Evil Inside Recensione: un gioco horror sulle orme di P.T. di Kojima

Un horror che si ispira palesemente a PT, pur senza riuscire a replicarne il fascino malato e perverso: scopriamo Evil Inside!

Evil Inside
Recensione: PC
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • PS4 Pro
  • PS5
  • Sebbene siano passati pochi anni dall'uscita di P.T., si può affermare senza ombra di dubbio che il "Playable Teaser" ad opera di Hideo Kojima e Guillermo del Toro sia stato uno degli esperimenti più importanti della scorsa generazione di console. La sua influenza ha dato il via a una radicalizzazione del genere horror e sono stati numerosi i titoli che hanno cercato di replicare i guizzi creativi intravisti nell'introduzione al progetto - mai nato - di Silent Hills. Evil Inside si inserisce proprio in questo filone di cloni di P.T. portando all'esasperazione la pedissequa emulazione di tutto quello che aveva reso speciale e unico il teaser ormai inaccessibile. Il risultato è un breve titolo che purtroppo non riesce a scrollarsi di dosso il pesante confronto con il lavoro di Kojima, amplificando ancora di più tutti i limiti dettati dal basso budget della produzione.

    Un horror senza personalità

    Era scontato che una demo così importante come quella di P.T. avrebbe contaminato l'immaginario collettivo, dando il via a un insieme di titoli palesemente ispirate all'inquietante ciclicità che contraddistingueva il teaser giocabile. Mentre titoli come Visage (se non lo conoscete, ecco la nostra recensione di Visage) prendono l'opera di Kojima e Del Toro come punto di partenza per sviluppare un gameplay che ricerca una sua identità distinta, Evil Inside sceglie la strada diametralmente opposta, rimanendo saldamente ancorato alla struttura ludica di riferimento.

    Il giovane Mark si ritrova orfano della madre dopo che questa è stata uccisa dal padre senza apparente motivo. In preda alla disperazione, il protagonista cerca di mettersi in contatto con lo spirito della defunta tramite una tavola oujia, scatenando però una serie di eventi paranormali. L'obiettivo del giocatore sarà quello di ricostruire la tavola andata in frantumi nel tentativo di porre fino all'incubo in cui è rimasto incastrato Mark.

    Proprio come accadeva in P.T., infatti, l'utente si troverà costretto all'interno delle mura di una casa con l'unica possibilità di attraversare esclusivamente un corridoio, la cui porta finale riconduce all'inizio dello stesso.

    Ad ogni ciclo di attraversamento di questa struttura, simile all'illusione ottica della scala di Penrose, l'ambiente si modificherà leggermente. permettendo, in questo modo, sempre nuove interazioni e ricontestualizzando uno spazio immobile e al contempo costantemente diverso.

    Anche Evil Inside si dimostra, nelle intenzioni, un'esperienza profondamente immersiva, che tramite la visuale in prima persona richiede molta attenzione da parte del giocatore, il quale deve imparare in fretta a riconoscere ogni piccolo cambiamento, sia esso un quadro spostato o un cassetto leggermente aperto, così come ad ascoltare tutti gli indizi sonori che suggeriscono lo sblocco di una porta o l'attivazione di un interruttore.

    Quando le idee non bastano

    I problemi di Evil Inside nascono proprio nello sviluppo concreto di queste premesse ludiche. Con P.T., Kojima creò intenzionalmente un'esperienza criptica, che nei suoi piani sarebbe stata impossibile da risolvere prima di una settimana.

    L'intento era quello di scardinare tutti i cliché del genere horror e incentivare i giocatori a una dimensione "sociale" di scoperta, una progressione che richiedesse il confronto con tutti gli altri utenti persi nella follia della demo. Gli sviluppatori di Jandusoft purtroppo non riescono ad andare oltre il sentiero tracciato dal game designer giapponese. A tratti sembra di giocare più un remake amatoriale che un titolo indipendente: non solo la struttura della casa è identica a quanto già visto - sia nella planimetria che nella distribuzione dei mobili - ma gli stessi espedienti ludici e narrativi che consentono la progressione nel gioco raramente si discostano dalla demo, annullando così qualsiasi sensazione di scoperta, novità e possibilità di rimanere coinvolti. Nelle poche volte in cui Evil Inside propone delle soluzioni ludiche inedite, purtroppo ci ritroveremo davanti a idee appena abbozzate, che avrebbero meritato tutt'altra cura realizzativa. Ad esempio, passata la metà del titolo, il giocatore si ritroverà ad affrontare un "ciclo" in una versione specchiata della casa, un espediente che nella sua semplicità riesce a modificare la percezione spaziale di un ambiente mai veramente familiare.

    Sfortunatamente si tratta di sporadiche intuizioni che non trovano alcun tipo di approfondimento e che vengono annacquate in un continuo ricorrere al jump scare, scelta che anestetizza ulteriormente il coinvolgimento emotivo in breve tempo.

    Senza contare che il gioco pecca anche in longevità: Evil Inside richiede circa 2 ore per arrivare ai titoli di coda, ma nel conteggio sono inseriti anche tutti i tempi morti dettati da una certa lentezza nei movimenti e la non sempre immediata leggibilità dei puzzle ambientali. Tolti questi impedimenti, una seconda run può essere completata senza alcun problema in circa una mezz'ora, mettendo in luce le evidenti lacune contenutistiche del prodotto. P.T., in fondo, era un Playable Teaser, uno stunt pubblicitario giocabile che aveva lo scopo di rimpiazzare i classici formati di promozione di un videogioco, non a caso Hideo Kojima è un maestro della comunicazione.

    Si trattava più che altro di una dichiarazione di intenti, un assaggio dell'incubo che avrebbe atteso il giocatore al di fuori della casa: Silent Hills era tutta da scoprire. Evil Inside, invece, si esaurisce una volta attraversate le mura dell'abitazione, lasciando un senso di incompiutezza.

    Anche la realizzazione tecnica lascia molto a desiderare: al di là della componente strettamente grafica, a Evil Inside manca una direzione artistica in grado di sopperire alle limitazioni imposte da un budget palesemente ristretto. Nonostante un discreto sistema di illuminazione e buon lavoro svolto sul sonoro, il potenziale del titolo si perde nell'incessante ricerca di ricreare le stesse situazioni già vissute nella demo di Silent Hills, rendendo il confronto ancora più sproporzionato.

    Evil Inside Evil InsideVersione Analizzata PlayStation 5C’è poco da pretendere dal lavoro svolto da Jandusoft. La cancellazione di Silent Hills e la sparizione di P.T. sono due eventi epocali che rimarranno nella storia dei videogiochi. Evil Inside, per quanto sia una produzione che si sforzi di ricreare la stessa magia del lavoro di Kojima, non riesce ad aggiungere nulla di nuovo, fallendo come omaggio e anche come seguito spirituale. Un’operazione, purtroppo, da tenere in considerazione solo per avere una chiara dimostrazione di quanto fu irripetibile un’esperienza come quella di P.T.

    4.5

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