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Death Stranding: la recensione del nuovo gioco di Hideo Kojima per PS4

Death Stranding segna il ritorno del Kojima più visionario, autore di un gioiello imperfetto di rara bellezza, impreziosito da un messaggio potentissimo.

Death Stranding 4K
Recensione: PlayStation 4 Pro
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • PS4 Pro
  • "Un tempo ci fu un'esplosione, uno scoppio che diede origine al tempo e allo spazio. Un tempo ci fu un'esplosione, uno scoppio che portò un pianeta a ruotare in quello spazio. Un tempo ci fu un'esplosione, uno scoppio che generò la vita così come la conosciamo. E poi arrivò un'altra esplosione...".

    Death Stranding si apre con un'oscura profezia, solenne manifesto di un futuro ancora sconosciuto. Le parole di Sam Porter Bridges, scandite con vivida rassegnazione, traghettano i giocatori verso una carrellata di panorami che colpiscono l'animo con pennellate di malinconia, emblema di una potenza espressiva che quasi trascende la sfera dei sensi. Paesaggi che trascinano nel postmoderno il toccante romanticismo di Thomas Cole, le sfumature più fosche dei panorami impressionistici di Claude Monet, per comporre un banchetto emozionale che si fa portavoce dell'amore di Hideo Kojima per alcune pietre miliari della settima arte: da 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick a Il pianeta delle scimmie di Franklin Schaffner. Sulle note di una ballata struggente, la messa in scena abbandona ben presto i tratti pittorici per abbracciare un dinamismo non meno suggestivo, in una corsa verso l'ignoto che di fatto anticipa, con una sequela di colpi al cuore, quello che sarà uno dei temi portanti dell'opera.

    Già a questo punto, a una manciata di secondi dall'inizio dell'avventura, si rende palese uno dei tratti distintivi del lavoro di Kojima, un game designer dotato di un timbro stilistico unico nel panorama videoludico, capace di suscitare reazioni diametralmente opposte tra le fila del pubblico. Una polarizzazione figlia di un estro creativo selvaggio e indomabile, di un'urgenza espressiva che rifiuta di sottostare alle regole del mercato e fa dell'innovazione il proprio vessillo, la propria guida verso i confini ancora inesplorati del medium. In questo senso, Death Stranding rappresenta probabilmente la manifestazione più eclatante dell'autorialità di Hideo Kojima, del suo modo unico di interpretare la professione del cantastorie digitale.

    Libero da qualsiasi costrizione, non più soggetto ai limiti imposti da publisher e logiche commerciali, il padre di Metal Gear Solid porta su schermo un prodotto che potrebbe scoraggiare una fetta abbondante della platea fin dalle prime ore, complice una distribuzione narrativa che, per la gran parte dell'avventura (che può essere portata a termine in una trentina di ore, e impegnarvi facilmente per il triplo del tempo), si muove con ritmi fin troppo compassati, alternando momenti incredibilmente "densi" a lunghe fasi caratterizzate da una flemma a tratti quasi ingiustificabile. D'altronde immergersi tra le cupe maglie del mondo costruito da Kojima Productions vuol dire abbandonarsi all'abbraccio di un'esperienza che segue la metrica di un sogno, e pertanto cambia totalmente in base alle nostre percezioni, al nostro modo di interpretare quella travolgente marea immaginifica che permea, con grande eleganza, ogni dettaglio di un universo eccezionalmente ricco e affascinante.

    L'alba dell'Homo Ludens

    L'immaginario scolpito dall'autore giapponese mescola nozioni scientifiche ed esoterismo, si muove agilmente tra immanentismo, fisica quantistica e mitologia, in modo da riscrivere i dogmi dell'evoluzione, trascinando l'intelletto del giocatore in una danza straniante in groppa all'Uroboro simbolo dell'eterno ritorno di Nietzsche.

    L'aspetto più sorprendente di questo lavoro è l'incredibile concretezza con cui viene delineata la distopia di Kojima, che non lascia niente al caso e offre spiegazioni "credibili" per ognuno dei tasselli del suo mosaico creativo. C'è un motivo molto preciso se a un mondo all'apice della sua ascesa tecnologica servono ancora i corrieri, se l'isolamento è diventato lo stile di vita più diffuso e se l'America ha un disperato bisogno di "riconnettersi".

    Scoprire per quale ragione i Muli, la fazione di briganti che tenterà di sottrarvi i carichi per tutta la durata del gioco, hanno sviluppato una vera e propria ossessione per le consegne rappresenta solo una delle tappe di un viaggio cerebrale straordinario, così come arrivare a comprendere il significato della morte in Death Stranding, a cogliere la vera la natura delle Creature Arenate che infestano le lande desolate degli ex Stati Uniti .

    Un percorso tortuoso che si snoda tra drammi esistenziali e critica sociale, e tira in ballo temi caldi come il cambiamento climatico, il sovranismo culturale e la dipendenza dai social network, talvolta con un po' d'ingenuità ma sempre con una raffinatezza strabiliante, che si manifesta in un simbolismo onnipresente e pervasivo. Death Stranding parla dell'importanza dei legami, di quel senso di comunione che dovrebbe essere il motore e l'obiettivo finale dell'umano agire, e lo fa senza cedere a facilismi e frasi da cioccolatino, ma elevando questo messaggio a vero cardine di gameplay e narrazione, entrambi intrisi di una coerenza più unica che rara. Se alcune delle sfumature più profonde dell'opera risultano senza dubbio di difficile lettura, bisogna dire che Kojima non ha ceduto alla tentazione di crogiolarsi in un ermetismo inaccessibile. Una volta giunti al termine del vostro viaggio, col cuore martoriato e la mente sconvolta, accoglierete i titoli di coda con la consapevolezza di aver avuto tutte le risposte che cercavate, e forse qualcuna in più.

    Death Stranding è un titolo che si tiene ben stretti i suoi segreti, ma solo per svelarli nel momento più opportuno, quando l'effetto di una rivelazione può scatenare un vero e proprio terremoto interiore. Da grande esperto di sismica emozionale, Kojima ha messo insieme un cast di personaggi indimenticabili, ognuno caratterizzato in maniera ineccepibile e dotato di una psicologia unica, dolente manifestazione di una ragnatela di storie che contribuiscono con forza al coinvolgimento personale del giocatore.

    Fedele a sé stesso e al suo stile spiccatamente cinematografico, il game director si lascia andare a lunghe cutscene registicamente impeccabili, a giochi di telecamera che valorizzano prestazioni attoriali di un'efficacia a tratti sconcertante. Tale è la qualità della messa in scena, la credibilità delle interpretazioni, che vi troverete ad accogliere ogni sequenza d'intermezzo con moti di malcelato entusiasmo, con la colpevole ingordigia di chi, davanti a un piatto prelibato, fatica a mettere d'accordo il desiderio di riempirsi le fauci con quello di prolungare all'infinito l'estasi.

    A questo proposito, vale la pena precisare che non una volta abbiamo avuto l'impressione che Kojima eccedesse in questi suoi esercizi di stile, che la durata e la frequenza delle scene superassero i limiti dell'opportuno.

    Tutt'altro, in effetti. Una considerazione che non perde il suo valore anche quando il game director pare contravvenire apertamente alle norme del medium, dando libero sfogo alle sue velleità da cineasta mancato. La discriminante, in questo caso, è un tempismo perfetto che dà allo "spettatore" la sensazione di aver ricevuto esattamente quello che gli serviva per dirsi sazio e soddisfatto. Sensazioni amplificate da una regia che non manca di infrangere la quarta parete per rivolgersi direttamente al giocatore, talvolta attingendo a una cornucopia di citazioni grandi e piccole, che sicuramente susciteranno qualche brivido di piacere nei fan dell'autore. D'altronde Hideo Kojima ha una vera passione per la frantumazione dei confini tra personaggio e utente, che si riflette in una manciata di trovate brillanti e ricercate: capiterà che, in assenza di chiare indicazioni, vi troverete a dover interagire col mondo di gioco prestando a Sam il vostro ingegno, sfruttando le conoscenze accumulate nei suoi panni per violare le regole che avete seguito per gran parte dell'avventura. Questi momenti segnano anche alcuni dei punti più alti raggiunti da un comparto ludico che purtroppo mostra qualche inciampo evidente, e talvolta fatica ad allinearsi con lo standard di assoluta eccellenza fissato dal racconto.

    Una polarizzazione inevitabile

    L'evento catastrofico che dà il nome all'epopea post apocalittica di Kojima ha devastato non solo il verde volto dell'America, ma ha anche lasciato profonde cicatrici nel concetto stesso di esistenza, trasfigurando la quotidianità in una caricatura distorta e spaventosa, dipinta con lo stesso pessimismo alienante delle opere di Edvard Munch.

    Ormai in ginocchio, colpito al cuore da un disastro inatteso e indecifrabile, il governo degli Stati Uniti ha tentato di conservare una parvenza di autorità fondando le UCA (United Cities of America), una rete di città autonome unite da una comune necessità: sopravvivere alle atrocità invisibili che ora infestano ogni angolo del paese.

    Intrappolata nella morsa di un giorno senza fine (il gioco non offre un tradizionale ciclo giorno-notte, per ragioni legate alla lore), ciò che rimane della popolazione vive reclusa in rifugi isolati o in Knot City, agglomerati abitativi strutturati come grandi alveari sotterranei, perlopiù inaccessibili.

    Ai giocatori vengono dunque presentati, con coerenza e precisione, i lineamenti di una normalità stravolta, che vede l'umanità fare i conti con una lunga serie di fobie e dipendenze, identificate come il lascito del "chiralium" (una sostanza tanto pericolosa quanto essenziale per il futuro dell'uomo) disperso nel mondo dall'evento denominato Death Stranding. Per ragioni che potete facilmente comprendere, preferiamo non entrare troppo nel dettaglio, ma possiamo dirvi che l'immaginario disegnato da Kojima mostra sin da subito uno spessore metaforico sbalorditivo, e spinge a interrogarsi sul reale valore di alcuni aspetti della modernità che consideriamo essenziali (dipendenza dalla logistica, socialità 2.0, paura dell'altro), ma che in fondo possono diventare facili pretesti per alimentare proprio quell'isolazionismo che il gioco identifica come la più grande minaccia per il futuro.

    In questo contesto, il compito di Sam è assolutamente essenziale: in forza alla Bridges, il braccio operativo del governo delle UCA, il protagonista è un corriere esperto, il cui lavoro consiste nel facilitare la sopravvivenza post Death Stranding consegnando oggetti e beni di ogni genere. A guidare Sam non c'è la prospettiva di un guadagno, ma la necessità di conservare un senso di "scopo" in un mondo che sembra sospeso in un istante eterno, quello subito prima della fine.

    Oltre ad essere uno dei migliori nel suo campo, il personaggio di Norman Reedus è un individuo speciale: l'esposizione al chiralium gli ha donato la capacità di percepire gli orrori provenienti dal mondo dei morti, le Creature Arenate, e il suoi fluidi corporei sono perfino in grado di danneggiare queste entità.

    Sam è inoltre un riemerso, un essere umano capace di sfuggire all'Abisso (una sorta di limbo dimensionale) e tornare in vita dopo essere stato ucciso da una CA. Una lista di ragioni - ovviamente non del tutto esaustiva - che spinge Amelie e Die-Hardman, le due massime autorità delle UCA, a coinvolgerlo in un viaggio da costa a costa, con l'obiettivo di "riconnettere" i diversi insediamenti del paese e salvare la stessa presidente, tenuta in ostaggio sulla costa ovest da una fazione di terroristi chiamata Homo Demens.

    Viaggio in occidente

    Se le finalità di questa missione, almeno sulle prime battute, non sono del tutto chiare, le modalità appaiono invece cristalline: completando contratti di consegna e conquistando la fiducia dei sopravvissuti, il "grande messo" deve riuscire ad attivare i diversi terminali della "rete chirale", un network che può essere utilizzato per condividere informazioni e risorse. La definizione di "rete chirale", esattamente come ogni altro tassello della lore del gioco, è in realtà molto più complessa di così ma, di nuovo, preferiamo lasciarvi il piacere di scoprirlo da soli.

    In sostanza, volendo operare una brutale sintesi della struttura ludica, potremmo descrivere Death Stranding come un titolo che eleva il concetto di "fetch quest" a colonna portante del gameplay. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, il vostro compito sarà quello di accettare uno o più incarichi di consegna presso i terminali dei vari "nodi" della rete, per poi dirigervi verso le destinazioni indicate, che sia a piedi o utilizzando le due tipologie di veicolo disponibili (moto e autocarri sono presenti in diverse varianti, dotate di maggiore autonomia o resistenza ai danni, spesso a scapito della capacità di trasporto).

    Man mano che completerete gli incarichi "principali" estenderete sempre di più le dimensioni della rete, avvicinandovi passo passo alla vostra destinazione finale, collocata nel punto più remoto della seconda macro-regione del mondo di Death Stranding (ciascuna delle due può considerarsi come un open world di dimensioni piuttosto ragguardevoli). Massimizzare l'efficienza del vostro corriere vuol dire imparare a padroneggiare tutti gli attrezzi del mestiere di Sam, a gestire al meglio una gamma eccezionalmente ampia di apparecchiature che possono rivelarsi essenziali per il buon esito di ciascun incarico.

    Il riposo del corriereCiascuna delle Knot City ospita una stanza dove Sam può ritemprare le sue stanche membra dopo ogni lungo viaggio. Nelle parti più avanzate dell'avventura sarete perfino in grado di utilizzare i materiali accumulati per costruire rifugi lontani dalle città, identici a quelli succitati. Qui il protagonista può riposare per ristabilire i parametri suoi e del BB (che si deteriora quando sottoposto a stress intensi e prolungati), utilizzare la doccia per avviare la fabbricazione di alcune granate d'importanza secondaria (utili ad allontanare e "distrarre" le CA) e personalizzare il suo equipaggiamento. Per la gran parte si tratta di semplici modifiche cromatiche, ma dopo la seconda metà del gioco sarete in grado di aggiungere allo zaino dotazioni aggiuntive come batterie di riserva, borse per le granate o stabilizzatori per il carico. Tra un selfie allo specchio e una buona birra, il terminale della stanza vi consentirà di leggere i documenti e le mail ricevute dagli NPC, elementi essenziali per approfondire ogni aspetto della lore. Durante il sonno a Sam sarà anche sottratta una piccola quantità di sangue, raccolta in sacche che ben presto diventeranno una parte imprescindibile del vostro bagaglio. Non solo le sacche contenute nell'inventario potranno essere usate per recuperare la salute del protagonista (la stessa funzione dei criptobionti), ma saranno un elemento chiave per l'utilizzo delle armi anti-CA, alimentate proprio dal sangue di Sam.

    Scegliere quali attrezzature portare con sé, impostare il percorso ideale tramite la mappa delle M-Link (le manette al polso di Sam), usare la bussola per orientarsi, gestire i limiti di peso e la disposizione delle casse (il gioco offre un sistema di ottimizzazione automatica impeccabile), e reagire prontamente ai numerosi "imprevisti" lungo il cammino diventano gli ingredienti base di una ricetta ludica tanto complessa quanto intuitiva. A sorprendere sin dal primo momento è l'incredibile senso di "fisicità" legato alla gestione del personaggio e del suo carico: maggiore sarà il peso trasportato da Sam, più avremo difficoltà a muoverci lungo le impervie vallate della nuova America, e dovremo quindi utilizzare i grilletti del pad per mantenere l'equilibrio ed evitare di finire a terra, magari compromettendo l'integrità del nostro bagaglio. Un vigoroso senso di "presenza" legato a doppio filo a meccaniche di movimento meravigliosamente efficaci (che non perdono vigore neanche quando cominceremo a sbloccare esoscheletri per facilitarci il lavoro), che contribuiscono a instaurare un profondo legame tra il giocatore e il suo alter ego. Un legame fatto di fatica e sofferenza, sensazioni che attraversano il pad ed esplodono nel profondo appagamento suscitato da ogni consegna. D'altronde a ostacolare il cammino del corriere non ci sono solo le asperità di uno scenario naturale sorprendentemente vario e ricco di dettagli, ma anche gli infiniti orrori liberati dal Death Stranding. Come il distillato di un futuro crudele, la cronopioggia accelera il deterioramento di pacchi e attrezzature, e può arrivare a compromettere del tutto l'esito di un incarico.

    Nel cupo grigiore di un temporale potremmo anche intravedere un arcobaleno al contrario, in cui presto impareremo a riconoscere i lineamenti dell'occhio onnisciente di un profeta di sventure. Nell'aria umida di una tempesta aleggiano infatti le Creature Arenate, le ombre spettrali di una dimensione oltre la nostra, affamate di vita e apparentemente inarrestabili.

    Il futuro è nelle vostre mani

    Quando arriveremo in prossimità di queste creature eteree, tutti gli apparecchi elettrici (veicoli compresi) subiranno un momentaneo arresto, e cominceremo a percepire distintamente i lamenti del nostro Bridge Baby. Sospeso tra questo mondo e quell'altro, il BB (uno dei cardini della storia di Death Stranding) permette il funzionamento dell'Odradek, lo scanner da spalla attivabile con la pressione del dorsale destro.

    Oltre a permetterci di valutare la morfologia del terreno (identificando ad esempio i tratti fluviali troppo profondi da attraversare), questo strumento può rendere visibili - solo per qualche momento - le Creature Arenate, dandoci il tempo per scegliere la migliore strategia. Con la pressione prolungata del tasto R1 potremo trattenere il fiato, impedendo così agli abomini di percepire la nostra presenza e garantendoci una finestra d'opportunità per aggirarli o attaccarli.

    In quest'ultimo caso avremo a disposizione una buona gamma di possibilità d'approccio: rimanendo bassi e riducendo al minimo la frequenza dei nostri respiri, saremo in grado di utilizzare una lama coperta di chiralium per tranciare il cordone ombelicale dei mostri e rispedirli nell'aldilà, mentre l'utilizzo di granate ematiche e armi da fuoco con proiettili speciali (entrambe caricate col sangue di Sam) ci permetterà di mettere in atto una strategia ben più aggressiva.

    In entrambe le situazioni dovremo fare in modo di eludere ogni contatto con le creature, per evitare che il protagonista si ritrovi immerso fino alle ginocchia nei reflui bituminosi della loro dimensione di appartenenza: una marea nera di corpi brulicanti tenterà di farci perdere l'equilibrio e, qualora non riuscissimo ad allontanarci in tempo da questa palude mortifera, verremmo trascinati verso una CA particolarmente potente.

    Questi combattimenti, che potremmo dover affrontare con una dose limitata di risorse (in parte perse a seguito della caduta), sono a tutti gli effetti delle mini boss fight contro mostruosità zoomorfe, che si muovono in uno scenario in continuo mutamento, dove passato e presente si mescolano in un affresco di puro orrore.

    La posta in gioco di ognuno di questi scontri è terribilmente alta: nel caso in cui la bestia riuscisse a ghermirci ci ritroveremmo a galleggiare nell'Abisso, dopo esserci lasciati alle spalle una voragine che rimarrà sulla mappa come una testimonianza indelebile del nostro fallimento. Prima di ritornare al nostro corpo e alla vita, potremo anche esplorare un po' il fondale per raccogliere risorse da passare ai corrieri degli altri giocatori alle prese col medesimo scontro, e garantirgli così una possibilità di vittoria in più.

    Per quanto interessanti e sfaccettate siano le dinamiche coinvolte in queste battaglie, la qualità generale delle boss fight risulta alquanto deludente, a causa di un grado di sfida praticamente assente (anche optando per la modalità difficile) e della notevole piattezza degli scontri, caratterizzati da una scarsissima varietà. Considerazioni che purtroppo ci sentiamo di estendere anche ai boss principali, fatta eccezione per una manciata di situazioni in cui il contesto bilancia più che degnamente le carenze sul piano ludico. Durante l'avventura capiterà infatti, per motivi impronunciabili, che Sam si ritrovi catapultato in una dimensione dai tratti infernali, un campo di battaglia eternamente intrappolato in uno straziante spasmo di agonia, che travolge i sensi con un mix inebriante di meraviglia e ribrezzo. In queste fasi le routine del gameplay cambiano completamente volto, e Death Stranding mostra i muscoli di un sistema di shooting sorprendentemente efficace e ben tornito.

    Attributi che riguardano sostanzialmente ogni singola meccanica messa a punto dal buon Kojima, dallle dinamiche stealth coinvolte nelle occasionali incursioni negli accampamenti dei Muli, al combattimento corpo a corpo al centro di un assalto non letale (uccidere gli umani e lasciare in giro cadaveri richiama le CA e può causare voragini), fino a ognuna delle componenti ludiche legate al nostro lavoro da corrieri.

    In questo senso Kojima si conferma come un vero maestro del game design, ma ben presto ci si rende conto che il suo approccio "integralista" alla composizione del gameplay rappresenta anche la più grande debolezza di Death Stranding.

    Se ritrovandosi nei panni di un corriere era lecito aspettarsi una certa ripetitività in seno all'offerta ludica, è innegabile che questa continua reiterazione delle stesse attività, caratterizzata da un backtracking onnipresente e quasi doloroso, comincia a farsi sempre più logorante col passare delle ore, anche quando l'inserimento di una componente gestionale ci permetterà di affidare le consegne secondarie a una batteria di droni bipedi.

    Ben presto scoprirete di aver sviluppato una sorta di rapporto di odio-amore con il gameplay, divisi tra la soddisfazione scatenata dallo sblocco di nuove attrezzature, meccaniche, elementi di personalizzazione e documenti sulla lore, e il tedio strisciante provocato da una struttura sempre uguale a sé stessa, con interruzioni fin troppo rade e costellata di dilatazioni ritmiche alquanto pretestuose.

    Per quanto stimolante, anche il sistema di progressione (che permette di potenziare diverse statistiche di Sam, come la capacità di carico, l'equilibrio o la resistenza in base ai parametri di successo delle missioni), finisce col perdere parte del suo mordente, sebbene una strana compulsione continui a mantenere l'utente ancorato al mondo di gioco. Si tratta di una sensazione quasi impalpabile, cui all'inizio è difficile dare connotati ben precisi. Nel nostro caso, la consapevolezza è giunta quasi per caso, come il culmine imprevisto di un eccezionale viaggio interiore. Il multiplayer asincrono di Death Stranding prevede che tutti gli utenti nella medesima istanza contribuiscano a facilitare l'esplorazione e la progressione comunitaria disponendo in giro per la mappa, nelle aree coperte dalla rete chirale, strutture di vario genere: depositi dove condividere materiali, attrezzature e carichi, ponti per semplificare l'utilizzo dei veicoli, scale e corde per raggiungere i picchi più scoscesi e teleferiche per muoversi rapidamente da un punto all'altro della mappa (in parte trivializzando il "senso di fatica" scatenato dal gameplay).

    I giocatori possono perfino partecipare alla costruzione di vere e proprie autostrade, il tutto in cambio di una manciata di like che, quando offerti in premio per ringraziare il lavoro di un collega, confluiscono in una statistica denominata Bridge Link, che permette di stringere contratti con altri giocatori per facilitare ulteriormente questa interazione indiretta.

    Disconnessione volontariaPer quanto importante sia, e a più livelli, la connessione ai servizi di rete di Death Stranding, il titolo può essere giocato senza problemi anche offline. In questo caso le uniche strutture che vedrete saranno le vostre e quelle disposte dai vari NPC, in numero significativamente ridotto rispetto agli standard del multiplayer. A tal proposito, vale la pena di sottolineare che il modo in cui funziona il comparto multigiocatore fa sì che il mondo non sia mai troppo affollato di costruzioni, anche perché i server tendono ad associare utenti con parametri di progressione simili, per amplificare la sensazione di essere alle prese con uno scenario ancora in larga parte inesplorato. Se quindi il vostro timore è quello di acquistare il titolo e trovarlo già pieno di scale, ponti, funi e generatori, beh, potete stare tranquilli.

    Durante una delle nostre sessioni di gioco, ci è quindi capitato che un problema di rete ci isolasse totalmente dal comparto online. Cos'è successo? Ci siamo sentiti soli, sperduti in un mondo ostile e oppressi dalla consapevolezza di non poter più contare sull'aiuto degli altri. Una sensazione straniante, che ha immediatamente innescato una presa di coscienza imprevista. La riconnessione di Death Stranding non è solo un pretesto narrativo, il motore di una magnifica epopea: l'obiettivo finale di Kojima è quello di farci riflettere sull'importanza di legami che spesso diamo per scontati, sull'idea che insieme, uniti, noi homo ludens possiamo cambiare il mondo. Un messaggio straordinariamente potente, nascosto in piena vista e quasi sconcertante, che in un baleno di consapevolezza ci ha permesso di comprendere il vero valore di un gioiello imperfetto, ma così prezioso da diventare una pietra miliare della storia dei videogiochi. Ecco quindi che la frase "non siete pronti" smette di essere l'ultima tappa di una campagna di marketing trascinante, e diventa il motto con cui Hideo Kojima dà voce alle speranze e ai timori di chi non sa ancora come il pubblico accoglierà la sua opera più visionaria.

    Il nuovo Decima Engine

    A prescindere dall'esito (per noi già chiaro) della scommessa di Kojima, è certo che il futuro dipinto dall'autore ci ha offerto uno spiraglio su quello del medium, con una resa grafica che, in alcuni momenti, sembra quasi superare i limiti generazionali. Il primo aspetto che colpisce l'occhio è l'incredibile qualità dei modelli dei personaggi. D'altronde si tratta di uno dei principali punti di forza del Decima Engine, ma ci sentiamo di dire che il team di sviluppo ha portato questo pregio a un livello tutto nuovo.

    Oltre a poter contare su una mole poligonale decisamente abbondante, i volti e i corpi dei personaggi guadagnano realismo grazie all'uso sapiente di tecniche avanzate come il subsurface scattering, che valorizza gli effetti di un mocap impeccabile. Seppur con qualche piccolo cedimento qualitativo, anche il comparto delle animazioni si dimostra molto più che solido, e contribuisce efficacemente alla credibilità del contesto ludico.

    Una credibilità sostenuta anche da una combinazione di texture in alta definizione, e parallax occlusion mapping, usate in combo per aumentare il realismo di panorami incredibilmente ricchi di dettagli, senza cedimenti visibili causati dall'aggiornamento degli asset durante il movimento. La presenza di condizioni di luminosità tutt'altro che estreme, in linea con la caratterizzazione degli scenari, permette di risparmiare un po' di risorse sul fronte dell'occlusione ambientale, senza intaccare in maniera percepibile la qualità delle ombre.

    Un moderato uso di bloom, a braccetto con un sistema di temporal anti-aliasing molto simile a quello già visto in Horizon Zero Dawn, dà all'immagine un carattere cinematografico che ben si sposa con lo stile del titolo. Un altro punto di eccellenza è quello legato all'uso di effetti particellari volumetrici che, in determinati frangenti, portano all'estremo la spettacolarità dell'azione. Il tutto senza sacrifici consistenti sul fronte del framerate (fissato a 30 fps), reso ancor più fluido da un ottimo uso del motion blur. Passando al world design, Death Stranding gode dei frutti di una cura quasi maniacale nella definizione geomorfologica del mondo: un palcoscenico dove distese erbose, lande desertiche e montagne innevate compongono una cornice che alimenta un costante senso di scoperta, lungo un cammino irto di pericoli ambientali che influenzano realisticamente lo scorrere del gameplay. Il tutto mentre una telecamera dinamica gestita alla perfezione sottolinea i pregi di una direzione artistica fuori scala, che esalta l'efficacia di personaggi, ambienti e atmosfere, con la complicità di un accompagnamento musicale fenomenale, che avvicina Kojima agli standard di registi come Tarantino ed Edgar Wright.

    La colonna sonora di Death Stranding non è un elemento onnipresente, ma arriva sempre nel momento giusto, con il chiaro obiettivo (centrato) di scatenare una reazione emotiva. Un'efficacia condivisa anche da un sound design eccellente, così come eccellente è il doppiaggio italiano, uno degli storici punti di forza delle esclusive targate Sony. Per quanto le voci originali restino un gradino sopra le controparti nostrane, possiamo assicurarvi che il risultato finale è molto più che soddisfacente.

    Le uniche reali pecche del comparto tecnico riguardano una gestione delle collisioni non sempre perfetta, che rende anche la manovrabilità dei veicoli a tratti imprevedibile e disagevole, e un'interfaccia utente un po' confusionaria, che in parte sacrifica leggibilità e semplicità d'uso in favore di una certa ricercatezza stilistica.

    Death Stranding Death StrandingVersione Analizzata PlayStation 4 ProDeath Stranding proietta i giocatori in un futuro oscuro e straniante, nella stretta di un mondo carico di atmosfere luttuose e vividissime. Tra le maglie di un immaginario tra i più ricchi, affascinanti e coerenti della storia dei videogiochi, Kojima adagia una sceneggiatura carica di colpi di scena e sequenze memorabili, che culminano in un finale indimenticabile, di quelli che lasciano un segno indelebile nell’animo e nella memoria. Peccato che una distribuzione narrativa tutt’altro che perfetta finisca col rendere evidenti i difetti di una struttura ludica sì sfaccettata (elementi aggiuntivi vengono consegnati all'utente per buona parte delle 30 ore necessarie a finire il gioco), ma totalmente asservita a un obiettivo immutabile, tanto da generare una ripetitività a tratti logorante. D’altronde, sin dalla sua primissima apparizione ufficiale, il gameplay di Death Stranding era diventato uno dei nodi più divisivi del disegno ludico di Kojima Productions, quando una parte del pubblico aveva ritenuto le routine da corriere di Sam incompatibili con le ambizioni complessive di una produzione che, chiaramente, puntava in qualche modo a rivoluzionare il concetto stesso di videogioco. La verità concessa dall’esperienza è che queste posizioni sono tutt’altro che inconciliabili, visto che proprio la composizione del gameplay, per quanto imperfetta sia nei ritmi che nella configurazione, si rivela uno dei catalizzatori più efficaci del messaggio alla base di Death Stranding. L’aspetto più straordinario dell’opera è proprio la sua capacità di scatenare una presa di coscienza inattesa e sorprendente, che emerge quando ci si rende conto dell’importanza dei legami stretti lungo il viaggio, di quanto sia stato importante condividere il cammino con i corrieri di tutto il mondo. Il messaggio che Hideo Kojima vuole lasciarci nel cuore è che noi homo ludens, uniti, possiamo cambiare il mondo. Sarà pure la romantica farneticazione di un pazzo visionario, ma tanto basta per rendere Death Stranding una pietra miliare del medium. Un’esperienza preziosa, che merita un posto di diritto tra i titoli più significativi della nostra generazione.

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