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Call of Duty Vanguard Recensione: una campagna che non convince

In attesa di testare a fondo il multiplayer ed esprimere un giudizio definitivo, vi raccontiamo le nostre impressioni sulla campagna di Vanguard.

Call of Duty Vanguard: Campagna
Recensione: PlayStation 5
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • PS5
  • Xbox Series X
  • Si fa presto a dire che i Call of Duty sono tutti uguali. Molti giocatori, magari fiaccati dalla pubblicazione a cadenza annuale o poco attratti dal militarismo di certi sparatutto, cercano di liquidare con questo mantra la saga di Activision, ma la verità è che ogni episodio ha le proprie specificità e i propri approcci, e sebbene sia effettivamente riconoscibile un DNA comune a tutti i capitoli, è ingiusto appiattire la critica e non tracciare distinzioni. Ci sono episodi più brillanti dal punto di vista del multiplayer e altri la cui campagna, per quanto breve e spettacolarizzata possa essere, resta piacevole da giocare e scritta con competenza. È sempre stato così, anche in quelli che possiamo definire i "tempi d'oro" del brand: fra un Black Ops e un Ghosts c'è tutta la differenza del mondo, a livello di ispirazione del racconto ed efficacia del multiplayer, così come c'è una concreta disparità fra la trama di Modern Warfare e quella di Infinite Warfare.

    Ecco, questo Vanguard che ci riporta ai tempi della Seconda Guerra Mondiale dopo il solido episodio storico del 2017 (la recensione di Call of Duty WW2 è a portata di click), non ha mai avuto la faccia di uno dei Call of Duty più interessanti. È sembrato, più che altro, un capitolo "di mantenimento", tra un comparto PvP che non vuole prendersi troppi rischi, una modalità Zombie che continua su strade già battute, e la volontà di non rubare la scena alla vera gallina dalle uova d'oro di Activision, ovvero quel Warzone che ormai vive e prospera indipendentemente dalla pubblicazione degli episodi regolari (a tal proposito, recuperate il nostro speciale sulla Stagione 6 di COD Warzone).

    Il punto debole

    Mai ci saremmo aspettati, tuttavia, che il punto debole della produzione Sledgehammer potesse essere proprio la campagna single player. Ad oggi, il racconto di Vanguard è uno dei più insipidi e confusi di tutta la storia dei COD, poco interessante in quanto a struttura e situazioni, e persino irrispettoso del materiale storico con cui si confronta.

    Vanguard costruisce una sorta di "fantastoria" esplosiva e chiassosa, in cui si mescolano eventi reali, personaggi fittizi, segrete teorie del complotto e frangenti intrisi di un eroismo spicciolo e sovrumano. Molto più lineare e guidato di quanto non fossero le campagne di Modern Warfare e Cold War (a questo link trovate la recensione di Call of Duty Cold War), quello di Vanguard è un single player fiacco e senza idee, sostenuto da una sceneggiatura inconsistente e confusa. Un racconto che scivola via senza lasciare traccia, quasi facendo un torto ai veri eroi di guerra che hanno sommariamente ispirato i protagonisti del videogame.

    Storie di Guerra

    La storia di Vanguard comincia nel 1945, praticamente al termine della guerra. Un manipolo di sei soldati scelti, provenienti dalle divisioni e dai corpi speciali più disparati, si sta dirigendo verso Amburgo, sulle tracce del segretissimo Progetto Phoenix. Si tratta di un non meglio precisato piano del Terzo Reich, che potrebbe rappresentare l'ultima ancora di salvezza della Germania nazista.

    Nel corso dell'avventura, cosa sia esattamente questo Progetto Phoenix non si capirà mai: più che un'arma segreta, un sottile equilibrismo di relazioni geopolitiche, una ricerca paranormale, Phoenix è un pretesto narrativo a cui non viene dato nessuno sfogo, che serve per mettere in moto il racconto e a nulla più. La cornice della trama, in ogni caso, cambia rapidamente: catturato da uno spietato generale nazista, il gruppo di soldati si trova in cella, apparentemente senza scampo. Mentre vengono interrogati sull'operazione congiunta che stanno portando avanti, i soldati "si presentano" grazie a dei flashback, che ci riportano nei più famosi teatri della Seconda Guerra Mondiale. L'elenco è, in linea di massima, poco fantasioso: prima il britannico Arthur Kingsley si lancia dietro le linee nemiche la notte prima del D-Day, poi Polina Petrova, implacabile cecchina russa, ci porta a Stalingrado dopo il bombardamento della città. Non manca un'incursione nel pacifico, nei panni del pilota guascone Wade Jackson, e una missione ambientata in Africa, sfidando le truppe di Rommel.

    Perché non c'è una recensione completa di Vanguard?Per molti anni Activision ha scelto, per i suoi titoli, la strategia dei Review Event: per tre o quattro giorni la stampa videoludica veniva raccolta in un hotel, così da fare in modo che potesse concentrarsi sul prodotto avendo la sicurezza di trovare qualcuno con cui giocare. Gli enormi stanzoni comuni dedicati al multiplayer permettevano di giocare il PvP e le modalità Co-Op, mentre nella propria stanza ognuno aveva una console per concludere la campagna. Il Covid ha cambiato le carte in tavola, e Activision ha dovuto adattare la propria strategia. Lo scorso anno Cold War ci è stato comunque consegnato in tempo utile e le sessioni multigiocatore sono state organizzare con attenzione. Quest'anno, purtroppo, non era possibile giocare a sufficienza per farsi un'idea precisa del PvP. I server sono rimasti aperti, ufficialmente, per due ore e mezza (tre erano invece dedicate alla modalità Zombie), e vista la scarsità di utenti coinvolti (Activision ha separato gli utenti europei da quelli americani) era difficile persino riempire una lobby. Stando così le cose, è impossibile dare al lancio un giudizio completo sulla produzione. Per il momento potete quindi leggere le nostre impressioni sulla campagna. Possiamo anticiparvi che, nonostante non mettano in campo delle idee particolarmente innovative, le modalità cooperative e competitive sono ben più interessanti e divertenti del single player.

    Non c'è davvero nulla di nuovo nelle "cartoline di guerra" che Vanguard ci propone, se non il tono. Per qualche strana ragione il team decide di raccontare un conflitto a suo modo leggero, impalpabile, fatto di sacrifici gloriosi e necessari. C'è la morte, in Call of Duty Vanguard, ma quasi mai la sofferenza: i compagni caduti sono un fine per raggiungere lo scopo della missione, quasi consapevoli del loro ruolo di spalla per gli eroi principali. E questi ultimi sono eroi per davvero, non uomini: invincibili, positivi, di grande ispirazione per il popolo, a volte persino sorridenti. Wade Jackson e Lucas Riggs sono l'esempio più lampante di questa scrittura macchiettistica e stereotipata: il primo è un asso dell'aviazione che sembra un emulo di Nathan Drake, il secondo un sottotenente australiano dalla lingua irrefrenabile, incline al gioco e all'alcol. Il problema è che in Vanguard non siamo dalle parti dell'archeologia fantastica di Uncharted, ma in veri teatri di Guerra. I personaggi sono ispirati a soldati reali (Sidney Cornell, Lyudmila Pavlichenko, Vernon Micheel, Charles Upham), a cui purtroppo non rendono onore. La sceneggiatura di Vanguard è americanizzata, chiassosa, inutilmente spettacolarizzata. E mentre il gioco saccheggia situazioni e immaginari dagli ultimi film di guerra (dai bengala alle trincee di 1917, che pure parla di un conflitto differente), si dimentica di recuperare dalla filmografia di genere la cosa più importante: l'elemento umano, il dramma personale e civile dello scontro, l'idea di precarietà e di logoramento.

    C'è un dettaglio che a nostro modo di vedere spiega in maniera esemplare l'impoverimento tematico di cui questo Call of Duty si fa avanguardia. Nei vecchi episodi a sfondo storico, alla morte sopraggiungeva una schermata nera con citazioni e frasi celebri delle personalità che ebbero un ruolo nel conflitto, da Churchill a Roosevelt. Oggi quelle frasi sono sostituite dalle smargiassate dei protagonisti, che si dicono pronti a suonarle di santa ragione ai tedeschi. Siamo passati insomma da giochi che - pur nell'esaltazione del militarismo - si confrontavano con il materiale storico, ad un prodotto che inventa nuovi eroi, felici di combattere e pronti a vincere per diritto, senza alcun rispetto per la tragedia della guerra.

    I problemi della Campagna

    I problemi della campagna di Vanguard non sono solo tematici e narrativi. Ad essere poco convincente è anche la struttura dei livelli, la varietà delle situazioni, lo sviluppo dell'azione. Che i Call of Duty siano sparatutto veloci e lineari lo sappiamo da tempo, ma è vero che soprattutto negli ultimi anni i team hanno provato ad ammodernare e diversificare - seppur minimamente - la formula classica.

    Lo ha fatto bene Modern Warfare con aree un po' più aperte alternate ad appassionanti blitz notturni (ecco a voi la recensione di Call of Duty Modern Warfare), e Cold War ha alzato ulteriormente la posta grazie alle sue indagini, ai documenti da decifrare, alle missioni segrete e persino a un'incursione sotto copertura. In Vanguard non troverete niente di tutto questo; anzi, le missioni vi costringeranno spesso e volentieri in un corridoio dall'estensione desolante. In quanto a sensazione di libertà e sviluppo dell'azione, quello di Vanguard è un deciso passo indietro rispetto agli ultimi episodi, con tanto di avviso a caratteri cubitali - "Torna nell'area della missione" - che compare se ci si allontana troppo dai confini tracciati dal team di sviluppo. Alle volte, inoltre, il giocatore procede un po' a tentoni: non si capisce quando proseguire, se bisogna aspettare l'arrivo di un carro alleato per ripararsi, oppure la smitragliata di un compagno che ci dà il via libera. Capita di morire perché si avanza "prima del previsto", e non è un caso isolato: ad essere a tratti impreciso e poco leggibile è proprio il design delle missioni. Tra l'altro le situazioni delineate da Sledgehammer sono molto classiche e tradizionali, e non c'è quasi mai un momento di meraviglia. Forse la sequenza a bordo di un bombardiere da guerra, durante la battaglia delle Midway, è quella che propone le sensazioni più inedite, per la fisicità viscerale e la pesantezza del SBD Dauntless trasmessa magistralmente dal sistema di controllo e dalle sollecitazioni del DualSense; la contropartita, tuttavia, è una sequenza in cui l'impatto del giocatore è così ridotto che si ha quasi l'idea di vivere un lungo Quick Time Event.

    Su tutto il resto spiccano per fortuna le due missioni dedicate a Polina Petrova, a conferma del fatto che molto spesso le fasi nei pani dei cecchini sono le più stimolanti e ispirate dei Call of Duty. In questo caso la buona alternanza fra sparatorie stanziali e momenti più dinamici, oltre alle atmosfere sospese e opprimenti del fronte russo, riescono a tenere in piedi lo sviluppo dell'azione.

    Vista anche l'importanza che durante la comunicazione è stata data alla figura di Polina, interpretata da Laura Bailey, viene da pensare che per queste sequenze siano state spese più energie, e si vede: questi momenti ribadiscono che pure un Call of Duty classico e tradizionale può avere il suo perché, se costruito con attenzione. Purtroppo, in Vaguard, questa attenzione latita, e il gioco finisce vittima di scelte difficili da giustificare. Ci sono per esempio degli elementi ai quali non è dato il respiro di cui avrebbero bisogno. Ciascuno dei soldati della Task Force One ha un'abilità particolare: Kingsley può dirigere il fuoco di soppressione dei commilitoni, Riggs può trasportare diversi tipi di granate, Wade riesce invece a concentrarsi per rallentare il tempo e mirare automaticamente alla testa dei nemici. Queste abilità avrebbero potuto essere utilizzate in maniera creativa e interessante, ma il fatto che interpretando uno specifico personaggio ci si trovi a giocare uno o due livelli al massimo le rende marginali e poco sfruttate. Proprio durante l'ultima missione, di stampo corale, si percepisce il senso di occasione sprecata: invece che sui flashback dedicati ai singoli protagonisti Vanguard avrebbe fatto meglio a concentrarsi sulle gesta di tutta la squadra, facendo saltare il giocatore da un soldato all'altro.

    Ne avrebbe giovato la messinscena, la varietà di situazioni e il ritmo complessivo della campagna. Insomma; senza per forza voler rivisitare i fronti di una guerra spietata e dolorosa, Vanguard avrebbe forse trovato più felicemente la sua dimensione: quella di un gioco che ha poco a che fare con la storia e più con la fantasia. Una sorta di Wolfenstein in tono minore, il racconto ipotetico di una squadra d'élite che insegue un cattivo più cattivo di Hitler (a proposito di fantastoria: date uno sguardo alla recensione di Wolfenstein 2). Sarebbe stata un'operazione più onesta e francamente anche più rispettosa.

    Una grafica altalenante

    Anche dal punto di vista tecnico Vanguard è meno convincente di Cold War. Nonostante la dimensione ridotta delle aree di gioco, la modellazione poligonale non brilla per complessità, così come non lo fanno le texture, evidentemente legate allo sviluppo cross-generazionale. La modellazione dei volti e le animazioni facciali dei protagonisti sono buone, quella dei comprimari e dei soldati che si incontrano sui campi di battaglia risulta invece estremamente semplificata, se non deficitaria.

    Cold War aveva forse gioco più facile, soprattutto quando metteva al centro della scena ambienti chiusi pieni di superfici metalliche e luci al neon, ma l'impatto scenico della Guerra Fredda di Treyarch è davvero su un altro pianeta. Il problema principale di Vanguard è l'illuminazione, estremamente piatta. Le ombre poco definite e generiche, la luce diffusa che impasta i colori: manca la pienezza della scena, la profondità dei contrasti.

    Dato che il racconto procede poi alternando sequenze giocate a scene pre-renderizzate, si nota uno stacco incredibile e a tratti straniante. I momenti all'interno della prigione sono potenti, comunicativi (anche se scritti in maniera superficiale), mentre quando si prende il controllo diretto di uno dei protagonisti non si può che rimanere un po' destabilizzati da un colpo d'occhio trattenuto.

    Piccola nota a margine per gli utenti PlayStation 5. Tutte le funzioni del DualSense vengono utilizzate, ma senza la stessa convinzione di Cold War. Le vibrazioni aptiche sono meno integrate con quello che succede a schermo, e le varie bocche da fuoco non sono troppo caratterizzate dalla resistenza dei grilletti. Sembra che Sledgehammer sia rimasta indietro su tutti i fronti, rispetto ai colleghi di Treyarch.

    Call of Duty Vanguard Call of Duty VanguardVersione Analizzata PlayStation 5Se Vanguard dovesse affidarsi solo alla sua campagna, breve e tentennante, non avrebbe di certo vita facile. Questo episodio non è un buono sparatutto a sfondo storico, e non è neppure uno dei migliori Call of Duty. È anzi un titolo dal design superato, che per qualche motivo si rifiuta di osservare, metabolizzare e riproporre i progressi di Cold War e dell'ultimo Modern Warfare. Vanguard non è soltanto lineare: è costrittivo. Non è spettacolarizzato: è irrispettoso del materiale storico con cui si confronta. La campagna ha un paio di momenti ispirati che la salvano dall'oblio, e qualche sequenza a suo modo memorabile (anche se parzialmente scopiazzata un po' da Dunkirk, un po' da 1917, un po' da Overlord - ma senza zombie). Tuttavia, è davvero difficile giustificare il single player di Vanguard, a livello di operazione creativa. Le qualità tecniche nient’affatto brillanti e una durata risicata chiudono un quadro tutt'altro che ottimistico. Speriamo che il comparto multigiocatore regga il colpo, per risultare se non altro un buon antipasto prima della nuova stagione di Warzone.

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