E3 2018

Transference: confessioni di una mente tormentata

Il gioco Ubisoft realizzato in collaborazione con Elijah Wood era presente all'E3 in forma giocabile: lo abbiamo provato su HTC VIVE.

Transference
Anteprima: PC
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • PS4 Pro
  • Nel mondo dell'intrattenimento la comunicazione è assolutamente fondamentale per "trasferire" l'idea di un progetto al grande pubblico, coinvolgerlo in una visione creativa, fargli comprendere le intenzioni e le ambizioni di un gioco. Un'opera come Transference si nutre della necessità di restare il più possibile enigmatica e criptica: è proprio nella sua oscura commistione tra cinema e videogame che si cela gran parte del suo fascino. Un titolo che si muove in bilico tra due media, costruito per rappresentarne un punto di incontro, partorito da menti che navigano esattamente in questi due ambiti così lontani e così vicini. Da una parte Ubisoft ed il suo team, grandi conoscitori del settore dell'interattività virtuale, e dall'alta la SpectreVision, società di produzione americana fondata dall'attore Elijah Wood, che ha voluto compiere questo salto all'interno del gaming con la consapevolezza che determinate storie possono essere raccontate solo tramite uno specifico mezzo espressivo. E nel caso di Trasference ci riferiamo alla forza comunicativa di un'avventura story-driven in prima persona, che sfrutta il puzzle solving come veicolo per narrare la vicenda di un'ossessione, di una prigionia, di un tormento.

    Prigionieri dell'eternità

    La scienza non conosce limiti. Così come la follia. Uno scienziato (o meglio: uno dei massimi pionieri nello studio del cervello umano) ha deciso di compiere quel passo in avanti che travalica le inibizioni etiche: trasferire la coscienza della sua famiglia dentro uno spazio virtuale, dove avrebbe potuto vivere per sempre. Sembra quasi di trovarsi dinanzi ad un episodio esteso della serie Black Mirror, con il suo cinismo, la sua cupa visione del progresso tecnologico, di un mondo dove l'uomo è sempre causa del suo stesso male. Neanche a dirlo, nel processo di trasferimento qualcosa è andato storto, e le entità sono rimaste intrappolate in un reame digitale corrotto, che ha assunto le sembianze di un incubo terribile e doloroso.

    In questo scenario malato e perverso, il giocatore è la luce della speranza, l'indagatore dell'inconscio, il salvatore chiamato a rimettere insieme i pezzi di una mente in frantumi. Transference ci chiede di investigare nel nucleo di questa dimensione virtuale, dove sono prigioniere le proiezioni dei tre diversi membri della famiglia, ciascuno dotato di una propria prospettiva distorta della medesima realtà. Spetterà a noi, insomma, ricollegare i frammenti, capire quel che è accaduto, se c'è un modo per rimediare all'errore commesso. Per farlo ci muoveremo in prima persona in un ambiente che muterà progressivamente la propria conformazione, a seconda del differente punto di vista che ci troveremo ad affrontare. Sparsi lungo il setting, infatti, troveremo dei piccoli interruttori necessari per compiere una sorta di switch che muterà in larga parte la natura del mondo circostante. In questo modo, saremo in grado di percepire ciò che ci avvolge tramite diversi occhi, così da raccogliere le informazioni che ci occorrono. Transference è un gioco che esula dai canoni tradizionali, lontano dai dettami dei "walking simulator", dalle regole di un'avventura grafica, oppure dagli stilemi di un horror psicologico: non esiste una progressione nel senso tradizionale del termine, né abilità da sbloccare, né collezionabili da racimolare. Dovete immaginarlo come un piccolo grande set cinematografico suddiviso in tre variabili, nelle quali il giocatore si muove e agisce in libertà, cercando di cogliere ogni singolo particolare che lo aiuti a capire ed interiorizzare la storia personale dei membri della famiglia. Nella ricerca di questi indizi risiede l'anima da rompicapo dell'opera, durante la quale dovremo recuperare quelli che gli sviluppatori definiscono i "semi narrativi" di Transference. Nel bel mezzo della nostra indagine, d'altronde, ci imbatteremo in oggetti apparentemente irrilevanti ma che invece, al passaggio verso un'altra dimensione, raffigurano le chiavi di volta per risolvere il mistero.
    L'esordio videoludico di Elijah Wood, qui nelle vesti inedite di creative director, è dunque un titolo dal concept intrigante, cervellotico, suggestivo. Il cuore di Transference risiede chiaramente nella portata emotiva della sua sceneggiatura, dell'intreccio delle tre storie: i personaggi che incontreremo vagando per questi livelli, del resto, potrebbero accorgersi della nostra presenza, cercare consenso, supporto, sollievo.

    Sta a noi capire come relazionarsi a loro, su quale elemento della location calamitare il nostro sguardo I puzzle di cui è infarcita ogni stanza proseguiranno man mano di complessità con l'avanzare della storia: più ardue saranno le situazioni, più difficili i rompicapo da portare a termine. Nella demo che abbiamo testato, ci siamo ritrovati all'interno di una dimora claustrofobica, desolata ed opprimente, che mescola horror e noir. Tra televisori gracchianti, inquietanti disegni sulle pareti dei corridoi ed ombre che di tanto in tanto sbucano sul campo visivo, il senso di partecipazione emotiva e sensoriale ci è parso molto elevato. Il tutto è stato amplificato dalla possibilità di vivere Transference rigorosamente in realtà virtuale oltre che in versione "normale".

    Catapultati nell'universo della VR, l'opera acquisisce prevedibilmente un retrogusto ancora più coinvolgente e destabilizzante. Impossibile, dopo una build di appena 15 minuti, valutare il valore concettuale e tematico di un gioco che fa leva integralmente sulla resa dello script. Nell'insieme, questo esperimento ludo-cinematografico avrà comunque un unico e solo finale, sebbene il modo per arrivarci resti a discrezione dei ritmi e delle capacità dei singoli utenti. Benché esista in duplice variante, ossia in VR ed in formato classico, stando alle parole di Elijah Wood e combriccola, l'uso del caschetto (sia esso PSVR, Oculus o HTC) ha dato a Transference una marcia in più, sia in funzione della direzione artistica, sia in quella del gameplay vero e proprio, chiedendoci di interagire fisicamente con le porte e gli oggetti dello scenario. A chiosa, vale la pena segnalare l'eccezionale uso della colonna sonora, che accompagna i movimenti del giocatore e si modifica in base alle sue azioni. Ecco che ritorna qui il paragone compiuto in precedenza. Il nuovo lavoro di Ubisoft è un grosso set cinematografico di matrice onirica ed orrorifica, caratterizzato da un cupissimo level design che si modifica, si contorce, si ritrae e ci induce a perdere l'orientamento e la sicurezza in noi stessi.

    Transference: Enter the Home of a Mind Una “filmic interactive experience”: ecco quello che - secondo i team di sviluppo - è Transference. Un prodotto atipico, a metà tra l'esperimento potenzialmente inconcludente e la genialità indimenticabile. Cupo, visionario e perverso, il gioco terrà fede alla sua natura e non durerà più di due/tre ore, proponendo un'esperienza cinematografica dotata comunque di una propria anima ludica. Se prima di aver testato con mano la produzione, eravamo solo curiosi, ora Transference ha catturato inevitabilmente la nostra attenzione.

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