King of Seas Recensione: all'arrembaggio in un gioco italiano sui pirati

La ciurma di 3D Clouds ci chiede di diventare il Re dei Mari in un gioco d'avventura single player con marcati elementi ruolistici.

King of Seas
Recensione: Multi
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Arrr, che storia che ho da raccontarvi. Per la benda di Barbanera, ve lo giuro: tempeste che fanno gridare i flutti, carcasse di galeoni pronte per essere depredate, palle di cannone che urlano nel vento e navi fantasma. FANTASMA, vi dico! E mica è finita qua eh: ci stanno pure i tentacoli del Kraken, che spuntano all'improvviso dagli abissi. E a quel punto che vuoi fare? Butti giù un sorsetto di rum, ti schiarisci il gargarozzo, e speri che il mostro ti manchi, così da potertene bere un altro. Ho vissuto queste avventurette in King of Seas, sapete? Ma sì, quel gioco d'avventura sui pirati della ciurma di 3D Clouds, quelli che issano bandiera tricolore: assumi il comando di una nave, salpi verso l'oceano, affondi qualche fregata di quella feccia della Marina, e via, alla ricerca del prossimo arrembaggio.

    Ma lo devi fare da solo, aye: King of Seas si vive in solitudine, senza nessun pirata o ratto di sentina a farti compagnia, a differenza di quell'altro gioco sui filibustieri, quello là, Sea of Thieves, mi pare (volete rinfrescarvi la memoria? Leggete la recensione di Sea of Thieves Anniversary). Ma va bene così, anzi, ci voleva proprio. Però, ve lo devo dire, dopo la solita consegna di rubini e legname, dopo aver dato fuoco all'ennesimo galeone, un goccio di noia ti prende. Perché, King of Seas è come il grog: qualche sorso ogni tanto ti mette di buon umore, ma a lungo andare diventa un po' pesantuccio da digerire.

    Tradimenti in mare aperto

    Tenete, prendete una coscia di pollo, sedetevi qui con me, ‘che la storia di King of Seas è bella lunga, e parte da molto lontano, quando gli oceani erano solcati da marinai e pirati, prima della grande guerra che ha affogato gran parte di noi bucanieri. Ma la libertà viene prima di tutto! Preferirei farmi rosicchiare la gamba di legno dai ratti prima di piegarmi al potere di quegli infidi della Marina. E così anche gli altri filibustieri, brava gente.

    Ecco che abbiamo deciso di vivere senza leggi, sempre braccati, in ogni angolo dei Sette Mari. C'è da dire che il pirata protagonista di King of Seas all'inizio non era uno di noi farabutti, no. Non era un bucaniere, ma nientemeno che il figlio o la figlia del Re dei Mari. Eh già, non ve l'aspettavate eh? Ebbene sì, "pirata" non si nasce per forza, si può anche diventare. Come prima cosa, King of Seas vi chiede di scegliere se prendere le parti di Marylou o di Lucky, i due marmocchi del Re: ma cambia poco, la storia resta più o meno sempre la stessa. E per mille spingarde c'è un tradimento di mezzo: quegli infami, topi di corte hanno ammazzato il Re, e la colpa indovinate un po' su chi ricade? Bravi, avete un buon intuito. E allora a Marylou o a Lucky che altra scelta rimane se non quella di diventare un pirata, svelare il complotto e riprendersi il regno? Buona fortuna, ragazzi miei, ce ne saranno di ostacoli lungo la rotta. Sapete cos'è che funziona, del racconto di King of Seas? I personaggi che sguazzano per i mari: c'hanno un bel carattere, sono disegnati con un certo gusto, aye, e ti ci affezioni pure quasi subito. Però oh, non è che la trama cazzi le vele e viaggi veloce col vento fino alla fine: ci stanno momenti in cui tira i remi in barca, altri dove la prende un po' per le lunghe, ma poi sa andar giù come un bel cicchetto di rum.

    King of Seas si racconta con disegni e dialoghi, semplici e diretti, e per quelle venti ore, più o meno, che servono a capire che fine fanno i nostri avventurieri, tra i suoni delle onde e il garrito dei gabbiani, sa intrattenere senza pretese, come un'allegra canzone piratesca. E ma non bisogna scordarsi che lo stile vuole la sua parte. Un pirata cura sempre il suo aspetto, come una bella benda nera sulla faccia, un uncino che va di moda, un pappagallo sulla spalla, un dente d'oro per dar quel tocco di eleganza.

    E anche King of Seas sa come dare nell'occhio, con questo suo stile dai colori pastello, la sua visuale dall'alto, il suo tratto da cartone animato in movimento. È piacevole, bisogna ammetterlo, e quando dal tramonto si passa alla notte di tempesta, e poi all'alba luminosa, diventa un bel vedere. Non è che brilli per dettagli, né per complessità degli elementi a bordo. Però fa quello che deve fare: trasmette allegria, e un pizzichino di spensieratezza.

    Le attività tra le onde

    E mica è facile essere un pirata, comunque. Non è che ti metti un cappello in testa, c'hai un nostromo che ti segue, due squattrinati puzzolenti a fare il lavoro sporco sotto coperta, ed ecco qua: sei un filibustiere. Eh no: c'è da imparare a guidare la nave. Ve lo spiego facile facile, come fa King of Seas: la velocità della vostra prima barchetta (uno Sloop, per la precisione. Perché sì, accontentatevi: all'inizio mica volevate un galeone?) va regolata con l'apertura e la chiusura delle vele.

    Se volete andare più rapidi, bisogna cazzarle al massimo, mentre per rallentare dovete serrarle. Ma non tutte, altrimenti vi fermate di botto. Non vi preoccupate: ci sono tre icone, in alto a destra sullo schermo, che vi fanno capire ben bene a che velocità state andando. Ed è importante, perché spiegare tutte le vele rende il controllo meno agile, e non vorrete mica finire contro qualche scoglio, no? Ovviamente, manco a dirlo, dovete tenere d'occhio la bussola e la direzione del vento per orzare la prua, considerare i nodi di velocità e regolarvi di conseguenza. Il mare e il vento sono i vostri soli padroni, vanno rispettati. Non vi intimorite: è più intuitivo a farsi che a dirsi. Arrr, fatto sta che queste sono le basi. Da qui in avanti, poi, ci sta tutta una trafila di compiti che spetta a un filibustiere degno dell'eredità di Barbanera. Si comincia dal primo scopo di un pirata: conquistare un bel bottino. Come, vi chiederete? Ci sono alcuni modi: commerciare un po' di robaccia di contrabbando da un porto all'altro, fare affari con i mercanti, vendere alcune parti di imbarcazione che abbiamo trovato a galleggiare tra i flutti, oppure - la mia preferita - affondare le altre navi, a qualunque fazione appartengano. Ecco, King of Seas va avanti così, tra una consegna e una battaglia: giunti a un luogo sicuro, potrete attraccare e far due chiacchiere col carpentiere per riparare la nave o far man bassa di robetta nuova come scafi, polene o cannoni per rendere più potente il vostro gioiello a vela.

    Oltre al carpentiere ci sta pure il mercante da cui comprare o vendere kit per le riparazioni e altre cosette da commerciare; e non manca nemmeno la taverna, dove arruolare qualche bucaniere per rinforzare la ciurma o accettare incarichi secondari. È così che si fanno i soldi, ed è così che si fa esperienza per salire di livello e sbloccare qualche abilità utile, come l'aumento della velocità di navigazione e del danno delle armi, e tanti altri dettagli che non sto manco a dirvi tutti (perché sennò poi uno si addormenta), ma che - fidatevi - vi faciliteranno la vita tra le onde.

    Ci sta un problemino, però: le missioni secondarie sono tutte troppo, troppo uguali. È vero che non si può pretendere molta varietà se si resta sempre a bordo di una nave, però almeno la scrittura delle storie opzionali poteva essere un po' più ricercata. E invece niente: affonda le navi su commissione, porta della legna, vai dal cartografo indebitato, e ancora e ancora e ancora. Ci sta che a un tratto decidi di calare l'ancora, fare uno sbadiglio, fermarti un po', e poi riprendere a navigare. Arrivati a un certo punto, si può pure gestire il covo, spendendo dobloni per rimpolpare la potenza della ciurma e del vostro forte (sì, ci sono i forti da conquistare, ma non è un'impresa molto facile). Un'attività, nemmeno tanto opzionale, che ha il suo perché, senza chissà quale profondità. E quindi, per farla breve: King of Seas è gustoso a piccole dosi, ma si scopre anche limitato e tendenzialmente abbastanza ripetitivo.

    Battaglie navali

    Qual è la parte migliore di King of Seas, vi chiedete? Ovvio: riempire di cannonate le altre navi in quelle battaglie che - mi ingoi il mare se mento! - sanno essere belle complicate. Perché uno pensa: "e che sarà mai? Si spara e si affonda!" - E invece - puah! - col cavolo che è così.

    C'è da star attenti a tanti elementi: tre tipi di proiettili indirizzati allo scafo, alla ciurma e alle vele (per indebolire nello specifico le singole parti della nave avversaria e impedirne determinate azioni); poi resistenze di vario tipo come ai riti magici e a tante altre diavolerie che uno ci perde il senno solo a spiegarle. E mica tutte le imbarcazioni nemiche si eliminano per forza allo stesso modo, anzi, bisogna capire un attimo chi si ha di fronte, e modificare l'equipaggiamento a seconda delle circostanze.

    Poi si deve sparare coi cannoni di destra o sinistra, ma dipende anche dall'orientamento della nave, dalla posizione della poppa e della prua, e quindi durante i bordeggi (le navigate a zig zag, se non lo sapete) e nelle virate estreme, c'è da starsi attenti a dove indirizzare il fuoco. E non vanno scordate manco le abilità speciali, quelle mistiche in stile vodoo - Corpo di Mille Balene, che follia! - che si ricaricano col tempo e possono far un bel po' di danni. Le battaglie contro una singola nave nemica prendono le forme di un balletto tra le onde: ci si muove uno intorno all'altro, accelerando e decelerando per schivare e attaccare, si spera che l'avversario finisca contro qualche barile esplosivo durante l'inseguimento, o che un tentacolo di Kraken, per concessione della buona sorte, lo becchi all'improvviso (e non becchi noi...) e ci dimezzi il lavoro. Poi ci stanno i galeoni più duri da affondare, i pirati leggendari da cacciare, e persino le navi fantasma veramente toste da rispedire negli abissi. Per aver la meglio ci vuole consapevolezza degli strumenti in dotazione, si deve cambiare equipaggiamento (con statistiche variabili in attacco, difesa e magia), e poi pure comprare altri mezzi a vela, perché con un Flute mica ci combatti bene, e anzi ti serve un galeone di quelli solidi. Ma pure Brigantini e Fregate sono necessari eh, dipende da che dovete fare: quindi tenete in conto che vi tocca spendere un bel po' di soldoni per campare a lungo in King of Seas.

    Se si viene accerchiati da tante navi, iniziano le mazzate: là il sistema di combattimento mostra qualche lacuna, e i limiti di un tatticismo non proprio esaltante. Se capite quali armi usare, e quali mezzi sono adatti alle situazioni, ve la caverete, altrimenti basta poco e - Pluff- giù tra le braccia di Davy Jones. Sapete come si dice, vero? "Davy Jones's locker" - lo scrigno di Davy Jones: un modo delicato per chiamare il fondo del mare. Anche in questo caso, però, tutto sta alla moderazione: la ridondanza sale a galla con frequenza variabile, tale e quale alle zampate del Kraken, e vale la pena approcciare anche gli arrembaggi, come l'esplorazione, con qualche pausa lungo le traversate.

    Ah, quasi mi passava da questo cervello ammuffito che ho: il mare non è sempre uguale. La mappa è infatti generata in maniera casuale all'inizio di ogni nuova partita. Cambia tanto? No, alla fin fine i luoghi da visitare restano gli stessi. Ma le rotte sì, quelle sono inesplorate.

    King of Seas King of SeasVersione Analizzata PlayStation 4 ProE questo è tutto, figli del mare. King of Seas intrattiene a sufficienza, e sa anche rilassare un po’, come una bella bevuta. Ha i suoi limiti, non possiede enormi ambizioni, e qua e là fa emergere idee niente male, soprattutto in combattimento. E, per il corpo di mille balene, funziona. È assai ripetitivo, ma funziona. Non esalta, ma funziona. Se assunto a piccoli sorsi, scende giù che è un piacere. E allora cazzate le vele: possa Davy Jones non abbracciarvi mai. Che dite? Va dato un voto? Aye. Un bel 7, va. Come i mari.

    7

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