Golf Club Wasteland Recensione: una partita a golf tra le macerie

L'avventura distopica in stile puzzle game di Demagog Studio ci immerge nella storia di un golfista che rivive la fine del suo pianeta d'origine.

Golf Club Wasteland Recensione: una partita a golf tra le macerie
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Quella di Golf Club: Wasteland è una distopia leggera, contemplativa e riverberata da malinconiche luci al neon, dove sedimentano racconti e frammenti di una Terra abbandonata ormai da tempo, ma che sa essere più vicina che mai. L'umanità, per non dire quel poco che ne rimane, è stata costretta alla fuga, anzi all'esilio planetario, ritrovandosi a vivere in una roccaforte sperimentale su Marte: Tesla City. Questo perché la vita sul pianeta verde azzurro era divenuta impraticabile dopo quella che viene descritta come la Grande Catastrofe Ecologica: un evento che ha sconvolto ogni ecosistema, trasformando l'acqua in veleno e rendendo l'aria irrespirabile. Colpevoli il riscaldamento globale e l'inquinamento, ma in fondo a ben vedere colpevole soprattutto l'uomo.

    Fin qui potrebbe sembrare l'incipit di una qualunque altra storia post-apocalittica, ma il team di Demagog Studio - rigettando lo stereotipo dell'eroe pronto a sventare chissà quale altra minaccia - è stato in grado di trovarvi uno sbocco narrativo quantomeno insolito, se non addirittura originale. Non si potrebbe dire altrimenti, in fondo, di una premessa che vuole il pianeta Terra ridotto ad uno sterminato campo da golf per ultraricchi, mettendoci così nei panni di un solitario golfista sceso sul suo vecchio pianeta natale per un'ultima partita. Il puzzle game in 2D (anche se sarebbe più corretto dire 2,5) dello studio serbo reinventa in questo modo il tema delle migrazioni planetarie, con un cambio di prospettiva inaspettato e uno storytelling a tratti frizzante, a tratti profondo e nostalgico. D'altronde, "nostalgia" è anche il nome della stazione radiofonica che trasmetterà per quelle 3 o 4 ore di permanenza sul pianeta. La stessa Terra a cui non poter dedicare altro se non il vano riscatto di una partita a golf tra i ruderi delle sue vecchie metropoli.

    Controcultura e Apocalisse

    Nell'immaginario collettivo poche cose potrebbero sembrare rilassanti quanto una bella e solitaria partita a golf, specialmente se si ha a disposizione uno spazio tanto generoso, tranquillo e tutt'altro che imperscrutabile. Ma Golf Club: Wasteland volge fin da subito la sua sconfinata vastità nella più desolante delle rappresentazioni, mettendoci di fronte un mondo caduto in rovina per gli eccessi dei suoi abitanti, dei quali è estremamente difficile non sentirsi parte.

    D'altronde, uno degli aspetti vincenti della proposta di Demogog Studio, benché dal trailer di lancio fosse già possibile intravederne qualche interessante scorcio, è la forza della sua estetica attenta e colma di richiami alla nostra contemporaneità. Come se il tempo si fosse fermato - e, vista la velocità a cui scorre su Marte, potrebbe davvero sembrarlo - il viaggio sulla Terra si lascia percorrere con una calma innaturale nel corso dei suoi 35 livelli. Con un incedere compassato, ma mai privo di mordente, si rivela così un cimitero di edifici e veicoli dove i cangianti rizomi di piante mutate a causa della catastrofe ambientale s'infiltrano là dove un tempo a lasciare la propria impronta era l'uomo. Sorretta da un comparto grafico stilisticamente sobrio e dai toni soffusi che poggia le basi sul motore Unity, la disposizione dei fondali ci mostra con malcelata ironia la deriva autodistruttiva di un consumismo mai così attuale. Dalle statue in posa per un selfie alle "miniere di criptovalute", dalla cultura dell'accumulo a quella della speculazione: in Golf Club: Wasteland c'è tutta l'efficacia di una satira post-umanista costruita su temi cari alla nostra epoca quali il progresso tecnologico, l'ecologia e la solitudine.

    A visitare la Terra in queste condizioni ci si sente spaesati, scoraggiati, e i relitti di una civiltà ormai lontana - ma ancora vivida nei ricordi del protagonista - ci parlano come voci dal passato di una triste vicenda: quella del genere umano che non ha saputo vincere la sfida del cambiamento climatico. Sul fronte artistico la produzione di Demagog Studio appare quindi ispirata e significativa, e non si limita a raccogliere le stille di un'invettiva alla retorica della Silicon Valley. Ne lancia anzi un vero e proprio grido di allarme con un'aspra critica al modello capitalistico della nostra società, attraverso la narrazione ambientale che ne mette in scena le più estreme conseguenze in maniera acuta e mai ridondante.

    Echi di storie lontane

    Non è solo l'ambiente a parlare in Golf Club: Wasteland. L'avventura distopica di Demogog Studio si distingue infatti per essere scandita da altre tre storie, alle quali il setting scenografico va ad integrarsi armoniosamente, pur tuttavia rimanendo un elemento secondario per quanto riguarda la trama. In primo luogo ci saranno le pagine del diario del protagonista, a cui avremo accesso ogni volta che completeremo uno stage.

    Si tratta di piccole note in cui il nostro solitario golfista descrive il viaggio sulla Terra, abbandonandosi ai sussulti di un cuore che non può fare a meno di palpitare di fronte alla desolazione con cui è stata inghiottita quella che un tempo era la propria casa. I centri commerciali deserti, le metropolitane e gli uffici che risuonano di un'eco ineffabile, intrisa di un sentimento a cui sarebbe difficile dare una voce, se non ci pensassero gli interventi su Radio Nostalgia From Mars.

    A fare da controcanto alla prima, silenziosa narrazione del diario di bordo è infatti la presenza di piccoli speech concessi da Shane Berry (il DJ della stazione radiofonica) ad alcuni ospiti. Questi, tra un brano e l'altro, racconteranno di come erano le loro vite sulla Terra prima della grande catastrofe, riuscendo nell'impresa di rendere ancora più melanconico il trascorrere di questa lunga partita a golf.

    A stupire, in questo frangente, sono la credibilità della scrittura dei monologhi e l'interpretazione dei personaggi che fanno dell'espediente radiofonico un viaggio parallelo e suggestivo. E a trarne beneficio è ancora una volta lo spessore contenutistico dell'opera, tanto che, nel raccontare i propri aneddoti, le voci di RNFM metteranno in luce ben presto tutte le contraddizioni di una salvezza che è difficile a dirsi tale. "Gli sforzi per vivere su Marte superano di gran lunga i benefici dell'essere vivi", si dirà. E sarebbe impossibile, a questo punto, non riconoscervi un messaggio di forte provocazione nei confronti di certe personalità di spicco della nostra cultura; già il fatto che il nome di questo esperimento non troppo riuscito sia Tesla City dovrebbe suggerire qualcosa.

    C'è poi un'ultima voce che va ad aggiungersi al coro. Una voce narrante sconosciuta che descrive la vicenda da un punto di vista esterno rispetto al protagonista, ma sulla quale non vi riveleremo ulteriori dettagli per non togliervi il piacere della scoperta. Queste tre linee narrative vanno comunque ad intrecciarsi in un ordito ben coeso, fatto di sfumature dove emergono da un lato le personalità ben caratterizzate degli ospiti in radio e, dall'altro, i singhiozzi di un racconto tristemente attuale nella sua prospettiva più intimamente pessimistica, capace quindi di esortare riflessioni profonde.

    Palla in buca!

    Tuta spaziale, casco, jet pack. E ovviamente una mazza da golf. Un equipaggiamento che potrà sembrare piuttosto minimale per un'avventura del genere, ma la verità è che non vi servirà altro per disputare la vostra partita a golf tra le lande desolate del pianeta Terra. Sul piano prettamente ludico la produzione non spicca per chissà quali grandi intuizioni e si attiene più timidamente ai canoni di un puzzle game tra l'avventura grafica e l'interactive drama, con un gameplay godibile ma non stravolgente. Il grado di sfida cresce ad ogni livello, rivelando una complessità degli scenari decisamente maggiore già dal quinto stage, ma rimane tuttavia trattenuto in un tipo di esperienza che non vuole essere né simulativa, né arcade.

    A tal proposito, comunque, l'opzione di scelta tra due modalità di gioco può venire in soccorso dei giocatori più esigenti. Se la modalità storia non offre altro che un susseguirsi di livelli superabili lanciando la pallina in un qualunque percorso, senza il timore di un game over (e che anzi, dopo un certo numero di tentativi infruttuosi, sarà possibile bypassare), la modalità sfida vincola la messa in buca ad un numero massimo di colpi che è debito non eccedere, pena il reset del livello. In quest'ottica i tiri dovranno essere più ragionati, la pressione sull'analogico più calibrata, per trovare il percorso più breve tra gli ostacoli della mappa; anche se il tenore complessivo dell'esperienza non mostrerà certo più varietà.

    Complice di questa mancanza di carattere ludico è un level design che sfrutta bene il più che dignitoso sistema di fisica, ma senza aprirsi mai a soluzioni davvero elaborate. Nemmeno la presenza di alcuni rompicapo da risolvere (mai troppo impegnativi) per accedere a dettagli di trama nascosti riesce a elevare più di tanto la caratura del titolo sotto il profilo del coinvolgimento. Al netto di ciò, comunque, il lavoro di Demagog Studio può dirsi soddisfacente per gli standard di un'opera che punta indubbiamente più sul fronte narrativo anziché sulla componente ludica. Specialmente se si considera quanto incisivo sia l'apporto di alcuni elementi esterni al gameplay, come ad esempio la colonna sonora.

    Quest'ultima ha infatti un ruolo centrale nel corso dell'avventura. Con l'escamotage della stazione radio il team di Demagog Studio è riuscito a fare della musica una colonna portante dell'esperienza, inserendo un repertorio di brani azzeccatissimi per amplificare le sensazioni trasmesse dal mondo di gioco. Si spazia dal synthwave al pop-rock, passando talvolta dalla musica classica quando non anche alla tech-house, grazie ad una playlist ricercata e dal gusto retrò che vi rimarrà in testa anche dopo i titoli di coda tanto che riesce a rendere l'atmosfera immersiva.

    Golf Club Wasteland Golf Club WastelandVersione Analizzata Nintendo SwitchGolf Club: Wasteland è una storia fatta di storie, di messaggi lasciati dalla scenografia fortemente rappresentativa e dalle testimonianze di personaggi credibili pur senza un volto. Nonostante la produzione arranchi visibilmente sul fronte del gameplay per via di un tenore di sfida che tende a non decollare mai, bisogna riconoscere che la proposta di Demagog Studio sappia controbilanciare adeguatamente la mancanza di spessore ludico con una messa in scena curatissima. I dettagli dei fondali bidimensionali di fondono con l’intreccio narrativo di voci provenienti dalla trasmissione radiofonica, che diventa così la vera protagonista del viaggio. Ricco di riferimenti alla nostra contemporaneità e capace di suscitare profonde riflessioni su temi di importanza cruciale, il titolo si rivela infine un’ottima esperienza per chi stesse cercando un’avventura dai toni pacati, ma suggestivi.

    7.5

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