Destroy All Humans Remake Recensione: divertimento vecchio stile

A 15 anni dal lancio, Destroy All Humans! torna con un remake sviluppato da Black Forest Games: come se la cava?

Destroy All Humans! 4K
Recensione: PlayStation 4 Pro
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Stadia
  • Presentato ufficialmente durante l'E3 dello scorso anno, Destroy All Humans! segna il ritorno di un franchise molto amato dal pubblico videoludico, che nel tempo si è guadagnato lo status di "serie cult" soprattutto grazie al lavoro dei compianti Pandemic Studios, creatori della saga e autori dei suoi capitoli migliori. Passata nelle mani di THQ Nordic, l'IP torna ora sugli scaffali con un remake che punta a riaccendere l'interesse della platea nei confronti delle sadiche - ed esilaranti - imprese degli invasori Furon. Pur dando prova di uno sforzo produttivo importante, però, la riedizione di Black Forest Games manca di correggere quelli che, già al tempo, erano i punti deboli di un titolo sì divertente ma caratterizzato da una varietà ludica non particolarmente generosa.

    Destinazione Terra!

    Aaaaah, il mito americano degli anni ‘50: l'età d'oro di Hollywood, di Marilyn Monroe e Marlon Brando, quando i drive-in erano ancora il modo migliore per godersi una serata in dolce compagnia e la famiglia media sembrava strappata a viva forza da uno spot dei cereali. Tempi più semplici, vissuti con spensierata leggerezza in attesa dell'inevitabile attacco nucleare dei sovietici o, alternativamente, dell'assalto di una flotta di dischi volanti guidati da omini verdi irragionevolmente bellicosi. Una definizione cromatica non particolarmente cara all'avanguardia dell'Impero Furon, Cryptosporidium 137, tanto orgoglioso del suo sano colorito grigio-azzurro, quanto determinato a falcidiare l'umanità nel modo più doloroso possibile.

    Il motivo? Oltre a nutrire un profondo disprezzo per la civiltà terrestre - e per la vita in generale - il protagonista di Destroy All Humans! ha una missione essenziale per il futuro del suo popolo: estrarre dal codice genetico degli umani antichi frammenti di DNA Furon, retaggio dei primi contatti tra le due specie. Sapete come vanno queste cose: arrivi su un pianeta, fai conoscenza con i locali e, beh, da cosa nasce cosa. A prescindere dalle circostanze di questo lascito, l'obiettivo di Crypto e Orthopox, il suo ufficiale superiore, è quello di arginare il progressivo deterioramento del genoma dei Furon, effetto collaterale delle loro tecnologie di clonazione. Si tratta, come intuibile, di un semplice pretesto narrativo, una scusa per dare il via a una lunga sequenza di spassose atrocità, giustificate da una trama che tira in ballo la gamma completa dei cliché sull'America del boom economico, dall'ossessione per i "commie" al fervore morale del dopoguerra.

    Tra battute intrise di satira, piacevoli anacronismi e continue citazioni alla fantascienza dei b-movie, la scrittura di Destroy All Humans! si dimostra ancora oggi brillante e spigliata, capace di sostenere egregiamente i toni ridanciani di un'avventura leggera e senza troppe pretese, tutta votata al divertimento. Il lavoro di revisione svolto da Black Forest Games sull'identità stilistica del titolo è stato dunque portato avanti nel pieno rispetto del materiale di base, optando per un'estetica cartoonesca perfettamente coerente con le caratteristiche della produzione, che siamo certi soddisferà senza riserve i fan di lunga data.

    Fatta eccezione per il comparto grafico, e per un generale svecchiamento del gameplay, l'offerta ludica di questo remake risulta praticamente sovrapponibile a quella del capitolo originale, senza alterazioni strutturali realmente significative. Una rotta conservativa alla base di un rifacimento che non convince appieno, col contributo di elementi che già 15 anni minavano la godibilità a lungo termine dell'esperienza dei defunti Pandemic Studios.

    Invasori dall'altro mondo (e tempo)

    Esattamente come la sua controparte del 2005, la campagna di Destroy All Humans! Remake è suddivisa in 22 missioni indipendenti che portano i giocatori a visitare 6 diversi scenari, costruiti come piccoli open world che, in buona parte dei casi, possono essere esplorati liberamente a caccia di collezionabili (in gran numero) o di pretesti per abbandonarsi a un sano sadismo digitale.

    Sfruttando le capacità di Crypto e l'arsenale tecnologico dei Furon, saremo in grado di leggere e manipolare le menti degli umani, assumere le loro sembianze per muoverci indisturbati tra la folla e, ovviamente, seminare il caos sia utilizzando l'arsenale del protagonista (composto dalle stesse quattro armi della versione originale), sia la potenza di fuoco del suo disco volante, capace di ridurre in cenere intere cittadine nel giro di pochi minuti.

    Come anticipato, l'assetto degli incarichi ripropone fedelmente quello del gioco di Pandemic, con pochissime variazioni di rilievo: tra sessioni d'infiltrazione legate a dinamiche stealth piuttosto elementari, tecnologie da recuperaresabotare, obiettivi da difendere e massacri indiscriminati, la gamma dei modelli di missione fa sfoggio di precetti di design decisamente datati, che si fanno manifestazione di un'ortodossia "a doppio taglio", specialmente trattandosi di un remake. Non fraintendeteci: il titolo di THQ Nordic è ancora in grado di offrire al pubblico un tesoretto di momenti di puro divertimento, rimpinguato da sequenze orgogliosamente sopra le righe e stracariche di devastazione a cuor leggero, ma in termini strutturali parliamo di paradigmi che già al tempo tendevano a mostrare qualche segno di cedimento.

    Sebbene ogni missione sia accompagnata da diversi obiettivi secondari nuovi di pacca (uccidere i nemici in modi particolari è un tema ricorrente), che premiano con ricompense extra per il sistema di progressione, questi hanno un peso molto relativo nel bilancio di un gameplay caratterizzato da una certa ripetitività di base, che si fa via via più marcata nel corso delle 8 ore (circa) necessarie al completamento della campagna.

    Ora come quindici anni fa, il menù prevede un assortimento alquanto limitato di variazioni sul tema dell'invasione aliena, sempre con limiti molto stringenti alla libertà d'azione del giocatore. In molti casi, ad esempio, svelare la nostra identità di creature dallo spazio profondo causerà l'immediato fallimento di un incarico, e non ci sarà concesso di accedere al nostro velivolo da battaglia - sempre presente sulla mappa - se non in specifici frangenti.

    Anche le sfide aggiuntive, accessibili tornando a visitare gli scenari sbloccati, non contribuiscono più di tanto a rinvigorire il profilo ludico del titolo, specialmente considerando che le quattro tipologie di attività previste (Armageddon, Rapimento, Corsa e Devastazione) propongono differenze solo marginali passando da una location all'altra.

    Di nuovo, si tratta di debolezze che il gioco di Black Forest Games eredita dal suo diretto predecessore, e che probabilmente non scoraggeranno in alcun modo gli estimatori della saga dei Furon, eppure era lecito aspettarsi che - in quanto remake - la produzione mostrasse i frutti di un lavoro di ammodernamento più profondo e ponderato. Anche le sezioni sottoposte a modifiche più consistenti, come ad esempio gli scontri con i boss, aderiscono a questo mantra conservatore, schierando contro il buon Crypto avversari modellati secondo il vecchio canone della "spugna per proiettili". Pad alla mano, si tratta di un rotta produttiva che lascia con un po' di amaro in bocca, a maggior ragione se di considera la qualità degli interventi sul fronte tecnico, soprattutto per quel che concerne i sistemi di gioco.

    Quei fantastici razzi volanti

    Se dal punto di vista squisitamente strutturale il titolo di THQ Nordic mostra chiaramente il peso dei suoi tre lustri, il team teutonico ha fatto un ottimo lavoro nel rielaborare in chiave moderna tanto le meccaniche di gioco quanto la pregevolezza grafica della prima avventura dei Furon. Tanto per cominciare, il sistema di movimento (sia a piedi che in volo) è stato totalmente rivisto e risulta ora più fluido, reattivo e flessibile, con inoltre l'aggiunta di un inedito "dash" che, se prolungato, consente all'alieno di muoversi per brevi tratti su una sorta di skate fluttuante.

    Anche il sistema di shooting, con annesso lock-on (automatico e non), rende decisamente più appaganti gli exploit mortiferi del nostro alter ego, con la complicità di qualche modifica all'armamentario pensata per accordarsi alla perfezione a un sistema di progressione notevolmente ampliato, che ora conta un totale di 66 upgrade (contro i 18 della versione PS2/Xbox), sbloccabili - come da tradizione - raccogliendo materiale genetico durante le missioni.

    In alcuni casi si percepisce una lieve ridondanza nella composizione dei rami di potenziamento (divisi in due macroaree, legate a Crypto e alla sua navicella), ma nel complesso il risultato finale convince appieno. Un discorso che possiamo tranquillamente estendere anche alle nuove abilità in dotazione al protagonista, che ora può ipnotizzare un npc umano per costringerlo a combattere al suo fianco (un buon diversivo durante gli scontri più intensi), o manipolare a livello molecolare diversi elementi dello scenario per trasformarli in munizioni extra. La novità più significativa riguarda però la capacità di Crypto di compiere diverse azioni nello stesso momento, in modo da raggiungere col minimo sforzo la massima efficienza letale.

    Una "svolta multitasking" che permette all'invasore di estrarre cervelli (un'ottima fonte di DNA), usare la telecinesi e fare fuoco senza dover necessariamente stilare una lista di priorità, dando libero sfogo alla sua naturale propensione per la super violenza. Come detto, l'indubbia qualità di queste migliorie avrebbe potuto sancire un passo avanti netto per la formula di Destroy All Humans!, se solo Black Forest Games avesse osato di più sul fronte del game (re)design.

    Una mancanza che, fortunatamente, non riguarda in alcun modo il comparto grafico della produzione, ricostruito da zero utilizzando l'Unreal Engine 4 e saturo dello stile distintivo del capitolo originale. A due generazioni dall'esordio del gioco, gli sviluppatori si sono dimostrati in grado di reinterpretare in maniera praticamente impeccabile l'estetica caricaturale della saga, tra modelli poligonali volutamente sproporzionati e note cromatiche che ricordano da vicino gli eccessi del Technicolor.

    Il nuovo motore mostra un sistema di illuminazione non particolarmente avanzato ma di buona fattura, valorizzato da una gestione dei vfx pregevole, soprattutto per quando riguarda effetti volumetrici e particellari. Non stupisce che tra i punti di forza del pacchetto ci sia una distruttibilità ambientale praticamente senza limiti, che talvolta si traduce in un flusso costante di edifici ridotti in detriti e veicoli scagliati oltre la linea dell'orizzonte, il tutto con la complicità di una buona gestione della fisica. Il tutto a fronte di un frame rate (fissato a 30 fps) generalmente solido, fatta eccezione per una manciata di tentennamenti durante le sparatorie più intense.

    Abbiano anche notato qualche piccolo problema nello streaming delle texture (soprattutto all'inizio di una missione) e occasionali problemi di texture popping, ma nulla di particolarmente grave. Più in generale, il titolo riesce allieta i sensi con una carrellata di scorci ricchi di dettagli e intrisi del peculiare fascino degli anni ‘50, rivisitati in chiave comica tra eccessi e stereotipi molto poco "politically correct". E va benissimo così. Promosso senza riserve il comparto sonoro, rimasterizzato a puntino sia per quanto riguarda il doppiaggio che le tracce musicali.

    Destroy All Humans Destroy All HumansVersione Analizzata PlayStation 4A quindici anni dalla prima invasione dell’impero Furon, Destroy All Humans! torna sugli scaffali con un remake che vive di alti e bassi. Da una parte abbiano apprezzato, e molto, il lavoro di revisione e ammodernamento operato sul versante tecnico, con l’obiettivo di avvicinare il comparto grafico e le meccaniche di gioco agli attuali standard dell’industria, mentre dall’altra non abbiamo potuto fare a meno di notare un conservatorismo quasi totale per quanto concerne la struttura e la composizione della campagna. In questo senso, i problemi del remake sono in buona parte quelli del capitolo originale, e riguardano principalmente un design delle missioni ormai datato. La varietà degli incarichi risulta quindi molto limitata, e questo apre la strada a una certa ripetitività di fondo. Detto questo, il remake di Destroy All Humans! resta un titolo godibile e divertente, capace di offrire 8 ore di svago tra esilaranti cliché e dosi clamorose di devastazione a cuor leggero.

    7

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