Black Mesa: Recensione del remake di Half-Life, in attesa di Alyx

Dopo 15 anni di sviluppo, il team Crowbar Collective completa finalmente il suo grande omaggio al leggendario sparatutto di Valve.

recensione Black Mesa: Recensione del remake di Half-Life, in attesa di Alyx
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  • Nell'arco di quindici lunghi anni, un team di talentuosi appassionati, riuniti sotto l'etichetta di Crowbar Collective, è riuscito a coronare il proprio sogno: partire dalle fondamenta di Half-Life 2 per realizzare un remake del primo capitolo della serie, che fosse al contempo un accorato omaggio all'opera di Valve e una sua modernizzazione. Da questo ambizioso obiettivo nasce Black Mesa, giunto finalmente nella sua forma definitiva dopo un ampio periodo trascorso in early access: la versione finale del progetto arriva su Steam proprio nello stesso anno in cui la saga torna alla ribalda con un capitolo tutto nuovo, quell'Half-Life: Alyx pensato per sistemi VR che il prossimo 23 marzo ci ricondurrà tra le strade di City 17, con la promessa di settare standard inediti nel settore della realtà virtuale. E non c'è modo migliore per attendere l'avvento di Alyx se non quello di fare un tuffo nel passato, quando il leggendario Gordon Freeman muoveva i suoi primi passi nell'Istituto di Black Mesa, con un remake indubbiamente ben riuscito, capace - non senza qualche perdonabile inciampo - di reinterpretare uno dei capisaldi degli shooter in prima persona.

    Si (ri)svegli, Mr. Freeman

    L'arrivo del dottor Gordon Freeman nei laboratori di Black Mesa segna l'inizio della storia di Half-Life: un momento iconico che, in questo accurato remake, viene riproposto con gli stessi tempi dell'originale. Un lento incipit che ci conduce tra i meandri di un istituto in cui si annida ben più di un segreto: è qui che, dopo un esperimento fallimentare, viene aperto uno squarcio con un'altra dimensione, permettendo a orride creature aliene di invadere il nostro mondo.

    Armato d'intelligenza e piede di porco, Gordon dovrà farsi largo tra le stanze del laboratorio, eliminando tutto ciò che si frappone sul suo cammino, umano o mostro che sia. Per fortuna, nel corso del suo viaggio verso la verità, il protagonista potrà vantare un armamentario via via sempre più nutrito e letale con cui fronteggiare ogni minaccia. Criptica e suggestiva, la narrazione di Half-Life conserva il suo fascino anche dopo più di vent'anni, costruendo un universo all'interno del quale - proprio come il povero Gordon - veniamo catapultati senza avere la benché minima idea di quel che ci aspetta. Squarceremo poco alla volta il velo di mistero che avvolge una sceneggiatura che si racconta per gradi, lasciando che a parlare siano prevalentemente il susseguirsi degli eventi e la forza espressiva delle ambientazioni. In tal senso, il lavoro di restauro grafico operato da Crowbar Collective vive di due anime: da una parte, ci sono i livelli situati all'interno del laboratorio, ricreati con dovizia di dettagli ma non particolarmente estasianti dal punto di vista estetico; mentre dall'altra troviamo i capitoli ambientati nel regno di Xen, la cui cornice visiva ha compiuto degli enormi passi avanti rispetto all'originale.

    Il Source Engine, in questi 15 anni di sviluppo, non ha subito eccessivamente il contraccolpo del tempo, ma qualche ruga si manifesta sia nelle texture, sia nella fluidità generale: nonostante la leggerezza del motore, non sono rari i caricamenti che frammentano l'avanzamento, segno di un'ottimizzazione tutt'altro che perfetta. Inoltre i modelli poligonali di nemici e comprimari risultano comunque un po' vetusti, in particolar modo per quanto riguarda i personaggi umani.

    Nei livelli Xen, invece, alcuni frangenti segnano un netto salto di qualità, con location assai suggestive, scorci di alto spessore, e un design dei mostri in bilico tra la fedeltà alla fonte primaria e l'intelligente rivisitazione. Dal secondo episodio è stato poi mutuato anche il motore fisico, che garantisce un'interattività maggiore in rapporto al primissimo capitolo del 1998, eppure non certo in linea con gli standard odierni. In sostanza, Black Mesa è un remake che sembra situato in una dimensione intertemporale, con uno sguardo al passato e uno al presente: è come osservare un ricordo di tanto tempo fa con gli occhi di oggi.

    Vecchio e nuovo

    La reinterpretazione del primo Half-Life ha coinvolto anche le fasi shooter e l'intelligenza artificiale, ora più vicine agli standard settati dal secondo episodio. Le animazioni di ricarica, il feedback dei colpi e le reazioni delle creature somigliano ampiamente a quelle di Half-Life 2.

    Per quanto figlie di un concept di quindici anni fa, le sparatorie si confermano ancora oggi solide e divertenti, dinamiche e adrenaliniche, complici sia l'ampio arsenale a disposizione di Freeman, capace di donare grosse soddisfazioni, sia una riscrittura dei pattern dei nemici (soprattutto dei soldati) che - per quanto non siano in grado di effettuare manovre parecchio elaborate - posseggono una buona mobilità, ottima per metterci alle strette quando sono in superiorità numerica.

    Nel complesso, la prima parte di Black Mesa ci permette di rivivere con discreta fedeltà l'avventura di partenza, ma è con la scampagnata nei livelli Xen che l'esperienza inizia a diversificarsi in maniera abbastanza evidente in rapporto al capolavoro di Valve.

    Il MultiplayerNel pacchetto di Black Mesa è compresa anche una modalità multiplayer Deathmatch totalmente accessoria, in cui darsi battaglia all'interno di 11 mappe dal design altalenante. Si tratta chiaramente di una componente di contorno, ben lontana dall'essere il fulcro dell'esperienza, caratterizzata com'è da alcune imprecisioni che non le permettono di raggiungere ambizioni competitive, tra cui luoghi di respawn tutt'altro che bilanciati e time to kill non sempre ben equilibrati.

    È ormai storia nota che, nel primo Half-Life, simili stage fossero la porzione di gioco meno apprezzata persino dagli sviluppatori stessi: Crowbar Collective li ha reinterpretati in maniera rigorosa dal punto di vista della componente artistica, confezionando un level design a tratti sorprendente, e ne ha ampliato l'estensione, incrementando di fatto la longevità del gioco originale. Benché ora simili stage siano effettivamente più piacevoli di quanto non fossero nel 1998, merito anche di sequenze platform molto più precise, non tutta l'operazione di rivisitazione ha mantenuto la stessa omogeneità qualitativa: mentre le boss fight si sono fatte più dinamiche, intense e spettacolari, alcuni puzzle e determinat scelte di conformazione ambientale diluiscono in maniera un po' forzata la progressione, indebolendo la resa complessiva di un remake fatto con tanto cuore e con un pizzico di ingenuità.

    Black Mesa Black MesaVersione Analizzata PCBlack Mesa ha saputo dimostrarsi un remake realizzato con pazienza e passione. L’ammodernamento grafico risente dei tanti anni in cui il gioco è stato sviluppato, e le due metà dell’avventura evidenziano un discreto stacco qualitativo sul fonte della bellezza visiva. Ludicamente parlando, Black Mesa rappresenta l’anima del primo Half-Life incarnata nel corpo del secondo episodio: ne deriva uno shooter d’altri tempi, ancora capace di donare notevoli soddisfazioni. Quello di Crowbar Collective un ottimo omaggio a uno dei più grandi sparatutto di sempre, rivisitato sì con coraggio, ma non sempre con la giusta accuratezza. Dal nostro punto di vista, non crediamo che Black Mesa possa essere un sostituto integrale dell’originale Half-Life (tuttora decisamente godibile), quanto più un’avventura che gli si affianca con rispetto e dignità. E camminare a testa alta al fianco di una leggenda può essere considerato di per sé già un successo.

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