Death end reQuest Recensione: sopravvivere in un mondo virtuale

I creatori di Hyperdimension Neptunia e Fairy Fencer F ci propongono una nuova avventura dai toni più maturi e angoscianti.

recensione Death end reQuest Recensione: sopravvivere in un mondo virtuale
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  • PS4
  • Anno dopo anno, il sodalizio formato da Compile Heart e Idea Factory ci ha abituati ormai a titoli a sfondo comico o comunque produzioni poco blasonate, ma non per questo meno appaganti, come ad esempio l'ottimo Fairy Fencer F: Advent Dark Force e soprattutto Mary Skelter: Nightmares. Tra un episodio e l'altro della parodistica saga di Hyperdimension Neptunia, infatti, il connubio nipponico ha più volte tentato di toccare le corde emotive del giocatore con tematiche più mature e angoscianti. È esattamente quanto avvenuto col recente Death end re;Quest, un ibrido fra JRPG e visual novel già disponibile in esclusiva (temporale) su PlayStation 4 dagli ultimi giorni di febbraio. Prendendo in prestito alcuni elementi che hanno reso celebri le saghe di .hack e Sword Art Online, il titolo ci ha proposto una storia piuttosto drammatica e interessante, ma sfortunatamente si è dimostrato carente sotto tutti gli altri aspetti della produzione.

    Sopravvivere in un mondo virtuale colmo di bug

    Come tanti altri titoli sviluppati da Compile Heart, Death end re;Quest si apre con un filmato alquanto criptico e confusionario, durante la quale ci viene introdotto l'alter-ego virtuale della protagonista Shina Ninomiya, una programmatrice giapponese che assieme al suo team stava sviluppando un MMORPG in realtà virtuale chiamato World's Odyssey (W.O.D.). In seguito ad un drammatico incidente, la fanciulla è scomparsa senza lasciare traccia, di conseguenza lo studio di sviluppo ha scartato l'intero progetto ed il server di gioco è stato chiuso.

    Dispersa per ben dodici mesi ed inoltre affetta da una lieve forma di amnesia, Shina si risveglia misteriosamente all'interno di W.O.D., ignorando addirittura di trovarsi in un videogioco. Anche grazie all'aiuto di un collega intenzionato a risolvere il mistero che la circonda, la sviluppatrice ricorderà pian piano i dettagli della propria vita e del titolo da lei sviluppato, ma soprattutto scoprirà che l'unico modo per abbandonare la realtà virtuale in cui è rimasta intrappolata sarà quello di ottenere il cosiddetto True Ending.

    Guidata dal fedele Arata Mizunashi, che nel frattempo continuerà a cercare indizi sulla sua inspiegabile sparizione anche nel mondo reale, Shina dovrà dunque farsi strada in un mondo devastato da bug e tremendi glitch e collaborare con NPC incontrati lungo il percorso.

    Sorvolando sull'opinabile scelta di utilizzare ancora una volta quelle delicate tematiche che nell'ultimo decennio sono già state abbondantemente sviscerate da videogiochi e anime giapponesi quali Overlord, The Caligula Effect e il già menzionato Sword Art Online, alcune idee alla base di Death end re;Quest ci sono pare piuttosto buone, come ad esempio la creazione di un mondo digitale corrotto dalla repentina cancellazione del progetto e la continua alternanza fra le sessioni nel mondo reale e quello virtuale. Tuttavia, la verbosità dei dialoghi ed il ritmo assunto dalla narrazione, costantemente smorzato da interminabili sessioni in stile visual novel, non giustificano le trenta ore necessarie per giungere dinanzi ai titoli di coda ed esplorare i vari bivi narrativi, capaci di guidare il giocatore verso ben 27 Bad Ending. Al contrario, l'eccessiva logorrea di protagonisti e comprimari potrebbe spingervi ad abbandonare il prodotto già durante le prime tre o quattro ore di gioco, affette da una lentezza disarmante e insostenibile.

    Cocktail di generi

    Mentre le sezioni di gioco del buon Arata hanno una funzione prettamente narrativa e si sviluppano al pari di vere e proprie visual novel, quelle dedicate alla protagonista Shina utilizzano l'ormai consolidata formula a cui Compile Heart ha abituato i propri aficionados, alternando interminabili dialoghi prolissi a sessioni di esplorazione e combattimenti all'arma bianca.

    Tornano dunque gli scontri a turni già proposti dalla saga di Hyperdimension Neptunia e innescati al minimo contatto coi nemici sempre visibili sullo schermo, ma che stavolta non sono supportati da un gameplay altrettanto variegato e articolato. All'interno di un cerchio che delimita l'area di battaglia, Shina e le compagne reclutate durante l'avventura possono infatti eseguire un massimo tre azioni per turno, le quali spaziano dal classico attacco fisico alle tecniche di offesa e supporto.

    In caso di triplo assalto, inoltre, le nostre eroine sono in grado di scagliare i propri bersagli contro i limiti del campo di battaglia, al fine di infliggere loro dei danni extra e farli rimbalzare da un capo all'altro del terreno di gioco.

    Per giunta, sfruttando strategicamente questa funzione per lanciare un nemico fra le braccia di un'alleata, questa innescherà in maniera del tutto automatica un colpo aggiuntivo e devastante, col rischio di smussare sensibilmente la difficoltà complessiva dei combattimenti. Come se non bastasse, i ragazzi di Compile Heart hanno dotato le protagoniste di Death end re;Quest di un'abilità molto simile alla modalità "Blood Splatter" già vista in Mary Skelter: Nightmares. Azione dopo azione, le nostre eroine tendono a "corrompersi" sempre più, fino a entrare in una vera e propria modalità Glitch che addirittura ne altera l'aspetto - privandole puntualmente dei vestiti - e incrementa i loro parametri a dismisura. In compenso, nel tentativo di bilanciare un minimo gli scontri, lo sviluppatore ha ben pensato di disseminare il terreno di gioco coi cosiddetti Field Bug, ovvero errori colorati che al solo contatto con le nostre combattenti possono infliggere loro ingenti danni e addirittura dei gravi stati alterati. A ragion veduta, il giocatore è costantemente costretto a prestare molta attenzione ai propri movimenti e soprattutto a prevedere i potenziali contraccolpi provocati dagli avversari, in grado di direzionare Shina e le altre ragazze verso le trappole.

    Tallone di Achille di tutte le produzioni targate Compile Heart, il comparto tecnico di Death end re;Quest ci è parso ancora una volta minimalista ed estremamente datato: le texture di bassa qualità e tutt'altro che vivaci rendono infatti i vari dungeon alquanto spogli e ripetitivi, trasformandone l'intera traversata in un'esperienza alquanto tediosa.

    Stesso discorso vale per gli spigolosi modelli poligonali dei personaggi, che nonostante l'inconfondibile character design curato da Kei Nanameda (Mary Skelter: Nightmares, Trillion: God of Destruction) risultano carenti di dettagli. L'orecchiabile colonna sonora composta da Gesshokukaigi e Yuuki Sugiura (Cyberdimension Neptunia: 4 Goddesses Online) svolge il proprio compito senza infamia e senza lode, mentre le tracce proposte dall'ormai inossidabile formula inglese/giapponese hanno saputo convincerci con accostamenti azzeccati e un livello di recitazione complessivamente piuttosto alto.

    Death end re;Quest Death end re;QuestVersione Analizzata PlayStation 4Se la soverchiante presenza di gag umoristiche e le continue rotture della quarta parete dimensionale permettono alla verbosa componente narrativa di Hyperdimension Neptunia di catturare l’attenzione del giocatore e strappargli addirittura qualche sghignazzata, i dialoghi prolissi offerti dalla drammatica narrazione di Death end re;Quest hanno appesantito non poco un racconto che sapeva di già visto. Imperdibile per i fan di Compile Heart e per gli appassionati di fanservice - curiosamente proposto in quantità ridotta, se paragonato agli standard dello sviluppatore - Death end re;Quest è insomma un gioco che, pur essendo sufficientemente efficace, avrebbe potuto bilanciare con più attenzione non solo la lunghezza delle conversazioni tra i personaggi, ma anche il livello di difficoltà, palesemente tarato verso il basso.

    6.5

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