Fist of the North Star Lost Paradise Recensione: Ken Il Guerriero arriva su PS4

Partendo dalle basi ludiche della serie Yakuza, il tie-in dedicato al manga di Hokuto No Ken arriva finalmente anche in Occidente. Ecco come se la cava!

Fist of the North Star Lost Paradise (Ken Il Guerriero)
Recensione: PlayStation 4
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Disponibile per
  • PS4
  • PS4 Pro
  • C'era una serie di motivi incredibilmente validi per attendere febbrilmente Fist of the North Star: Lost Paradise, con in corpo una quantità d'hype capace di monopolizzare il flusso sanguigno verso orizzonti anatomici entusiasticamente montagnosi. Sul tavolo avevamo il gameplay e la firma stilistica di una delle migliori saghe nipponiche dell'ultimo decennio, la serie Yakuza di Sega, potenziata dalla brutalità esplosiva di uno dei nostri eroi animati prediletti, l'implacabile Kenshiro. Un matrimonio stracarico di potenziale, che avrebbe dovuto condurre l'uomo di Hokuto verso nuove vette di godimento videoludico. Ecco, in effetti così è stato, sebbene l'ultimo nato in casa Nagoshi non sia proprio il bel pupo che era lecito aspettarsi. Anche se picchia come un fabbro e ha un bicipite da cinque chili e quattro.

    You wa Shock

    Basta un istante, il ritmico risuonare dei passi, lenti e misurati, del giustiziere post apocalittico per eccellenza sulle scale del palazzo reale di Croce del Sud, per rievocare nella mente degli appassionati le ore passate a canticchiare "mai mai scorderai...", con gli occhi fissi sul fiore all'occhiello del palinsesto di qualche oscura emittente regionale e la mente inondata dalla cruda epicità di un'epopea senza tempo. Fist of the North Star: Lost Paradise apre il sipario su una delle sequenze più importanti per l'opera di Tetsuo Hara e Buronson, vero e proprio rito di passaggio per un eroe solitario destinato a percorrere un lungo cammino di sacrificio e sofferenza.

    Se la sconfitta del rivale Shin rappresenta, nell'opera originale, il primo passo verso l'adempimento del destino di Kenshiro come salvatore del mondo, in Lost Paradise questo confronto segna la fine della sezione tutorial e l'inizio della storia inedita messa insieme dal team CS1 di Sega. Per comporre la trama portante del suo "Yakuza dell'Orsa Maggiore", lo sviluppatore ha infatti deciso di rivedere in toto il continuum narrativo del manga, proponendo al pubblico una storia alternativa che trova le sue fondamenta nella città di Eden, un'oasi di prosperità nei deserti senza fine di Fist of the North Star. Un'idea intelligente - almeno sulla carta - perché in grado di offrire al team una maggiore libertà creativa, utile per arricchire il quadro ludico con le sfumature più eccentriche della serie Yakuza, senza però andare ad intaccare l'ortodossia del manga. Peccato però che, sia dal punto di vista ritmico che da quello squisitamente narrativo, Lost Paradise manchi piuttosto clamorosamente lo "tsubo" della soddisfazione, proponendo una storia carica di espedienti improbabili e inutili lungaggini, che finisce col diluirsi in un oceano di sottotrame "filler", scarsamente rilevanti ai fini dell'intreccio. Questi riempitivi sono in genere il veicolo scelto dagli sviluppatori per offrire al pubblico abbondanti dosi di "fan service", somministrate senza però offrire la giusta dignità ai camei in questione. Ed ecco quindi che l'arco narrativo di Rei - completamente rivisitato- si esaurisce in 10 minuti scarsi con un combattimento nell'arena, il confronto con Jagi viene innescato da un minigioco al limite del risibile e lo scontro con il Sacro Imperatore Souther (arrivato a Eden per... motivi) mette in scena improbabili movenze da lap dancer. Pur trattandosi di scelte compatibili con il contesto ibrido portato avanti dal team di Sega, il concerto di avvenimenti che compone la trama perde efficacia con una quota abbondante di note stonate, specialmente considerando che si tratta di un titolo dedicato principalmente ai fan storici dell'uomo con le sette cicatrici sul petto.

    Anche per quanto riguarda il disegno generale, il titolo porta avanti una sceneggiatura piuttosto debole, nella quale una manciata di momenti memorabili finisce col perdersi in una marea di trovate discutibili e sequenze mal orchestrate. Ad aggravare il tutto c'è una marcata tendenza al backtracking che, come anticipato, ha un peso fin troppo rilevante nel bilancio del gameplay. In Lost Paradise anche le "substories" tipiche della saga Yakuza risultano un po' sottotono, largamente prive degli spunti a tratti geniali che costellano il lavoro di Nagoshi e soci.

    Questo perché in Yakuza le missioni secondarie sono utilizzate per mostrare al pubblico un vivido spaccato della società nipponica, tra stranezze esilaranti e situazioni che, per quanto peculiari, appaiono perfettamente coerenti con la tessitura di un micromondo unico e avvolgente. Nelle lande post apocalittiche di Fist of the North Star, invece, molti di questi incarichi mancano di arricchire il contesto con gradevoli pennellate di colore, piegando le necessità della strutturazione ludica a qualche forzatura di troppo. Niente di realmente drammatico o intollerabile, badate, ma bisogna anche considerare che il contributo in termini di giocabilità spicciola vede il nostro nerboruto beniamino vestire spesso gli improbabili panni del galoppino tuttofare, alle prese con missioni che raramente si allontanano dalla formula "vai lì, devasta quella masnada di briganti crestati, ritorna".

    Omae wa mou shideiru

    Ciò non toglie che, dal punto di vista squisitamente contenutistico, Lost Paradise sia un titolo decisamente denso, con un paniere di attività strabordante, colmo di minigiochi caratterizzati da diversi livelli di follia. Per quanto, anche in questo caso, ci si muova in territori molto lontani dal canone del manga, parliamo di elementi che, nel quadro generale della produzione, funzionano piuttosto bene e contribuiscono efficacemente a spezzare la routine sanguinaria al centro del gameplay. Passare qualche ora a servire cocktail o a mettere a frutto i morbidi talenti delle hostess di un nightclub, sfogando poi lo stress accumulato con una sessione intensiva di "lancio del teppista", offre ai giocatori una gradita dose di occasioni di svago e guadagno, a patto che si riesca a sopportare la vista di un Kenshiro in ghingheri e insolitamente socievole.

    D'altronde, ragazzi, bisogna tenere a mente che si tratta a tutti gli effetti di uno spin-off della serie Yakuza, quindi era inevitabile che il team riutilizzasse sistemi di gioco già ampiamente collaudati, compresa l'immancabile dose di cabinati arcade, qui riproposti come reliquie di un lontano passato, da recuperare e rimettere in funzione per allietare la dura vita dei cittadini di Eden. Non convince appieno, però, la forte dipendenza del sistema di progressione dal completamento delle attività secondarie, substories incuse. Accumulando frattaglie detonate e avanzando di livello, infatti, Kenshiro guadagnerà esclusivamente "Star Orb", punti che in genere possono essere utilizzate per sbloccare abilità generiche e aprire il percorso verso i potenziamenti più interessanti dei 4 skilltree a disposizione dei giocatori. Per migliorare sensibilmente l'arsenale marziale del possente Ken, e arrivare a godere appieno della varietà offerta dal combat system, avrete però bisogno degli Orb speciali offerti in premio (per la gran parte) da mansioni e incarichi opzionali, pena una riduzione drammatica dell'efficienza letale dell'amato Hokuto Shinken. Se da una parte questa scelta rallenta un po' artificialmente il ritmo della progressione, dall'altra spinge gli utenti a valutare attentamente il proprio percorso d'avanzamento, nel tentativo di comporre una build all'altezza della leggenda di Hokuto.

    Man mano che sbloccherete tecniche e potenziamenti, noterete cambiamenti piuttosto radicali nella profondità di un sistema di combattimento che, al massimo del suo potenziale, sa offrire dosi di appagamento piuttosto ingenti, scatenate anche da requisiti non proprio modesti in termini di abilità personale. Se all'inizio, infatti, la formula mazzuolatoria ricalca piuttosto fedelmente - armi a parte - il modello di "brawling" portato avanti dalla saga di Yakuza, procedendo verso il livello 99 vi si paleserà davanti un mondo fatto di combo in sospensione, contrattacchi letali, schivate acrobatiche e tecniche assassine.

    Tutti elementi che, al netto di una gestione alquanto problematica di telecamera e "lock on", delineano i pregi di un combat system tra i più vari e interessanti nella storia della serie, supportato da un sistema di controllo impeccabilmente reattivo. Decisamente piacevole, specialmente all'inizio, l'inclusione nel combattimento di sequenze speciali legate alle tecniche più iconiche dell'immaginario fumettistico di Kenshiro, con tanto di QTE utili a massimizzare l'efficacia mortale di ciascuna mossa. C'è però da dire che, dopo qualche tempo, la continua reiterazione delle stesse scenette viene un po' a noia, contribuendo a inficiare la presa del gameplay sul giocatore, complice anche la scarsa varietà degli avversari messi in campo dal team di sviluppo.

    Discorso diverso - almeno in parte - per quel che riguarda la notevole diversità dei vari boss, sebbene in buona parte dei casi questi abbiano a disposizione una gamma di attacchi fin troppo limitata, e risultino (specialmente ai livelli di difficoltà più elevati) delle vere "spugne da cazzotti". Spiacevole, inoltre, l'eccessiva dipendenza di alcuni combattimenti da specifici QTE, il cui fallimento può perfino innescare un game over istantaneo. Pregevole, invece, l'aggiunta delle meccaniche legate ai "Talismani del Destino", artefatti che Ken può produrre e utilizzare per aggiudicarsi specifici vantaggi (con tempi di ricarica proporzionati) durante il gameplay, spingendo il giocatore a considerare tatticamente quali creare e inserire nei 4 slot disponibili. I requisiti in termini di risorse, però, sottolineano un altro dei problemi del gioco, ovvero la tendenza a promuovere il grinding come necessario strumento di progressione, che si tratti di materiali, punti esperienza, Orb o oggetti vari.

    Post apocalisse in bassa definizione

    Tutto considerato, alcuni utenti potrebbero comunque gradire questo aspetto della produzione, che forza ad approfondire ogni dinamica del gioco e a massacrare milioni di scagnozzi in tenuta sadomaso, ma le conseguenze sul ritmo dell'esperienza non sono propriamente positive. Quando vi ritroverete a dover macinare centinaia di chilometri a bordo di un buggy scassato (il mezzo per le esplorazioni extraurbane verso una manciata di punti d'interesse), con la manovrabilità di una saponetta su una lastra di vetro, comincerete sicuramente a cogliere le crepe del disegno ludico di Sega CS1, con gli occhi messi a dura prova da un deserto post atomico che pare vecchio di una generazione.

    Tecnicamente parlando, infatti, il titolo di Sega appare datato in ogni suo aspetto, posizionandosi al di sotto di quello Yakuza 0 con il quale Lost Paradise condivide un engine che, come prevedibile, sostiene un frame rate decisamente stabile. La commistione tra modellazione poligonale classica e superfici "disegnate" scelta dallo sviluppatore propone scorci piuttosto piatti e poveri di dettagli, mentre le animazioni dei personaggi - specialmente quelle facciali - sfoggiano una legnosità evidente. La stessa città di Eden, più piccola rispetto alla storica Kamurocho, appare molto meno vitale e affascinante rispetto all'equivalente di Yakuza, anche se si considerano le connotazioni post catastrofiche dell'ambientazione. Un plauso va invece fatto al comparto sonoro, tra musiche electro-rock azzeccate, effetti di buona fattura e un doppiaggio di qualità eccellente, almeno per quanto riguarda l'originale giapponese (che vi consigliamo calorosamente). Tutte le considerazioni di cui sopra confluiscono nel definire il profilo di un titolo che, per meriti e difetti, si colloca piuttosto in basso nelle classifica dei migliori titoli riconducibili alla serie Yakuza. Di contro, però, il combat system e la ricchezza contenutistica di Fist of the North Star: Lost Paradise lo rende al contempo uno dei migliori videogiochi ispirati al personaggio di Buronson e Hara. Una dissonanza che fa del titolo di Sega un prodotto potenzialmente in grado di polarizzare l'utenza, tra chi lo amerà alla follia, e chi finirà col considerarlo alla stregua di un vilipendio all'intoccabilità di una serie leggendaria.

    Fist of the North Star: Lost Paradise Fist of the North Star: Lost ParadiseVersione Analizzata PlayStation 4Sebbene il titolo di Sega metta sul tavolo un combat system eccellente, un sistema di avanzamento profondo e una mole contenutistica di tutto rispetto, è difficile non considerare Lost Paradise un’occasione - almeno parzialmente - sprecata. Con l’infrastruttura ludica di Yakuza, lo spin-off dedicato a Kenshiro aveva tutto il potenziale per offrire al pubblico un’esperienza indimenticabile, godibile in ogni suo aspetto. Una narrativa discutibile, attività secondarie non sempre soddisfacenti e i tratti meno riusciti della progressione impediscono però a Lost Paradise di rivaleggiare con i capitoli della serie madre, offrendo al pubblico un’avventura piena di difetti ma comunque apprezzabile. Complessivamente, peraltro, si tratta del miglior gioco di Kenshiro mai approdato in Occidente. Una considerazione che va comunque collocata nel quadro di un’IP non particolarmente fortunata dal punto di vista delle incarnazioni videoludiche.

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