Recensione Gungrave

Leggi la nostra recensione e le opinioni sul videogioco Gungrave - 940

Recensione Gungrave
Articolo a cura di
Disponibile per
  • PS2
  • Monografia Tombale

    Fregiato dell’originalità d’essere l’unico rappresentante ludico “manga style” a non affondare le proprie radici in una consolidata serie di successo, Gungrave, ultima fatica di Red Entertaiment & Activision, avvicina sensibilmente il mondo dell’animazione a quello dei Videogames.
    Pur avvalendosi di un inedito “caracter design” e “background story”, lo sparatutto in terza persona gode del tocco inconfondibile di Yasuhiro Nightow, disegnatore di Trigun, serie animata particolarmente apprezzata anche nell’attuale trasposizione europea. Così si delinea, esclusivamente sulle console nere di casa Sony, la fumosa storia di un impenetrabile killer dal nome alquanto scomodo: “Death: Beyond the Grave”. Pochi tratti del suo passato bastano per introdurci nell’avventura: una giovane ragazza ferita, gravata dall’onere di due grosse pistole – Cerberos – risveglia sopiti istinti omicidi nell’assassino: la guerra col misterioso “sindacate”, associazione puramente malavitosa di cui, prima dell’inaspettata morte, Death faceva parte, è ormai aperta: tornato dall’oltretomba per mano d’un professore che vi sarà a fianco nelle brevi soste fra una sparatoria e l’altra, Beyond the Grave ha il solo scopo di terminare l’illecita attività del “gruppo d’affari”.
    Se i più attratti dall’animazione avranno riconosciuto non poche analogie, ovviamente mascherate dalla mancanza di dettagli nel videogioco, con il “Red Dragon” di Spike, nel celeberrimo – e splendido – Cowboy Bebop, potranno comunque perdonare gli ideatori della nuova serie “ludica”.

    Venendo all’aspetto puramente tecnico, in Gungrave riscopriamo uno degli ormai tanti esponenti del genere, mai troppo apprezzato in questi ultimi tempi, del Cell Shading. Buona, senza mezzi termini, la realizzazione: soprattutto negli ambienti il tocco inconfondibile dei “contorni nero notte”, e dei toni sgargianti, tinte pastello e povertà di particolari, s’addice alla perfezione, confacendosi con la ricca dose d’animazioni d’intermezzo che arricchiscono il titolo. I personaggi, soprattutto quello principale, sono leggermente sotto il livello medio di realizzazione che si dovrebbero proporre gli sviluppatori di un titolo al passo coi tempi.
    Trattare del gameplay si rivelerà cosa assai facile, data la banale impostazione del gioco: obbiettivo primario, e unico, è quello di distruggere quanto più possibile appare su schermo: fermarsi ai nemici è da considerarsi limitativo, se non dannoso. La pressione ripetuta e costante del tasto “quadrato” si risolverà nello scatenarsi di una tempesta di piombo: rimanere fermi sul posto renderà il personaggio principale in grado di compiere mirabolanti acrobazie, che influiranno sulla valutazione assegnata al giocatore dopo ogni livello, mentre, tralasciando un futile sistema di puntamento che mina addirittura il divertimento di veder focalizzati i proiettili non su uno specifico individuo, ma su tutto ciò che vi circonda, nello sparare camminando, o – al più – muovendosi più rapidamente (?!?) con brevi saltelli, risiederà la trave portante del gioco. L’esasperata lentezza del personaggio, che potrà correre, comunque impedito vistosamente dal peso della bara che porta sulle spalle, ma con la limitazione di non poter dal fuoco alle polveri, spesso si rivelerà frustrante.
    Ovviamente non poteva mancare un armamentario speciale. Stavolta consiste nel pesante monumento funerario che Death porta sempre con se: oltre ad un’efficace arma per il corpo a corpo (Death può difendersi dalle situazioni di troppo, ravvicinato affollamento con un colpo di bara), il lugubre profilo che accompagna l’assassino si rivela pieno di risorse: dai rimedi curativi ai colpi più devastanti, limitati nell’uso da un indicatore, che potrete riempire durante il gioco collezionando più “combo” possibile.

    Divertente, tutto sommato, si rivela, dopo il primo approccio deludente con l’assurda lentezza del gioco, il ripetitivo compito di distruggere tutto e tutti. Ma, ovviamente, non mancano le note dolenti: ad incrinare l’idillio, sopraggiungono lesti la troppa facilità d’esecuzione e la scarsa rigiocabilità. Contrastare l’azione illecita del Sindacato si rivelerà compito tutt’altro che arduo: spesso, addirittura, uscire illesi da uno scontro a fuoco, avvalendovi della capacità auto-ricaricante dei vostri, inspiegabili scudi, non sarà del tutto impensabile. Nemici dotati di un arsenale più minaccioso, saranno facilmente eludibili grazie agli altrimenti inutili salti laterali, e l’unica vera sfida che il titolo saprà offrire, risiederà negli scontri coi boss di fine livello.
    La ripetitiva impostazione dell’avventura inoltre, non certo piacevole: linearità è la parola d’ordine nell’affrontare i livelli, e –come già accennato- lentezza il suo braccio destro. Si conti poi che le ambientazioni non sono particolarmente esaltanti, e i nemici cambiano sì di volta in volta carrozzeria, ma restano sempre gli stessi. Sbloccare, alla fine del gioco, qualche extra, sarà di scarso aiuto per una eventuale, molto eventuale, seconda partita.

    Tirando le somme: spunto assai buono per sfondare sul mercato videoludico, ma non colto nella sua interezza: trama e design ottimi, arricchiti, come già affermato, dalla creazione inedita. Gameplay divertente, ma assai noioso, e -visto che le lezione della storia non sempre giungono agli orecchi giusti- tremenda brevità e poca originalità nella creazione degli avversari. Chissà che Death non possa tornare ad allietare, più di quanto non sia in grado di fare adesso, i nostri schermi. Fino ad allora, silenzio di tomba.

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