Hello Neighbor Recensione: un vicino per nemico

Hello Neighbor fatica a reggere il peso delle proprie ambizioni e finisce col tradire il potenziale di un concept estremamente intrigante.

recensione Hello Neighbor Recensione: un vicino per nemico
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  • Pc
  • Xbox One

Figlio di un concept interessante e ambizioso, Hello Neighbor nasce - almeno sulla carta - come uno stealth game abitato da un'intelligenza artificiale in grado di adattarsi alle tattiche del giocatore, in modo da offrire al pubblico una sfida in continua evoluzione. Un proposito intrigante, che nel tempo si è guadagnato un discreto seguito su Steam, dove il gioco di Dynamic Pixels è rimasto in accesso anticipato per oltre un anno. Il lancio, inizialmente previsto per lo scorso agosto, è stato poi rimandato a dicembre, a causa di problemi col motore grafico del titolo. Un rinvio preoccupante, specialmente alla luce della clamorosa mole di problemi segnalati dal pubblico nel corso dei mesi, sia sul fronte tecnico che su quello ludico. Ora che il gioco è finalmente uscito dal travaglio, possiamo finalmente constatare che... vabbé, è uno dei rari casi in cui il buongiorno (inteso come pugno nei sentimenti) si vede veramente dal mattino.

Mamma ho perso il vicino

Un'altra luminosa giornata splende sui tetti color pastello di un ridente complesso suburbano, del tipo che Tim Burton ama associare alla "benpensanteria" di stampo statunitense. Voi siete un bimbetto tutto croste e scoordinazione, intento a inseguire la vostra palla preferita davanti al cortile di casa. Ad un tratto, la vostra attenzione viene attirata da un sinistro lamento, accompagnato dalla visione di un losco figuro che, poco oltre le finestre dall'altra parte della strada, dà sfogo a comportamenti decisamente sospetti. Nel pieno dell'incoscienza che la vostra età impone, decidete quindi di scoprire cosa mai nasconde il sinistro vicino tra le mura della sua magione. E ci mancherebbe. Una premessa resa insospettabilmente intrigante dalla forte dissonanza tra lo stile grafico cartoonesco della produzione, e l'inquietudine evocata dalle - presunte - attitudini omicide del vicino, una sorta di Ned Flanders col vizio della segregazione forzosa. Almeno questa è il quadro che il titolo dipinge davanti agli occhi del giocatore, sfidandolo fare chiarezza sul "mistero misterioso" che agita l'aria paciosa di un quartiere periferico come tanti. L'unico modo per sbrogliare questa oscura matassa è quello di tentare un'intrusione furtiva nella proprietà del dirimpettaio, sfuggendo ai sensi digitali di IA che lo stesso sviluppatore definisce "avanzata e adattiva". Eh, più o meno. Di fatto, il primo, terrificante, colpo inferto al potenziale ludico di Hello Neighbor è rappresentato proprio dal modo in cui Dynamic Pixels ha provveduto a strutturare i pattern comportamentali del vicino. Tanto per cominciare, l'intelligenza artificiale del personaggio non sembra seguire alcuna routine sensata, limitandosi a vagare confusamente di stanza in stanza, senza una briciola di logicità comportamentale. Questo rende ovviamente difficile tracciare un "piano d'effrazione" realmente efficiente, vista la surreale imprevedibilità dell'avversario. Pur dando per buona la tendenza al vagabondaggio casalingo del nostro aguzzino, le sue prestazioni sensoriali si traducono in una profonda inconsistenza delle meccaniche stealth alla base della produzione.

Ci sono state volte, durante il nostro assalto alla cantina misteriosa, in cui il vicino ha totalmente ignorato la nostra invadente presenza, malgrado ci trovassimo ad appena tre dita dal suo didietro, "nascosti" in un insignificante fazzoletto d'ombra. In altri frangenti, il baffuto figuro ha dimostrato di possedere i sensi potenziati di un gatto sotto lsd, riuscendo a percepire la nostra intrusione da una distanza sorprendente. Ad aggravare il tutto c'è inoltre la mancata corrispondenza tra il campo visivo "reale" del personaggio e quello comunicato al giocatore dal posizionamento della sua testa. Magagne che generano dinamiche ludiche piuttosto frustranti, roba da spingere Diabolik ad abbandonare la calzamaglia in favore di un part time alle Poste. Un'inconsistenza che si manifesta anche in una sorta di progressione inversa del livello di sfida dell'avventura durante i tre atti che la compongono, dato che la dimensioni sempre maggiori degli scenari rendono via via più semplice l'esplorazione silenziosa della magione, vista la tendenza del padrone di casa a girovagare a caso. Manco a dirlo, le birbanterie dell'IA influiscono negativamente sul potenziale ansiogeno del gameplay, dato che, di cattura in cattura, il senso di minaccia iniziale si farà sempre meno pressante. A maggior ragione visto che l'essere colto in flagrante non comporta nessuna punizione reale per il vostro alter ego, che dopo ogni cattura si ritroverà nel proprio cortiletto (o nei successivi punti di respawn) con le tasche ancora piene di tutti gli oggetti raccolti durante i vari tentativi. L'acume artificiale "avanzato" del nemico, più che adattarsi dinamicamente alle nostre abitudini infiltrative, si limiterà a disporre in giro per la casa telecamere e trappole in prossimità del nostro ultimo percorso, nel tentativo di ostacolare la reiterazione delle medesime tattiche. Si tratta in realtà di un deterrente di poco conto, facilmente aggirabile e sostanzialmente ininfluente. Anche perché, dopo l'ennesimo primo piano del petto villoso dell'antagonista, è del tutto probabile che smettiate perfino di tentare la fuga o di cercare nascondigli, optando invece per una cattura tutto sommato indolore. Seppur claudicante, la componente stealth non è comunque la parte più debole e farraginosa del gameplay perché, sì, c'è di peggio.

C'era una volta un uomo, un passaporto e un mucchio di peli di gatto

Sebbene l'avventura si apra su un panorama narrativo che, contestualmente parlando, non richiede al giocatore uno sforzo clamoroso in termini di sospensione dell'incredulità, i successivi passaggi messi in scena dai ragazzi di Dynamic Pixels si fanno man mano più criptici e azzardati, tra sequenze oniriche e soluzioni che sconfinano sempre più nel territorio del bizzarro.

Non si tratta però di un vero e proprio difetto, dato che la sceneggiatura del titolo offre al pubblico una certa quantità di spunti interessanti, che si prestano a diverse chiavi di lettura. Un aspetto che contribuisce a definire Hello Neighbor come un titolo più bello da vedere che da giocare, perfetto per un pubblico affamato di congetture e ricostruzioni dietrologiche. Mouse alla mano, però, si finisce per subire il peso di un comparto ludico decisamente mal orchestrato, nel quale confluisce anche un design degli enigmi discutibile, che sfida il buon senso dei giocatori. Gli appassionati avventuristi di vecchia data, memori dei titoli di genere usciti tra la metà degli anni ‘80 e ‘90, ricorderanno senza dubbio un certo enigma della serie Gabriel Knight, che sfidava i giocatori a eseguire una serie di azioni diversamente logiche per camuffare l'identità del protagonista. Ecco, una parte dolorosamente consistente dei puzzle di Hello Neighbor ricalca questo disagevole modello all'insegna del pensiero laterale. Tanto per farvi capire di cosa stiamo parlando, ad un certo punto vi troverete costretti ad escogitare un modo per congelare uno specchio d'acqua, al fine di guadagnare l'accesso a un oggetto chiave. L'unico modo per farlo, secondo una logica che tuttora ci sfugge, è quello di raccogliere un mappamondo, infilarlo nel nostro freezer (o, in alternativa, quello del vicino), e riporlo poi su un piedistallo collocato in una stanza irragionevolmente lontana da quella che ci interessa sbloccare. Così, ad minchiam.

Le soluzioni per procedere verso l'epilogo della storia non sono sempre così ermetiche, ma il duo "trial and error" rimangono compagne costanti tra le maglie di una progressione costellata da punte di fastidiosa arbitrarietà. Questo modo di ostacolare il giocatore con meccaniche disfunzionali risuona con gli altri aspetti meno riusciti del gameplay, e finisce col comporre un quadro ludico caratterizzato da un grado di sfida sgradevolmente artificiale, slegato dalle effettive capacità del giocatore.

Tanto stile, poca sostanza

Pur possedendo una firma stilistica molto piacevole, che orbita mutevolmente attorno al mistero centrale dell'avventura, Hello Neighbor mostra il fianco con un comparto tecnico problematico, che occasionalmente contribuisce a rimpinguare il fattore frustrazione.

Al netto di un set di opzioni grafiche estremamente ridotto, il titolo di Dynamic Pixels soffre di inspiegabili fluttuazioni del frame rate, cui si accompagnano occasionali freeze e una quantità di bug ancora piuttosto consistente. Le cose sono sicuramente migliorate dal lancio a oggi, ed è evidente la volontà degli sviluppatori di lavorare per rendere il titolo pienamente godibile, sebbene le reali problematiche riguardino più che altro il versante ludico della produzione. Sul fronte sonoro il gioco si difende bene, pur non brillando particolarmente né per quanto riguarda l'effettistica, né per ciò che concerne la manciata di brani che accompagneranno i vostri tentativi di fuga dalla presa del malevolo vicino.

Hello Neighbor Malgrado l’incredibile potenziale di un concept brillante, Hello Neighbor arriva sul mercato come un prodotto fortemente problematico, afflitto da grossi errori di design e da una quantità considerevole di difetti tecnici. Dal punto di vista ludico, il titolo di Dynamic Pixels soffre a causa di una gestione profondamente ostacolante dell’intelligenza artificiale dell’antagonista, cardine di meccaniche stealth tutt’altro che appaganti. Come se non bastasse, gli enigmi posti sul percorso - difficilmente intellegibile - del giocatore sono un crogiolo di illogicità e imposizioni arbitrarie. Anche la narrativa, criptica e insoddisfacente, non favorisce lo scorrere di una storia che, in tutta onestà, potete tranquillamente farvi raccontare da un video scovato in rete. Hello Neighbor è un titolo più bello da vedere che da giocare, quindi non possiamo che consigliarvi la prima opzione.

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