Horace Recensione: un Pinocchio in Pixel Art, tra platform e metroidvania

L'opera prima dello sviluppatore indipendente Paul Helman è un platform cinematografico imperfetto ma sorprendente.

recensione Horace Recensione: un Pinocchio in Pixel Art, tra platform e metroidvania
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  • Iniziando Horace si viene investiti da una folata di malinconia ghiacciata, in totale contrasto con il bollente periodo d'uscita. Un'atmosfera autunnale, britannica nei modi, nei colori e nel vocabolario, quasi aristocratica. Come la famiglia che accoglierà il piccolo robot, battezzandolo Horace, intelligenza artificiale neonata e assetata di conoscenza, che evolverà attraverso il contatto umano. Il gioco distribuito da 505 ci narra la sua storia, raccontata in prima persona grazie ad un inquietante doppiaggio metallico (sottotitolato in un italiano talvolta incerto), una vicenda colma di sentimento senza per forza essere stucchevole, condita anzi dal tipico british humour che tradisce le ispirazioni di Paul Helman, colui che l'ha programmato con un amore rarissimo, come fosse il suo Pinocchio in pixel art. Horace è la parabola di un'anima artificiale in un mondo alla deriva, la presa di coscienza delle proprie possibilità e della propria natura, all'interno di un platform game unico e imperfetto.

    Cuore e acciaio

    Horace è innanzitutto un racconto, una fiaba contemporanea che sfora nell'immediato e drammatico futuro, tratteggiando un Regno Unito che, dopo i capitoli iniziali, ritroveremo sprofondato nell'ennesimo dopo-guerra, ricordando un po' I Figli degli Uomini di Cuarón per impatto ambientale.

    Una narrazione che abbandona i classici baloon vecchia scuola per presentare vere e proprie cut scene, raccontate dal robottino e girate con un gusto registico sinceramente mai visto prima, abbinato ad una direzione artistica in bassa risoluzione. Questi pixel nei primi piani diventano grossi come mattoni eppure restano capaci di tratteggiare la mimica di ogni singolo attore, personaggi che entrano subito nel cuore, come i componenti della famiglia del professore, mentore di vita di Horace, scienziato dai modi dolcissimi nonostante gli scheletri che alloggiano nell'armadio della sua coscienza. Il gameplay diventa così un raccordo tra gli snodi narrativi, un contenitore eterogeneo di generi e stili che fa costantemente perdere il senso dell'orientamento al giocatore.
    Horace è tendenzialmente un platform, ora molto tecnico alla Super Meat Boy (con tanto di riavvio immediato attraverso il sistema Lazzaro, per rialzarsi e camminare a ciclo continuo), ora esplorativo con meccaniche puzzle, sempre con un respiro da metroidvania, potenziamenti meccanici e backtracking inclusi.

    L'idea di Paul Helman comincia però a prendere forma in pochi capitoli. Il suo robot deve fare ogni tipo di esperienza, non può limitarsi a saltare qua e là; deve anche saper guidare su autostrade poligonali, affrontare minigiochi musicali, guadagnare soldi svolgendo lavoretti, spendendo poi qualche spicciolo nei coin-op che replicano i grandi classici della cultura pop videoludica, tra cui l'indimenticabile, per quanto agghiacciante, imitazione di OutRun.

    Il gioco si ritrova privo di amalgama ma incredibilmente coerente con se stesso, perché sacrifica la precisione in favore della sorpresa, esasperando il viaggio esistenziale di Horace e facendoci vivere il suo senso di meraviglia davanti a meccanismi sempre nuovi. Una qualità ludica da elettrocardiogramma, che vive sempre di alti e bassi, tenuta miracolosamente in piedi da qualità narrative provvidenziali, capaci di giustificare quasi tutto quello che accade a schermo.

    A questo gameplay sentimentale manca però un pizzico di mordente: ci sono alcune imprecisioni, una fisica e un'inerzia dei movimenti troppo abbondante, incapace di esaltare al massimo un level design che, quando vuole, sa raggiungere vette molto elevate.

    Per esempio, uno dei primi potenziamenti che ci verranno consegnati saranno delle scarpe antigravitazionali (o appiccicose) con cui esplorare gli ambienti a 360°, portando a soluzioni di platforming mirabili senza però poter arginare un certo senso di nausea da mal d'auto per le continue rotazioni della telecamera. Senza contare le collisioni che portano talvolta a incollarci a quelle pareti che avremmo voluto evitare. Horace è però un gioco che viene dal cuore: lo si percepisce proprio in questa sua voglia di proporre un'ampia varietà nonostante i limiti che lo compongono. È il videogioco che il suo creatore ha sempre sognato di creare e di giocare, ed è inimitabile perché rappresenta la trasposizione videoludica delle idee di una persona. Horace diviene quindi un'opera personale e delicatissima, con le tipiche imperfezioni dei lavori fatti a mano e con fatica. Per le emozioni che riesce a trasmettere, questo platform si racconta sempre in modo maturo, affondando le mani negli argomenti trattati, con quella verve fatalista irresistibilmente britannica.

    Scenografie bidimensionali

    L'impatto emotivo di Horace va di pari passo con la sua direzione artistica. Una pixel art a grana piccola, ogni tassello amalgamato grazie a una palette cromatica fluida, i colori sempre al posto giusto, fotograficamente perfetta, capace di dipingere su schermo ambienti incredibilmente realistici, familiari, dettagliatissimi, pronti a prendere pieghe psichedeliche senza freni inibitori.

    Horace gioca poi con altri stili visivi, inserendo elementi poligonali e sorprendendo con sezioni 3D o sfondi pre-renderizzati dal gusto anni '90. In maniera inaspettata, questa estetica è stata usata a fini registici, tanto da sembrare una produzione decisamente più imponente di quello che è in realtà. Queste mire cinematografiche si muovono su una sottile linea rossa tra elegante citazionismo e originalità, con addirittura un tocco di genio: il tutto è incorniciato da una colonna sonora capace di sintetizzare in chiptune alcune famosissime melodie, pre-registrate nei timpani di ogni essere umano. Una fantastica selezione, tra pezzi riarrangiati ed inediti, tra musica classica, rock ed elettronica, lasciando trasparire anche qui un gusto fluido per tutto ciò che è bello, senza badare al genere.

    Horace HoraceVersione Analizzata PCHorace è una sorpresa, travolgente come il suo humour malinconico, imperfetto come i prodotti artigianali. Un’opera che vuole essere tutto, e che si racconta attraverso un gameplay variopinto che tende in gran parte al platform con mire da metroidvania, incastonando il gioco all’interno di una narrazione appassionante, caldo, ora drammatica ora esilarante. A giudicare da questa sua opera prima Paul Helman sembra predestinato a entrare nel pantheon degli sviluppatori indipendenti. Manca una certa precisione, quel savoir faire che fa fare il salto di qualità, un sistema di controllo capace di inerpicarsi dalle mani fino al cervello per diventare indimenticabile. Senza pensare a quello che avrebbe potuto essere e fermandosi alle certezze, si può dire che Horace sia un titolo unico, spiazzante e sorprendente, difficile da descrivere in tutte le sue sfumature e nelle piccole emozioni che riesce costantemente a trasmettere.

    8

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