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Recensione Hydrophobia

Uno strano Survival Horror su XBLA, purtroppo scadente sotto molti punti di vista

Versione analizzata: Xbox 360
recensione Hydrophobia
Articolo a cura di
    Disponibile per:
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
Alessandro Mazzega Alessandro Mazzega prende confidenza fin da tenera età con pad e tastiera e si appassiona rapidamente al mondo dei videogiochi, lavorando come giornalista sulle principali realtà online e occupandosi di sviluppo, attualmente in Forge Reply. Bassista fallito, ha ormai venduto lo strumento per passare dietro al microfono, sia per cantare che per condurre il podcast Gaming Effect. Cercatelo su Facebook, su Twitter e su Google Plus.

Dalla nascita ad oggi l’offerta della collana Xbox Live Arcade si è notevolmente ampliata, raggiungendo un numero importante di generi, dal puzzle game colorato e senza troppe pretese al titolo artisticamente ricercato.
Esistono poi una serie di giochi che sull’aspetto tecnologico fondano tutto il loro appeal e che hanno trovato nel digital delivery di Microsoft il canale di distribuzione più diretto e redditizio.
Hydrophobia ricade proprio in questo insieme di progetti: prodotto da Dark Energy Digital, team britannico con sede a Manchester, è rimasto in sviluppo per lungo tempo, quello necessario a creare i tool necessari a raggiungere la visione iniziale dei designer.
Vediamo se il comprato tecnologico è stato affiancato in modo soddisfacente da una controparte ludica interessante.

Siamo in troppi

Hydrophobia nasce come un action in terza persona come molti altri ma con una componente unica e distintiva: la presenza dominante e letale dell’acqua.
Il gioco è ambientato in un ventunesimo secolo nel quale l’aumento della popolazione mondiale ha portato ad uno sbilanciamento estremo delle classi sociali: la differenza tra chi soffre e chi invece continua a vivere nella prosperità è ormai insanabile e, ovviamente, gli effetti non tardano a farsi sentire.
Da un lato troviamo le più grandi corporazioni mondiali, ancora in grado di garantire una vita agiata ai propri affiliati, dall’altra i terroristi, disposti a tutto pur di far calare il numero di abitanti della terra, in modo da tentare di ristabilire una sorta di equilibrio.
Tra le prime va sicuramente citata la NanoCell Corporation, potentissima multinazionale che studia i metodi per risolvere il problema della mancanza di cibo tentando di trasformare i deserti in aree rigogliose; per raggiungere il proprio scopo investe somme ingenti nello studio di intelligentissime nano macchine e per festeggiare alcuni traguardi ha costruito la cosiddetta “Regina del Mondo”, gigantesca nave in cui è ambientato il gioco.
Alla seconda fazione appartengono invece i Neo Maltusiani, gruppo organizzato di ribelli che attacca l’imbarcazione proprio durante i festeggiamenti che attirano gli occhi del mondo sulla traversata transoceanica.
La protagonista, Kate Wilson, ingegnere al lavoro sulla nave, si ritroverà quindi a dover cercare di fermare l’avanzata dei terroristi per salvare l’altissimo numero di persone presenti sull’immenso vascello.

La forza dell’acqua

Cosa può accadere ad una nave di tale portata in seguito ad un attacco terroristico su vasta scala? Semplice: inizierà ad imbarcare impressionanti volumi d’acqua.
Proprio l’acqua è l’elemento fondamentale di Hydrophobia, tanto dal punto di vista tecnologico quanto da quello del gameplay.
Grazie all’HydroEngine i ragazzi di Dark Energy Digital sono riusciti a ricreare una simulazione dei liquidi decisamente riuscita, tanto da poggiare tutto il gioco sul suo sfruttamento, sia in termini offensivi che di rischio della sopravvivenza.
Numerose saranno le occasioni in cui le stanze verranno progressivamente allagate, costringendo il giocatore e trovare una via di fuga nel minor tempo possibile, evitando gli oggetti che inizieranno a galleggiare, intralciando i movimenti in situazioni già al limite del gestibile.
Sono però i momenti di relativa calma quelli che danno maggiormente la possibilità di assistere al motore fisico in azione in tutta la sua forza: anche in stanze in cui non vi è alcuna emergenza è spesso presente una zona leggermente allagata, nella quale l’acqua si increspa e crea onde e riflussi con un realismo senza precedenti.
Da questo punto di vista Hydrophobia è un prodotto vincente, il cui lato tecnologico legato alla simulazione fisica è veramente impressionante, offrendo ciò che, secondo alcuni, è sempre mancato in Bioshock: un vero uso dell’acqua a livello di gameplay, cosa risolta solo marginalmente con il secondo episodio.

Gameplay problematico

Hydrophobia è quindi strutturato come un action adventure classico, di quelli che non rinunciano alle sparatoria, all’uso delle coperture, alla risoluzione di qualche enigma basato sulla fisica.
L’introduzione dell’elemento liquido per eccellenza, però, rende il tutto discretamente fresco ed interessante: spesso un colpo ben piazzato su una paratia indebolita dalla pressione avrà effetti molto più immediati rispetto ad un paio di caricatori a segno sui terroristi di turno. Gli enigmi, poi, coinvolgeranno spesso aree intere, da attraversare più volte, prima all’asciutto e poi con il progressivo aumento dell’acqua e del suo potere distruttivo.
Le novità, però, sono annegate, è proprio il caso di dirlo, in una struttura che si ispira a quella dei campioni della categoria, non riuscendo però ad emularne le gesta: le coperture non funzionano a dovere, creando spesso situazioni comiche nelle quali ci si ritroverà sotto al fuoco nemico senza nemmeno aver capito come; anche la mira non è delle più naturali e molti colpi andranno a vuoto prima di riuscire a piazzarne uno particolarmente letale.
Le parti migliori, quindi, sono quelle in cui l’ambiente attorno alla protagonista cede sotto la forza dell’acqua, con ondate che si infrangono ogni dove, sfondando portelli e invadendo tutto, cosa che spinge il giocatore ad agire in fretta, d’impulso, per riuscire a portare a casa la pelle.

Il volto di Kate

Un altro dei problemi che affligge Hydrophobia è la direzione artistica: gli ambienti sono adeguati al contesto e sono stati studiati in modo accorto per fungere da “parco giochi” una volta invasi dall’acqua. Le varie aree della nave, quindi, sono abbastanza realistiche, se di realismo si può parlare nel ricostruire un’imbarcazione futuristica di dimensioni inimmaginabili per i mezzi attuali. Sono comunque ambienti in qualche modo possibili, che non stonano nel contesto generale.
I personaggi, invece, sono la vera caduta di stile: Kate Wilson è semplicemente un’eroina senza anima, sia dal punto di vista stilistico che per quanto riguarda i dialoghi e l’interazione con la trama.
In quest’ottica Hydrophobia ricorda in qualche modo HeadHunter, action pubblicato per Dreamcast nel lontano 2001 che offriva delle buone idee a fronte però di una direzione artistica senza troppi spunti interessanti.
La struttura della trama, poi, è stata ideata tenendo conto che Hydrophobia dovrebbe essere una trilogia, pubblicata ad episodi in digital delivery e con un’eventuale uscita retail di tutto il gioco in un singolo disco.
La narrazione, però, è tutt’altro che chiara e spesso non si riuscirà a comprendere quale sarà il prossimo obiettivo, finendo quindi per dover fare affidamento su una  mappa 3D tutt’altro che comoda ed immediata da consultare.

Hydrophobia Hydrophobia è l’ennesima dimostrazione che la tecnologia, nello sviluppo di videogiochi, è solo un tassello di un mosaico molto più grande, che vede nello stile, nella direzione artistica e nel gameplay altri fattori di primaria importanza. E’ un gioco a due velocità e alterna momenti molto interessanti, in alcuni casi memorabili, ad altri di noia e scarso coinvolgimento. Inutile sottolineare che i primi hanno come protagonista la stupefacente gestione dell’acqua e, alla luce di ciò, sarebbe forse stato saggio spingere maggiormente su enigmi e fuga dagli allagamenti, lasciando in secondo piano le sparatorie, decisamente poco riuscite. Hydrophobia è consigliato a chi vuole provare qualcosa di diverso nel filone action classico e non ha paura di non trovare tutte le qualità alle quali il genere ci ha ormai abituati, come sistemi di copertura e mira efficienti e narrazione cinematografica di spiccata personalità.

5

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