9 Monkeys of Shaolin Recensione: dalla Cina con furore

Gli autori di Redeemer si ripresentano con un picchiaduro a scorrimento 3D a base di monaci combattenti e folklore orientale.

recensione 9 Monkeys of Shaolin Recensione: dalla Cina con furore
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Da giocatori e da critici siamo spesso portati, per indole, a cercare la novità, la sorpresa. A pregare per l'innovazione accendendo un cero all'Autore, dimenticandoci delle fondamenta del processo di evoluzione del videogioco: le opere di genere. Quelle che non riciclano ma reinterpretano con competenza, aggiungendo elementi a una struttura già collaudata, coltivando il proprio lavoro su un terreno fertile, già rodato da innumerevoli stagioni di buon raccolto.

    9 Monkeys of Shaolin del team russo Sobaka Studio (qui la recensione di Redeemer, la loro precedente fatica) è un solido esponente di questo movimento, un videogioco di genere - beat ‘em up a scorrimento - incastonato in un contesto ispirato al cinema di genere, quello delle arti marziali di stampo wuxia che si presta meravigliosamente ad essere adattato nel linguaggio videoludico.

    Una leggenda che parla di vendetta, giustizia e misticismo sul sempre attraente e suggestivo sfondo dell'estremo oriente di metà 1500; tra Cina e Giappone, tra i monasteri buddisti di alta montagna e le spiagge di Okinawa. La leggenda di Wei Cheng e delle tragiche circostanze che lo portarono a cambiare nome in Daokong e diventare un devoto quanto temibile monaco shaolin: negli occhi il fuoco ardente del villaggio natale distrutto dai Wokou, nel cuore il ricordo di un'umile e pacifica vita da pescatore che non potrà più essere.

    L'esercito delle 9 scimmie

    Se l'ispirazione agli scenari, alla cultura e allo spirito del Warriors of Fate di Capcom (1992) è abbastanza palese per l'appassionato del genere, è anche vero che Sobaka non ha voluto ancorarsi a un gameplay esclusivamente bidimensionale e vintage, scelta troppo conservativa in un panorama dove, al momento, Streets of Rage 4 farebbe a pezzi qualunque altro emulo della "coin-op generation" (per inciso, ecco la recensione di Streets of Rage 4).

    9 Monkeys of Shaolin preferisce mostrare sotto la tunica i poligoni dell'Unreal Engine 4, godendo così di una tridimensionalità - nonostante lo scorrimento orizzontale - che diventa sinonimo di agilità, andando ad esaltare un gameplay che racconta il kung-fu come un'arte estremamente fluida, rapida nell'esecuzione e letale nella portata dei colpi. Nell'estetica e nelle sensazioni viene da piazzarlo in un periodo preciso della timeline videoludica, tra il 2003 e il 2004 di PlayStation 2, tra The Mark of Kri e Jet Li: Rise to Honor, prendendo dall'uno il gusto per i colori pastello e le linee morbide, i personaggi dalle proporzioni cartoonesche e la voglia di raccontare una cultura diversa dalla propria, dall'altro il gusto per un certo tipo di film, coreografie, stile ed eleganza nel picchiare duro.

    Esaltandosi poi come entrambi nel marasma della schiacciante inferiorità numerica, quella che fa urlare "voi non sapete chi sono io!" davanti allo schermo, contro nemici che ci assaliranno da ogni direzione armati di spade, lance, cerbottane, archi e bombe fumogene. Il controllo di questo affollamento diventa un irresistibile e adrenalinico puzzle game dove gestire azioni e reazioni con un combat system articolato e muscolare, vera attrazione della produzione. Non si combatte a mani nude, occupate a tenere saldo il Gùn, classico bastone cui non fa mai da contraltare la carota, tra affondi e colpi rapidi, ravvicinati, alternando al suo mulinare la possibilità di sferrare violenti calci volanti.

    Questo è il fondamento di uno stile di combattimento tecnico, efficace e soprattutto divertente da padroneggiare che nella prima ora di gioco continuerà e evolversi e aggiungere elementi, insegnandoci due posizioni complementari a quella base (attivabili coi grilletti), una dedicata agli attacchi acrobatici e una a quelli magici, barattando Qi (concentrazione) per far esplodere tutta la potenza, fisica e mentale. Le animazioni gommose e plastiche glorificano il giocatore capace di entrare in sintonia con scazzottate divise in arene all'interno di livelli lineari, spesso impreziositi da trappole e ostacoli.

    Si schiva un colpo e se ne para un altro per poi partire al contrattacco con un calcio caricato; ci si ritrova di nuovo accerchiati, asfissiati, assembrati, il bastone che vortica per farsi spazio e poi giù, a terra, per evocare l'arcaico potere di far levitare gli avversari e renderli inermi alle legnate. Come la foglia che si fa trasportare dal fiume il giocatore deve abbandonarsi al ritmo del gioco, agendo con quel misto di creatività e automatismo che, unito al sistema di crescita del personaggio, rende tangibile tanto i progressi manuali quanto quelli psico-fisici di Wei Cheng.

    Ogni livello completato ci donerà dei punti da offrire umilmente al nostro maestro per migliorare le abilità del monaco o apprenderne di nuove, ma sarà anche possibile trovare nuove armi, accessori e calzari dalle caratteristiche uniche, utilissimi per personalizzare il proprio stile di combattimento. Una pratica non invasiva e mai obbligata, che anzi ingolosisce il completista a ripulire anche i livelli secondari, che comunque offrono già di per sé situazioni e panorami unici. Certo, verso il finale si rischia di essere fin troppo poderosi, almeno a livelli di difficoltà normali: un problema di bilanciamento abbastanza comune.

    9 Monkeys of Shaolin è comunque un titolo che, se deve scegliere, preferisce divertire che sfidare, ma comunque i livelli di difficoltà più alti sono sempre lì ad attendere la seconda run, una tentazione sempre presente per opere di circa 5 ore che scorrono via in scioltezza. È poi negli scontri con i boss che la tensione verso la vendetta personale raggiunge il suo picco e sfocia in combattimenti nervosi ma abbastanza prevedibili e privi di quell'escalation di rabbia che, in altri beat ‘em up, tiene sempre sul filo del rasoio anche quando la vitalità del nemico si può misurare in millimetri.

    L'enfasi non manca invece a livello narrativo, con una carica drammatica che parte da eventi storici (le scorribande dei pirati giapponesi Wokou in terra cinese) avvolti da usi e costumi ormai facilmente riconoscibili e riutilizzabili, per portare avanti un racconto che sembra di aver vissuto altre decine di volte (abbiamo già nominato The Mark of Kri, non a caso) ma che, come spesso accade, fa il gioco del gameplay.

    Tecnica segreta dell'Unreal Engine 4

    Affidarsi al motore Epic è una scelta di solidità per Sobaka Studio. Lo dimostra la nostra prova, che ha visto girare il titolo anche su un portatile con qualche anno sulle spalle e non pensato per il gaming, al massimo dei dettagli e mantenendo un decoroso e stabile numero di fotogrammi per secondo, sempre intorno ai 30. È anche un'opera che, per scelta, sembra uscita da una generazione passata e tirata a lucido, risultando estremamente piacevole e con una forte personalità, evitando stili ben più abusati.

    Che poi le ambientazioni siano abbastanza stereotipate è un dato di fatto, e la direzione artistica non va mai oltre quella che è una superficiale visione dell'estremo oriente, prendendo architetture e panorami direttamente dalla cultura popolare, senza dimostrare chissà quale ricerca approfondita dietro certe scelte. A fare la differenza sono soprattutto le scelte cromatiche sempre interessanti, con il tratto abbastanza stilizzato che aiuta a non prendersi troppo sul serio mentre in sottofondo passano tracce etniche riconoscibili, orecchiabili ma assolutamente generiche, come sentir chiacchierare un cinese nella sua lingua madre senza riuscire però a capire quale dialetto stia parlando.

    Preziosa poi la presenza di casse, barili e altri elementi distruttibili standard che, insieme ai corpi esanimi dei nemici che rimarranno a terra anche a fine battaglia, donano una bella sensazione di caos e violenza. Ci sono poi dei piccoli problemi di pulizia sparsi qua e là, soprattutto riguardanti le collisioni, con colpi che mancano il naso dell'assassino di turno senza una ragione apparente, compenetrazioni che impediscono di schivare in agilità e piccoli glitch grafici. Niente di eclatante ma se dovesse arrivare una patch "spazzino" sarebbe sicuramente ben accetta.

    9 Monkeys of Shaolin 9 Monkeys of ShaolinVersione Analizzata PC9 Monkeys of Shaolin è un buon titolo di genere, un beat ‘em up a scorrimento con grafica poligonale che ne esalta la fluidità di una combat system articolato, divertente e gustoso da approfondire, scazzottata dopo scazzottata. Nel trattare in maniera abbastanza generica la cultura cinese e giapponese di metà 1500, Sobaka Studio riesce a tirare fuori un wuxia videoludico di grande ritmo, che butta nel calderone monaci shaolin, kung-fu, pirati giapponesi, magici artefatti di giada, musica etnica e panorami tanto stereotipati quanto piacevoli alla vista, prendendo in particolare spunto da un certo tipo di filmografia. Il risultato è tutto sommato sorprendente, per quello che si rivela un viaggio di vendetta senza pretese artistiche, narrative o culturali, accontentandosi di essere un godibilissimo e fluido videogioco “di menare”.

    7.5

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