie registrazioni gracchianti e libri, scritti in chissà quale epoca e per chissà quale motivo sopravvissuti al disastro. Quel poco che possiamo leggere stringe il cuore: messaggi di affetto, di avvertimento, addii ai propri cari, strappati probabilmente dalla volontà morente dell'autore. La storia, la contestualizzazione, la coerenza narrativa. Questi elementi rendono grande un open world. E Metro Exodus sembra possederli tutti, man mano ci addentriamo in un territorio sempre più ostile.
    Un rumore improvviso, di rami spezzati, ci fa trasalire e si riporta alla realtà. C'è qualcuno. Il sole, inoltre, sta tramontando e non ci pare saggio farci trovare impreparati. Affrettiamo il passo, verso la nostra meta segnata su una mappa lisa e poco precisa che dobbiamo estrarre di volta in volta per controllare di non esserci persi. L'HUD a cui siamo abituati ormai da anni non esiste più, sostituito da una splendida visuale chiara e ripulita da ogni segnale digitale. Fortuna che la vecchia e cara bussola, ancora saldamente al nostro polso, ci aiuta a non smarrire la strada. Ci addentriamo sempre più nel fitto intrico di strade collassate, baracche fatiscenti e una foresta che sta avanzando senza incontrare ostacolo alcuno. Il primo conflitto con gli ostili lo incontriamo mentre le ombre si allungano. Uno scontro rapido, furioso... e impreciso. Le armi non sono certo appena uscite dall'armeria, pulite e lucenti, pronte a scatenare una tempesta di piombo fumante sui malcapitati. Sono corrose dal tempo e dall'uso, si surriscaldano facilmente ma, soprattutto, facilmente si inceppano. Bastano pochissimi colpi (d'altronde non ne abbiamo molti altri) per mandare in malora la mitraglietta e costringerci a battere furiosamente sull'otturatore, nascondendoci dietro a una copertura. Nel mentre, però, gli ostili ci hanno circondato e basta poco per andare all'altro mondo.

    Uno a zero e palla al centro. Siamo abituati troppo bene, noi giocatori, con tutti gli aiuti del caso. Nel secondo tentativo si cambia strategia: vecchia e fida balestra e maggior cautela. Funziona, ma dobbiamo comunque stare attenti perché il terreno e le case sono disseminate di allarmi rudimentali ma insidiosi, da disattivare per non allertare altri membri della banda. Lo scontro, però, è solo rimandato perché poco più avanti c'è quella che ha tutta l'aria di essere la loro roccaforte.

    Una via, molte vie

    Metro Exodus si presenta come un open world sontuoso, elegante, duro, poco malleabile e ancor meno disponibile ad aiutarci. A ogni angolo rimaniamo rapiti da una quantità infinita di piccoli, grandi dettagli che ci catapultano con la mente e con l'anima nel titolo, condividendo le emozioni con il nostro alter ego digitale. L'esplorazione, inoltre, è resa ancora più eccitante e ardua dal sopraggiungere di fattori diversi: primo fra tutti il ciclo giorno/notte. Durante la notte aberrazioni e mutanti d'ogni sorta, nascosti durante le di veglia, escono a bagnarsi della luce lunare. E, ovviamente, a caccia di carne fresca.

    Altre minacce, poi, possono potenzialmente rivelarsi letali. Ad esempio la presenza di serpenti, che si nascondono nell'erba alta. Ed è qui che entra in gioco una delle componenti che più ci hanno stupito, dopo ovviamente la beltà stilistica di Metro Exodus: il comparto audio. Grazie alle cuffie abbiamo potuto apprezzare appieno la rinnovata atmosfera della Russia post-apocalittica. Ogni singolo rumore si percepisce nitidamente. È possibile capire se i latrati delle bestie selvatiche si stanno avvicinando oppure allontanando; lo stesso per gli avvertimenti lanciati dai serpenti, prima di capitare tra le loro spire. Nel buio della notte, poi, tutto appare ancora più amplificato e, per non correre rischi, è necessario approntare le necessarie contromisure. Molto spesso la prudenza non basta e, in giro per l'ambientazione, grazie a una spiccata curiosità che ci ha portati a esplorare ogni singolo centimetro quadrato dello spicchio di mappa giocata, siamo riusciti a recuperare un gadget "tecnologico": un visore notturno. Il problema è che, per arrivarci, ci siamo letteralmente immersi in liquami tossici che hanno reso necessario il ricorso alla fida maschera antigas. I ricambi per i filtri possono essere trovati ma, esattamente come le munizioni, bisogna davvero centellinarli. In giro per il mondo è possibile anche recuperare, o smontarle fisicamente da un'altra arma trovata, componenti con cui personalizzare le nostre: calci, mirini, impugnature e così via. Manca ancora qualche mese prima della release ufficiale ma, insomma, Metro Exodus è ci ha fatto davvero un'ottima impressione. Non ci resta che attendere con trepidazione il prossimo febbraio.

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