Artifact Recensione: da Valve, un nuovo pretendente al trono dei card game

Artifact rappresenta l'azzardo di Valve, che si getta a testa bassa nel mercato dei card game scegliendo una via non proprio semplice...

recensione Artifact Recensione: da Valve, un nuovo pretendente al trono dei card game
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  • Più di vent'anni di vita. Oltre due decenni sono davvero tanti, se pensiamo a un medium come quello videoludico che evolve così in fretta. Se si vuole rimanere sulla cresta dell'onda si deve sempre stare al passo, portare innovazione. Valve, invece, è una mosca bianca in questo peculiare universo. Rappresenta, come si suol dire, la classica eccezione che conferma la regola. Il suo percorso può essere riassunto nel concetto "pochi ma buoni": Half Life, DOTA, Team Fortress e Portal rappresentano dei capisaldi imprescindibili, per ogni giocatore che si rispetti.
    Quindi è comprensibile che, ogni qualvolta qualcosa si muove dalle parti di Valve, il mondo esplode. Nascono teorie, speculazioni sui pochissimi indizi centellinati con precisione chirurgica. Solitamente, associate al "tre". Sembra infatti che Valve soffra di un problema che non le permette di proseguire la numerazione progressiva dei suoi titoli. Per questo, quando Artifact venne svelato al mondo, tutti rimasero di stucco. Con tutte le IP che fanno bella mostra nel portfolio dell'azienda, la reazione degli appassionati è stata più che comprensibile. Invece, Artifact è un gioco di carte. Uno dei tanti, per un occhio distratto. Artifact, però, ha diversi assi nella propria manica che lo differenziano profondamente dagli altri e lo rendono il card game più complesso attualmente sulla piazza. D'altronde, nella mossa di Valve traspare anche una componente di rischio non indifferente. Dunque la domanda è apparentemente semplice: riuscirà a conquistare gli appassionati di carte e deck eclettici, ponendosi come un titolo a cui dedicare il proprio tempo?

    Domanda semplice, risposta quasi impossibile

    Cerchiamo di trovare una risposta alla domanda che abbiamo posto, districandoci nella quantità di materiale con cui la nuova IP targata Valve ci ha travolti. Anzitutto, il metodo di distribuzione: ovvero la prima (nonché più evidente agli occhi del pubblico) differenza con i diretti competitor. Rispetto ai maggiori card game sul mercato come Hearthstone, Eternal, TES: Legends e, non ultimo, Magic, Artifact va in controtendenza: non è un free to play. Segno, quest'ultimo, che mette subito in chiaro la strada che Valve desidera intraprendere: selezione all'ingresso. Non solo: il fatto di metterlo in vendita per poco meno di venti Euro, denota la volontà di creare una community di giocatori "hardcore" altamente competitivi, ovvero utenti che hanno speso i soldi in maniera responsabile, perché - probabilmente - credono nel titolo e hanno intenzione di dedicarci molto tempo e tanto impegno. Una scelta azzardata, certo. D'altronde, Valve è una delle poche aziende che può realmente permettersi di sostenere tale tipo di scommessa.
    Artifact, poi, non prevede una valuta in game che si può guadagnare completando le daily quest e non esiste un sistema paragonabile al crafting delle carte. Insomma, per costruire un deck potente e realmente competitivo non esiste la possibilità di andare di grinding selvaggio per recuperare materiali.
    Semplicemente, non si può far altro che acquistare le canoniche buste. Un po' come accade con i tradizionali giochi di carte collezionabili fisici. E non è l'unico accostamento che possiamo fare in tal senso. Il card game di Valve si integra perfettamente con il mercato della comunità di Steam: ciò significa che le singole carte possono essere acquistate direttamente, oppure messe in vendita. Un "mercatino dell'usato sicuro" che, speriamo, con l'espandersi della popolarità del titolo troverà una sorta di equilibrio.

    Già durante i primi giorni in compagnia di Artifact ci è capitato di vedere carte (ovviamente quelle più rare e potenti) in vendita a prezzi moderatamente esosi. La maggior parte, comunque, si attesta in un range compreso tra pochi centesimi e qualche Euro. Il loro valore si lega a doppio filo, come di consueto, alle fluttuazioni di domanda e offerta. Quindi, ricapitolando, se si desidera ardentemente una carta non la si può creare; si deve monitorare il suo andamento sul mercato e attendere il momento giusto per acquistarla.
    Artifact, quindi, già dalle premesse sembra essere un card game non propriamente adatto al grande pubblico. Una sensazione che si è fatta ancor più intensa una volta che ci siamo addentrati alla scoperta di ciò che il titolo made by Valve ha da offrire.

    Non è un Paese per casual

    Impegno (tanto) e dedizione (infinita), come accennavamo poco fa, sembrano esser le caratteristiche chiave che deve possedere chi si vuole cimentare con Artifact. Oltre alla "barriera all'ingresso" cui facevamo cenno, c'è molto di più. Il titolo non nasconde la sua reale natura: esso nasce col preciso scopo di essere altamente competitivo. D'altronde, lo si sapeva sin da quando Valve ha presentato il primo torneo esport, che si terrà nel primo trimestre del 2019 e metterà in palio un premio da ben un milione di Dollari. Una cifra spropositata, per un card game appena giunto sul mercato. Questo dovrebbe darvi una vaga idea di quanto Valve abbia intenzione di puntare sulla sua nuova proprietà intellettuale. Senza contare che il titolo è stato sviluppato in stretta collaborazione con giocatori professionisti, esperti del settore.
    Lo si capisce, inoltre, se si osservano le modalità di gioco e il sistema di progressione che il titolo propone. Valve ha previsto, anzitutto, una modalità allenamento, per testare deck e capire gli effetti delle carte contro l'IA. Si possono sfidare gli amici e c'è anche la classica modalità "leggera", che comprende i match online, la sfida con la costruzione del mazzo e il draft in cui si utilizzano le carte date. La sezione, insomma, prevede solo incontri amichevoli contro avversari umani. Non si vince nulla, come potete immaginare. Non temete, perché la possibilità di ricevere delle ricompense non manca.
    Mentre le modalità precedenti rappresentano la quota "just for fun" del titolo, il registro muta con quello che vuole essere il vero fulcro di Artifact: la modalità Esperto.
    Dismesso il sistema di classifiche mensili, declinato in mille modi da altri card game, il titolo Valve ne propone uno che ricorda molto da vicino una classica Arena. In buona sostanza, l'avventura del giocatore dura sino al raggiungimento di cinque vittorie oppure se subisce due sconfitte.

    Alle modalità competitive, però, si può accede solo tramite i "ticket evento". Biglietti che possono essere acquistati (ad esempio, cinque per 4.50 €), creati distruggendo le carte che non vi servono (ne dovete sacrificare venti, per avere uno), oppure guadagnati raggiungendo un determinato numero di vittorie.Il competitivo si suddivide in Costruzione, Draft Fantasma (in cui si selezionano 60 carte da 5 pacchetti e si crea il mazzo) e Draft Custode. Quest'ultima è una leggera variante del Draft Fantasma solo che, le 60 carte che sceglierete, potrete tenerle davvero, indipendentemente dai vostri successi. Chiaramente, la partecipazione a questa sfida costa di più (due ticket) ma le ricompense sono commisurate alla spesa.

    MOBA, DOTA, CCG...che?

    Artifact, anche sotto il profilo del gameplay, non ci tiene a esser il "classico" gioco di carte. Prende in prestito diverse meccaniche dal MOBA a cui si ispira e le rielabora. La board di gioco è suddivisa in tre diverse zone su cui si svolge l'azione. Per tradurlo nel linguaggio MOBA, il tabellone è suddiviso in "corsie". L'obiettivo è quello di vincere su due delle tre board, infliggendo danni alle Torri dell'avversario.
    Se una Torre raggiunge 0 punti salute (dai 40 di partenza) viene distrutta. La partita, però, non si conclude. Perdere una Torre infatti rende vulnerabile l'Antico, che ha 80 punti salute. Se anche l'Antico cade, la partita avrà fine. L'incontro, però, finisce anche nel caso in cui due Torri raggiungano lo zero nel computo dei punti salute.
    Studiare e calcolare le mosse da fare su tre diversi tabelloni non è impresa da poco e vi assicuriamo che mette a dura prova pazienza e acume tattico, sin dalla costruzione del mazzo. In molti hanno detto che con Artifact: "è come giocare a tre partite diverse contemporaneamente". Ecco, in una certa misura ci hanno azzeccato.
    Come potete immaginare, queste "partite nella partita" non si adattano a sessioni brevi e scacciapensieri. A noi sono capitati anche match da quasi trenta minuti. La quantità di variabili da considerare e decisioni da prendere, dalla board generale alla singola corsia, è praticamente incalcolabile.

    Cerchiamo, quindi, di riassumere in "poche" righe le meccaniche di gioco fondamentali. Artifact, anzitutto, prevede i canonici mazzi da - minimo - quaranta carte in cui poter inserire i creep (i servitori), gli incantesimi e gli Eroi, ovvero l'elemento cardine che definisce qualsiasi partita. Ce ne possono esser cinque per mazzo. Tre di loro iniziano direttamente sulla board, uno in ciascuna delle corsie, assieme a minion comuni che spawneranno random a ogni inizio turno. Dal secondo in poi, invece, si può scegliere dove schierare i rimanenti due campioni del mazzo. Gli Eroi si suddividono in quattro colori: rosso (aggro), verde (scout), blu (controllo) e nero (afflizione). Fondamentalmente, attorno a uno (o più) colori si va a costruire il deck. Il colore degli Eroi, dunque, determina anche il tipo di carte che si possono giocare in una corsia. Ovviamente i campioni devono esser presenti sul campo, altrimenti non sarà possibile evocare alcuna carta dalla vostra mano.

    Ogni carta del deck possiede un costo in termini di mana. È importante notare che quest'ultimo non è condiviso: ogni torre possiede il proprio mana pool. Ciò fornisce al giocatore una libertà decisionale ancora più ampia. Ci sono carte, ad esempio, che possono avere effetto su tutte e tre le corsie e una loro giocata non pregiudica comunque lo sfruttamento del mana in altre corsie.
    Quando un Eroe viene messo K.O., questo torna alla Fontana e si deve attendere il cooldown prima di poterlo rievocare. È fondamentale, quindi, preservare il più possibile questi combattenti, magari dotandoli degli strumenti più adatti per sopravvivere e soverchiare le forze avversarie. Gli Eroi dispongono di tre slot: attacco/salute/difesa, ad ognuno dei quali può essere associato un oggetto di potenziamento. Le modifiche sono definitive e rimangono anche dopo la loro morte. Esattamente come accade in un qualsiasi MOBA, l'uccisione di creep ed Eroi è associata a un valore monetario variabile che il giocatore può mettersi in saccoccia. Alla fine di ogni turno si apre la "shopping phase", in cui è possibile acquistare i potenziamenti di cui parlavamo. Questi oggetti non costano mana per il loro utilizzo e possono esser di varia natura: "consumabili", ovvero pozioni e incantesimi di vario genere, armi, armature e altri potenziamenti per la salute.
    In questa fase si apre, dunque, un ulteriore fronte strategico: per acquistare più oggetti dal costo minore (e quindi meno potenti) per più Eroi, oppure risparmiare in vista dell'acquisto di un gear leggendario?

    Dalle poche cose che vi abbiamo detto, la complessità di Artifact appare estrema e diretta a premiare i giocatori più abili e assidui. Ora pensate che abbiamo scalfito solo la punta dell'iceberg. Già, perché le meccaniche di gioco si ramificano in altri mille modi diversi: gli Eroi e diversi tipi di minion possiedono specifiche abilità attive (nel senso che è il giocatore che le deve "usare" e sono soggette a ricarica) e passive, che possono mutare in un battibaleno le condizioni sul tabellone. Senza contare le potenziali, ulteriori sinergie che si possono creare con le combinazioni tra le varie carte e la necessità di tenere sotto controllo il respawn degli eroi nemici. Non solo: in ogni board il turno viene scandito in più fasi durante le quali l'iniziativa passa dall'uno all'altro giocatore, sino alla risoluzione dello scontro.

    Due imp per domarli tutti

    Con tutto ciò che è necessario imparare per poter comprendere a fondo le meccaniche di gioco, l'estetica passa quasi in secondo piano. Valve, sotto questo profilo (ma non solo), si è avvalsa del contributo di un nome leggendario nel panorama dei card game: un certo Richard Garfield, creatore di Magic the Gathering. Non proprio uno di primo pelo. Il design generale delle carte appare curato, con picchi qualitativi che si riscontrano nelle carte Eroe e nell'equipaggiamento, mentre in altri casi le carte sembrano un po' anonime. Tutte, comunque, attingono a piene mani dalla lore di DOTA 2. Niente paura, non è necessario per forza conoscerla per poter godersi Artifact. Anche perché, con tutto quello che c'è da imparare, il design delle carte è davvero l'ultimo dei vostri problemi.

    In generale, però, la board e gli effetti sonori possiedono un carattere distintivo e riconoscibile. Ogni carta è dotata di diverse campionature sonore e vocali personalizzate, mentre il campo di gioco è animato da due piccoli imp che interpretano il ruolo di assistenti. Pescano le carte, mimano gli effetti di magie e si vestono con gli oggetti appena giocati, entrano nella board quando non ci sono creature per chiedere al giocatore cosa ha intenzione di fare, tremano di paura e indicano la Torre nel caso in cui il danno potenziale possa portare alla sua distruzione e si prendono in giro l'un con l'altro quando una torre viene distrutta. Nulla di particolarmente complesso, ma comunque molto curato e davvero simpatico. Il Source Engine 2 svolge a dovere il proprio lavoro, mantenendo leggero l'intero costrutto. Con una più che probabile versione mobile non poteva esser altrimenti.

    Artifact ArtifactVersione Analizzata PCArtifact non è un semplice gioco di carte. Rappresenta prima di tutto una - grossa, grossissima - scommessa. Valve, d'altronde, è una delle poche aziende che si può permettere anche questo. Il colosso di Gabe Newell, avvalendosi della consulenza di una figura leggendaria come Richard Garfield, ha deciso di entrare a gamba tesa nell'affollato mercato dei card game digitali nella speranza di falciare qualche avversario. Il rischio assunto appare enorme, per la saturazione del settore e per le scelte operate dallo sviluppatore, che si staccano in maniera alquanto netta da tutto ciò cui siamo abituati. Prima fra tutte il metodo di distribuzione: Artifact non è free to play e non c'è modo di guadagnare moneta in game per acquistare pacchetti o craftare carte. In secondo luogo, la compravendita: si possono acquistare (o metter in vendita) singole carte nel Community Shop per denaro reale. È ancora presto per capire se tale sistema avrà successo oppure sarà sbilanciato sul pay to win, senza considerare il rischio di enormi fluttuazioni di mercato. Questo dipenderà molto anche dal corretto bilanciamento tra la potenza di carte comuni e di quelle più rare. Poi, Artifact non nasconde il fatto di voler attrarre una ristretta e ben definita platea di giocatori. Di sicuro non quelli di primo pelo. Il titolo non è solo altamente competitivo ma anche molto complesso, tecnico stratificato ed estremamente profondo. Il più articolato a cui abbiamo mai messo mano. Questo dovrebbe darvi un'idea della quantità di tempo, dedizione e impegno che le sue meccaniche di gioco richiedono per essere comprese e assimilate appieno. Una volta che si riesce a superare tale imponente scoglio, però, l'esperienza di gioco diviene appagante, affascinante e soddisfacente. Valve, insomma, ha imboccato con cognizione di causa una strada difficilissima, tortuosa e in salita rispetto ai competitor, ora bisogna vedere se la community sarà dalla sua parte. Artifact, lo ripetiamo, propone una sfida non adatta a tutti.

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