Cuphead Recensione: Il ritorno dell'epoca d'oro

L'attesa esclusiva Microsoft proveniente direttamente dal 1937 sbarca su Xbox One e PC: Cuphead è subito un indie-trionfo epocale.

Cuphead
Videorecensione
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  • Pc
  • Xbox One

La storia dello sviluppo di Cuphead assomiglia in tutto e per tutto ad una favola - un favola di quelle con l'immancabile lieto fine, come potreste avere intuito sbirciando la valutazione a fondo pagina. C'erano una volta Chad e Jared Moldenhauer, fratelli canadesi di una città di nome Regina svezzati a pane, console 16-bit e videocassette di cartoni animati dell'epoca d'oro dell'animazione americana: bambini un po' particolari, cresciuti da genitori col culto delle Silly Symphony e dei Fleischer Studios. Insomma, autentiche mosche bianche in un'era in cui imperversano Masters of the Universe e Tartarughe Ninja. Chad e Jared sono super appassionati di una certa tipologia di videogiochi, quelli in cui il gameplay non fa sconti a nessuno: non si perdono un Mega Man, divorano tutti i Thunder Force e impazziscono per i Contra. Amano i videogame al punto da sognare addirittura una carriera nel settore: tante idee per la testa, qualche timido esperimento, ma poi, come spesso accade, la vita si mette in mezzo e finisce per portarli da tutt'altra parte. Chad si trasferisce in Ontario per dedicarsi al marketing e alla grafica, mentre Jared rimane a Regina per mandare avanti l'attività di famiglia.

Poi un giorno, come in ogni fiaba che si rispetti, ecco per magia l'episodio scatenante: la visione del meraviglioso Indie Game: the Movie - documentario premiato al Sundance Festival nel 2012 incentrato sullo sviluppo di Fez, Braid e Super Meat Boy, che per inciso vi consiglio con tutto il calore possibile e immaginabile - fa scattare la proverbiale scintilla nei cuori dei Moldenhauer, riaccendendo con prepotenza desideri mai sopiti. Forse dopotutto non è vietato sognare, e anzi è sul serio possibile creare un videogioco "fatto in casa" in grado di sfondare. Seguono mesi, anzi anni, di sperimentazioni svolte in ogni ritaglio di tempo libero (test in cui viene coinvolta anche Maja, moglie di Chad con doti da illustratrice e un solido ma non esattamente estroso lavoro in banca), ed è proprio a partire da quel nucleo di tre elementi che nasce il team denominato Studio MDHR. Cuphead, opera prima della software house nordamericana, non può non arrivare invece da molto più lontano: l'impostazione da sparatutto/action 2D incentrata sugli scontri con i boss si rifà a classici immortali come Alien Soldier, mentre l'uomo-tazza che dà il nome al gioco proviene, incredibile a dirsi, da un cortometraggio di propaganda giapponese datato 1936.

Filtri in stile pellicola rovinata, imprecisioni studiatissime e sfocature ad hoc danno all'immagine un sapore squisitamente "antico": la cura c'è e si vede.



La svolta, quella vera, arriva però nel 2014: bastano cinque secondi netti di montaggio, infilati all'interno della clip con i titoli indie in arrivo su Xbox One mostrata durante la conferenza E3 di Microsoft, per far succedere il miracolo. Sono cinque secondi che letteralmente cambiano una vita, anzi tre: al pubblico e alla stampa non sfugge affatto quell'anomalo shooter che sembra in tutto e per tutto un cartone animato d'epoca, e Cuphead diventa così immediatamente uno degli argomenti caldi della manifestazione. Chad e Jared, che fino ad allora ci avevano sì provato ma solo e soltanto come hobby, capiscono che è finalmente giunto il momento: il momento di rischiare, il loro momento. Le tre colonne di Studio MDHR abbandonano i rispettivi lavori per dedicarsi a tempo pieno alla loro creatura, arrivando persino ad ipotecare la casa pur di trasformare il sogno di quando erano bambini in realtà (perché nel frattempo le aspettative crescono, e la struttura originaria fatta solo e soltanto di boss fight sembra non bastare più, con i fan che richiedono a gran voce intermezzi di puro platforming). Tutto il resto è cronaca: l'esclusività assoluta PC/Xbox One rivendicata da Microsoft, le impressioni ultra-positive dalle varie fiere di settore, il team che si ingrandisce fino ad arrivare a una ventina scarsa di elementi, i continui ritardi che trasformano Cuphead in una sorta di mito, di chimera alla The Last Guardian in miniatura.

Dopo anni di attesa, eccoci però. Migliaia e migliaia di fogli di carta più tardi - ci arriviamo, non temete - i due fratelli protagonisti della nostra concretissima favola ce l'hanno fatta per davvero: perché non soltanto dopo uno sforzo produttivo immane Cuphead è finalmente giunto a destinazione, ma è pure senza mezzi termini un capolavoro a 360°. L'errore più grave che si potrebbe commettere nel presentare questo roboante debutto sarebbe in effetti quello di soffermarsi in primis (se non addirittura soltanto) sulla grafica, su quella direzione artistica monumentale capace di stregare con appena uno sguardo, quasi a voler dare l'idea di uno di quei casi in stile "tutto fumo e niente/poco arrosto". Invece no, Cuphead non è solo mirabolante da guardare, Cuphead è anche e soprattutto una meraviglia da giocare: un prodigio all'altezza di Gunstar Heroes, di Metal Slug e dei massimi esponenti del genere. Un classico istantaneo, un nuovo punto di riferimento, un videogioco che a suo modo scrive la storia qui ed oggi grazie ad un'ispirazione semplicemente fuori parametro.

Non possono mancare scontri con boss d'ispirazione bullet hell, con la lotta che si sposta a bordo di scattanti aeroplanini giocattolo. Verso l'infinito e oltre!



Certo a catturarti, almeno inizialmente, non può non essere il suo sbalorditivo aspetto da cartone animato del secolo scorso: un'anima sovversiva, surrealista, allucinata e a tratti addirittura apertamente esoterica, che incarna alla perfezione lo spirito di un'epoca ormai lontanissima dalla nostra (pure per quanto riguarda il modo di comunicare, sia in generale sia in riferimento all'animazione per bambini). In Cuphead c'è allora tutta la verve creativa degli anni '30, ci sono le suggestioni di un immaginario sì coloratissimo ma al tempo stesso oscuro e seducente, ci sono allusioni esplicite al gioco d'azzardo, all'alcol, al tabacco, alla morte e al Demonio in persona. Immaginatevi un viaggio fulminante in un'era che appartiene al passato, magistralmente scandito da sonorità ragtime e vissuto attraverso la prospettiva distorta di un cartoon con pose teatrali e irresistibili mosse che spesso e volentieri ricordano dei grotteschi balletti: nell'opera prima di Studio MDHR c'è qualcosa di intangibile eppure di palpabilissimo, qualcosa di misterioso in grado di bucare lo schermo per arrivarti dritto al petto. Sarà forse il fascino indiscutibile di una messa in scena tanto insolita, o piuttosto l'autenticità maniacale alla base di un progetto costruito anche in termini produttivi a partire da metodi orgogliosamente ben poco moderni.

Cuphead è stato infatti realizzato in tutto e per tutto a mano, disegnando su una quantità inimmaginabile di fogli di carta per poi inchiostrarli proprio come si faceva una volta. Passo dopo passo, frame per frame - 24 al secondo per la precisione, interpolati ad ogni modo su un framerate a 60fps per non rinunciare a nulla videoludicamente parlando - e con minime possibilità di correzione in caso di errore. Un'unica concessione all'interno di un approccio è il caso di dirlo estremo e quanto mai fuori dal tempo: gli elementi in movimento sono stati scansionati e colorati in digitale, ma solo e soltanto perché a detta degli sviluppatori la differenza rispetto alla colorazione a mano era pressoché indistinguibile (o comunque non meritevole dell'investimento di un monte ore ancora più immenso). Il risultato finale è, per l'appunto, una sorta di ammaliante incantesimo che seriamente lascia senza respiro: evocativi paesaggi acquarello fanno da sfondo ad animazioni eccelse, con personaggi incredibili contraddistinti da movenze esagerate (con le immancabili braccia a tubo di gomma!) e transizioni semplicemente fantasmagoriche. A completare un quadro già di per sé memorabile, una colonna sonora sublime fatta di quasi tre ore di brani inediti, composti e registrati per l'occasione da un'orchestra jazz di oltre una dozzina di elementi.

Ma com'è, dopo tante lodevoli intenzioni all'insegna dell'artigianalità più spinta, giocare un vecchio cartone animato anni '30? Senza giri di parole, un'esperienza indimenticabile. Come anticipato in precedenza, Cuphead brilla infatti per la qualità sopraffina dei controlli, per il game design eccellente e per la giocabilità stellare: il fulcro dell'offerta rimangono senza ombra di dubbio i coreografici scontri con i trenta boss, eppure anche i passaggi platform in stile run and gun si dimostrano formidabili fucine di idee, nonché piacevolissimi diversivi utili per spezzare un po' il ritmo fra un duello e l'altro (peccato soltanto per la quantità limitata dei livelli a scorrimento, appena sei in tutta l'avventura). A proposito dei testa a testa con i boss: la soluzioni architettate dai fratelli Moldenhauer sono nientemeno che geniali, con una dose di creatività e un'inventiva da lasciare francamente a bocca aperta. In svariate ore di gioco non esiste un combattimento uguale ad un altro, ed anzi è impressionante la quantità di situazioni che i diabolici Canadesi sono stati capaci di inventarsi partendo da un'impalcatura di gameplay tutto sommato quasi elementare, basata fondamentalmente su tre meccaniche (salto, sparo e schivata, più la possibilità di interagire con tutti gli oggetti colorati di rosa eseguendo un rapido doppio balzo col giusto tempismo).

Alla fine di ogni schema verrete valutati con una votazione basata sulle vostre performance: per assicurarvi risultati onorevoli dovrete attaccare, parare ed eseguire tante super. Velocemente, ça va sans dire.

A rendere ancora più epici e coinvolgenti le battaglie ci pensa poi il livello di difficoltà compiaciutamente molto al di sopra della norma (su Everyeye.it trovate la guida di Cuphead con consigli utili e strategie) in accordo con il background di chi, come detto in apertura, si è formato alla scuola spartana dei grandi classici di una volta. Certo, esiste una modalità easy - comunque lo stesso non alla portata di chiunque - ma è nella sfida brutale del livello regular (badate bene, regular, non hard...) che si trova l'espressione esemplare di ciò che rappresenta e vuole rappresentare Cuphead. Le contese con i boss diventano così prove di coraggio, di destrezza e di astuzia: sanguinosi tentativi di decodificare i barocchi pattern di attacco degli avversari, sudandovi un angolo di paradiso passando direttamente dagli inferi. Preparatevi insomma a sbatterci ogni singola volta il muso, a perdere centinaia e centinaia di vite, a fallire ripetutamente, a pensare che magari sia effettivamente raggiunto il vostro fisiologico limite. Cuphead sa essere in questo un'encomiabile scuola di vita: provando e riprovando, inveendo come pazzi e sudandovi ogni fottuto millimetro del percorso, piano piano riuscirete ad arrivare, con una soddisfazione impareggiabile, alla vittoria. Tenendo a mente un dettaglio fondamentale: ogni passo falso sarà sempre e soltanto imputabile a voi, mai ad un'imprecisione o ad una scorrettezza di un gioco sì mostruosamente impegnativo, ma anche sempre rigoroso e al 100% impeccabile.

Un maiale per amico

Cuphead e Mugman (l'uomo-tazza blu impersonato dal secondo giocatore) non saranno del tutto soli nel corso del loro improbabile viaggio alla ricerca di anime da contrattare col Diavolo in cambio della libertà. Ad assisterli ci sarà infatti Pork Rind, un burbero suino - con tanto di benda sull'occhio da vero duro! - gestore di un negozio di contrabbando. Spendendo le monete nascoste in giro per la mappa e accumulate come collezionabili all'interno dei livelli run and gun, avrete così modo di potenziare a piacere il vostro alter ego, dotandolo di utilissimi attacchi alternativi e di preziose abilità speciali. Una trovata che aggiunge spessore e strategia all'insieme, se è vero come è vero che scegliere la migliore combo di colpi e il potere più azzeccato a seconda della situazione (e del proprio stile di gioco) può fare la differenza tra una tazzina viva e vegeta ed un ammasso di cocci di porcellana. Fate attenzione ai punti deboli dei vari boss, studiate le carte a vostra disposizione e non abbiate paura di sperimentare: in Cuphead sbagliando s'impara, ma prima o poi si vince.

Un gioco che, fra l'altro, non solo funziona benissimo in due - com'è scontato che sia, in accordo con quelle dinamiche di cooperazione da divano che ci hanno visti spendere interi pomeriggi su Streets of Rage o Guardian Heroes - ma che a sorpresa dà paradossalmente il meglio di sé in single player. Proprio in quest'ottica pesa un po' meno la dolorosa assenza, almeno al lancio, del supporto alla co-op online. Certo, da soli si perde il divertimento dato dalla compagnia e dalle spassose interazioni con un secondo giocatore (in due è possibile salvarsi la pelle recuperando l'anima del compagno mentre è ancora visibile a schermo, operazione peraltro spesso causa di rovinosi ed evitabilissimi game over...), ma si guadagna in leggibilità dell'azione e in generale in un senso di progressione ed equilibrio che sembra cucito in tutto e per tutto attorno alla modalità in solitaria. Perché, in single player, sarete voi e soltanto voi ad essere messi alla prova, artefici del vostro destino senza dipendere dalle imprese e dagli errori altrui. Il che, in un videogame così profondamente basato sulla sfida, si rivela un plus non da poco.
Alla fine, è seriamente tutto oro quel che luccica? Sì, incredibilmente sì: come per miracolo stavolta non c'è trucco, non c'è inganno. E chissà, forse dietro ad un grandioso debutto come quello di Studio MDHR si cela davvero lo zampino di Lucifero (che il sottotitolo, Don't Deal with the Devil, sia da intendersi come consiglio interessato per proteggere il grande segreto dei Moldenhauer?).

O magari, ben più prosaicamente, il sortilegio di Cuphead non dipende da chissà quale patto demoniaco, ma dal talento cristallino e fuori dal comune di un team pervaso dal sacro fuoco dell'arte, con la forza e la voglia di chi vuole trasformare una fantasia infantile in realtà. Come nelle migliori favole, no?

Cuphead Dopo anni di crescente attesa e fatiche nello sviluppo degne di quelle di Ercole, la posta in gioco per Cuphead era alta, per non dire altissima: il rischio di commettere peccati di gioventù quasi garantito, così come tutt'altro che da escludere l'eventualità di una cornice molto al di sopra delle righe ma con poca sostanza dietro. E invece no, ecco spuntare dal Canada la nuova abbagliante stella del firmamento indie: con appena 19.99€ vi porterete a casa uno sparatutto run and gun sontuoso, un autentico mausoleo del gameplay, un inno alla creatività senza confini. Perché l'opera prima di Studio MDHR non è solo uno dei videogiochi più strepitosi di sempre in termini estetici, ma è anche un fulgido esempio di instant classic in grado di rivaleggiare a testa alta coi titani che hanno fatto la storia (segnando la gioventù di due fratelli canadesi e di milioni di altri giocatori come loro). Si scrive Cuphead, si legge capolavoro: applausi a scena aperta.

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