Call of the Sea Recensione: una storia d'amore ispirata a Lovecraft

Out of the Blue, neonato team spagnolo, ci accompagna in un'avventura narrativa dai toni romanticamente lovecraftiani.

Call of the Sea: Video Recensione 4K
Recensione: Xbox Series X
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  • Pc
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • Xbox Series X
  • Anche se - come recita il proverbio - non è mai opportuno giudicare un libro dalla sua copertina, il titolo di debutto di una software house nuova di zecca può comunque dire molto a proposito dello studio stesso. Out of the Blue, team con sede a Madrid composto da veterani dell'industria, è una realtà da tenere d'occhio: una software house volutamente a misura d'uomo, creata per dedicarsi ad avventure dal taglio più personale e fuori dagli schemi.

    I cardini dello studio sono fondamentalmente due: raccontare storie e mettere alla prova gli utenti attraverso degli enigmi. Due elementi ben in mostra in Call of the Sea, esclusiva Xbox e PC che, sulle onde di esperienze particolari come Firewatch (per approfondire, qui la nostra recensione di Firewatch), promette di accompagnarci in un affascinante viaggio all'insegna dell'esotismo e del mistero.

    Lovecraft romantico

    L'anno è il 1934. Norah Everhart, la protagonista, è una giovane donna afflitta da una misteriosa malattia che la sta facendo stare sempre peggio: le strane e imbarazzanti macchie comparse sulle sue mani solo solo uno dei sintomi di un male difficile da interpretare, che oltre a farla soffrire fisicamente la sta spegnendo poco a poco. Un amaro destino di natura ereditaria, con l'enigmatica malattia che ha in passato condotto a una fine prematura sia il nonno che la madre.

    È così che Harry, l'amato marito, parte con indomito spirito avventuriero verso una remota isola del Pacifico, alla ricerca di una cura che ha quasi dell'impossibile. Le tracce del compagno però si perdono entro breve, e quando Norah riceve uno strano pacco contenente un pugnale rituale e una foto di Harry, la donna non può fare altro che seguire i passi dell'improvvisata spedizione in Micronesia del compagno. Alla ricerca del marito, dell'elisir in grado di salvarla e forse di qualcosa di inatteso.

    Una premessa piuttosto suggestiva, per un'avventura destinata a virare entro breve verso altro. Basti dire che, per ammissione stessa di Out of the Blue, Call of the Sea è liberamente ispirato alle opere di Lovecraft. Non aspettatevi tuttavia da un momento all'altro una spaventosa virata horror, fra cultisti assatanati, sacrifici umani e oscene invocazioni a divinità perdute nel tempo e nello spazio. Al contrario, in accordo con i suoi colori squillanti e la sua direzione artistica placidamente fumettosa, le vicende di Norah prendono spunto dalle componenti surreali e oniriche del ricco immaginario del padre di Cthulhu, per quella che è e rimane fondamentalmente una storia d'amore e avventura.

    Sta proprio lì, nel suo gusto per l'esotismo d'epoca, nel suo carattere delicatamente retro e nella scrittura efficace - esaltata dall'ottimo doppiaggio in lingua originale di Cissy Jones (già Delilah in Firewatch) - il principale pregio di una produzione forse un po'meno ambiziosa del previsto ma comunque ricca di fascino e di carattere, che si lascia godere per circa sette ore fino a una cavalcata finale davvero niente male.

    Esplorazione a colpi di puzzle

    Ludicamente Call of the Sea si presenta come un'esperienza profondamente narrativa, fondata al 100% sull'esplorazione e sulla ricerca di indizi utili alla risoluzione di enigmi più o meno complessi. La visuale è in soggettiva, con purtroppo una percezione del corpo solo parziale - ogni tanto sbucano le braccia e le mani di Norah, ma poco altro che non faccia sembrare il tutto come una sorta di telecamera ambulante - e i ritmi dei movimenti sono compassati, in accordo con il fisico non certo atletico della protagonista e con lo spirito riflessivo dell'avventura. Il tutto senza il minimo accenno di combattimento o di interazioni umane, perché l'Odissea nel Pacifico sarà un viaggio molto, molto personale e forzatamente solitario.

    Norah non mancherà mai di commentare ad alta voce le varie situazioni, annotando in un diario richiamabile in qualsiasi momento sia i passaggi fondamentali per risolvere i puzzle sia la progressione del racconto, ricostruito sulla base dei documenti appartenenti alla spedizione del marito. Il risultato è così un gioco a metà strada tra le vecchie avventure punta & clicca in stile Myst e i moderni walking simulator: un titolo da provare senza riserve se non si è alla ricerca dell'azione a testa bassa, a maggior ragione considerando l'inclusione dal day one all'interno del servizio Game Pass.

    Per come è di norma impostato il tutto, gli enigmi di Call of the Sea dovrebbero essere interpretati come dei piacevoli intermezzi di maggiore concentrazione. Parentesi di riflessività non troppo spinta, ben diversi dai passaggi obbligati su cui sbattere irrimediabilmente la testa più e più volte visti in tante avventure grafiche. Insomma, distrazioni intelligenti in un'esperienza che comunque privilegia la componente narrativa piuttosto che cercare di mettere i bastoni tra le ruote al flusso delle vicende.

    Una regola che varrebbe in linea generale, non fosse per un paio di eccezioni davvero fuori tono e fuori luogo. Due enigmi nella parte centrale assurdamente più complessi di tutto il resto, che in un surreale e repentino impennarsi della difficoltà potrebbero bloccarvi per chissà quanto tempo. Se di norma basta infatti studiare con attenzione l'ambiente e il diario, guardarsi attorno e applicare un po' di pensiero laterale, in quei casi Call of the Sea perde improvvisamente la bussola e richiede uno sforzo del tutto fuori scala. Un problema di bilanciamento oggettivo, che rischia di compromettere un percorso altrimenti assai piacevole.

    Realizzazione tecnica e artistica

    Convincente, anche se con qualche riserva, pure la realizzazione tecnica: l'opera prima di Out of the Blue è leggermente meno rifinita e curata nei dettagli del previsto, con i limiti di una produzione ben lontana dagli standard di un blockbuster AAA spesso e volentieri nascosti da una discreta ispirazione artistica. Non mancheranno panorami mozzafiato e scorci niente male, anche se l'impressione è spesso quella di un set un po' artificioso piuttosto che di una selvaggia isola proibita, con in generale pochissimo di respiro prettamente next-gen.

    In definitiva, Call of the Sea non è purtroppo la prossima clamorosa sorpresa indie sbucata quasi dal nulla come Hades (qui la nostra recensione di Hades) né un gioco che ti stende con un finale indimenticabile come Rime (per approfondire, ecco la recensione di Rime). Vale comunque la pena di accompagnare Norah nel suo peregrinare alla scoperta dell'ignoto, per riflettere su quanto profondo possa essere un sentimento.

    Call of the Sea Call of the SeaVersione Analizzata Xbox Series XCall of the Sea è un esperimento interessante ma imperfetto, che denota qualche (legittimo) errore di inesperienza. In generale, la sensazione è quella di un'avventura scritta in maniera gradevole e mediamente godibile da giocare, senza però mai arrivare a quello status di piccola chicca tutta da scoprire che negli scorsi mesi aveva un po' accompagnato l'arrivo del titolo di debutto dei madrileni di Out of the Blue. Un racconto comunque non banale che lascia buone sensazioni per il futuro dello studio spagnolo, da gustare senza troppe pretese verso un finale piuttosto ispirato.

    7.2

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