L.A. Noire The VR Case Files Recensione: a caccia di indizi in realtà virtuale

Con L.A. Noire The VR Case Files i possessori di un visore HTC Vive possono immergersi nella Los Angeles anni '40 come mai prima d'ora.

recensione L.A. Noire The VR Case Files Recensione: a caccia di indizi in realtà virtuale
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Disponibile per
  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Con L.A. Noire Rockstar non ha solamente riproposto sul mercato uno dei suoi titoli più belli e controversi, ma ha pianificato un vero e proprio rilancio in grande stile: la versione HD dedicata a PlayStation 4 e Xbox One ha quindi fatto da apripista all'adattamento per Switch, ed ora giunge anche The VR Case Files a completare un'offerta che copre la maggior parte delle piattaforme presenti attualmente sul mercato.
    Esclusivo per HTC Vive, The VR Case Files ci permette di affrontare sette tra i casi più interessanti presenti nel gioco originale, opportunamente riadattati per la realtà virtuale, e in grado dunque di offrire un livello di coinvolgimento mai provato prima d'ora.

    Sulle strade di Los Angeles

    L'impatto iniziale con The VR Case Files ci lascia a bocca aperta: alla comparsa del logo del gioco, un breve fade ci porta in un vicolo buio e sporco, attraversato da un canale di scolo che ospita un piccolo corso d'acqua, in pieno stile noir.
    Basta guardarsi intorno per notare che stiamo già indossando i panni di Cole Phelps, agente dell'LAPD: nella parte alta della nostra visuale sporge quindi la visiera del berretto, mentre le mani, perfettamente modellate e animate, si protendono fuori dalla camicia e dalla giacca, con il distintivo attaccato al bavero.
    Sul muro di sinistra è mimetizzato il menu che ci permette di iniziare l'avventura, non prima però di essere passati dal nostro ufficio al comando di polizia. L'ambiente circostante assume sfumature quasi malinconiche, in bianco e nero, dandoci inoltre l'opportunità di prendere confidenza con uno dei sistemi di controllo più particolari provati in VR, soprattutto in termini di locomotion.
    Il tutorial ci spinge pertanto ad interagire con lo scenario, raccogliendo gli oggetti presenti sulla scrivania ed offrendoci anche la possibilità di impugnare il tipico revolver in voga in quegli anni, chiaro segno di come le sparatorie siano presenti anche nella versione VR di L.A. Noire.
    È però il primo caso a permetterci di entrare davvero nel cuore dell'azione, portandoci sul luogo di un omicidio: appena arrivati i detective sulla scena ci trattano con sufficienza e lasciano ai novellini l'onere di cercare l'arma del delitto, non presente vicino al corpo della vittima, ormai rimosso e portato all'obitorio.
    Afferrata una torcia iniziamo ad esaminare la zona industriale nella quale ci troviamo, alla ricerca della pistola che molto probabilmente l'assassino ha abbandonato per darsi alla fuga.
    L'incipit del caso assomiglia molto a quello presente nel gioco originale, ma nella versione VR è stato modificato opportunamente, ingrandendo gli spazi esplorabili in modo tale da muoverci più agevolmente.
    Proprio il sistema di movimento è l'elemento che, all'interno del titolo, fa davvero la differenza, in quanto è possibile attraversare gli ambienti sia con un metodo simile alle avventure grafiche più classiche sia "camminando" attraverso uno stratagemma interattivo abbastanza peculiare.

    Nel primo caso basta puntare lo sguardo verso un elemento sensibile dello scenario e, alla pressione di un pulsante, un'animazione di raccordo mostrerà il nostro corpo intento a spostarsi fino a raggiungere la sua destinazione, riportandoci nella visuale in soggettiva dopo una breve transizione.
    Nel caso si voglia esplorare in maniera più libera è sufficiente invece muovere le mani lungo i fianchi, some se si stesse camminando: a quel punto il nostro personaggio inizierà ad orientarsi nella direzione in cui stiamo guardando, con una velocità direttamente proporzionale al ritmo con cui facciamo oscillare le braccia.
    Si tratta di un metodo curioso ma estremamente funzionale, che ha il pregio di aumentare fortemente il senso di presenza, minimizzando il rischio dell'insorgenza di fenomeni di motion sickness.
    Indagine sul campo a parte, molti altri elementi di L.A. Noire sono stati adattati in maniera geniale per la Realtà Virtuale e la guida ne rappresenta un esempio lampante: una volta saliti in macchina, spalancando lo sportello dopo averne afferratola maniglia in maniera molto naturale, ci troveremo seduti nell'abitacolo, con in mano la nostra fida agenda e una matita. Muovendo la punta sul nome del luogo da raggiungere potremo impostare la destinazione sulla mappa, girando poi fisicamente la chiave di avviamento per far rombare il motore.

    Infine potremo chiudere le mani afferrando il volante, e poi partire a tutto gas tramite la pressione del grilletto analogico del controller destro.
    La rotazione del manubrio con le mani risulta incredibilmente intuitiva: ci è persino concesso di premere un pulsante e attivare la sirena, in particolare se è in corso un'emergenza, oppure tirare il freno a mano, presente sotto forma di una leva a lato del cruscotto, così da prendere una curva a tutta velocità.
    Grazie a questo nuovo modello di guida, talmente stravolto da essere diventato una parte importante nell'economia di gioco di The VR Case Files, attraversare la città prende tutto un altro gusto: frenare in prossimità di un incrocio trafficato mentre il semaforo diventa rosso, imboccare una strada schivando un tram in arrivo sui binari, arrampicarsi sulla china di uno dei ponti che attraversano i corsi d'acqua cittadini diventano momenti altamente spettacolari, in totale controtendenza rispetto alla noia provata nelle sessioni di guida presenti nell'opera originale.
    Anche le scazzottate assumono un tono incredibilmente coinvolgente ed è possibile attaccare il proprio avversario senza la limitazioni imposte dall'uso di un controller tradizionale: non esistono diretti, montanti o altri tipi di attacchi codificati, e potremo pertanto muovere a piacimento le nostre mani nello spazio, mirando al volto o al torso, oppure unendo le braccia per parare un affondo prima che ci colpisca. La posizione delle mani viene tracciata in modo sempre perfetto: in alternativa ad un classico pugno, insomma, potremo schiaffeggiare il criminale di turno, con le animazioni facciali che cambieranno in base alla forza del nostro attacco e al punto di impatto.
    Proprio le animazioni sono un elemento cardine di L.A. Noire e The VR Case Files le ripropone in tutto il loro realismo: grazie alla Realtà Virtuale osservare il nostro capitano che ci sprona ad ottenere una confessione è, in sostanza, un'esperienza ancora più coinvolgente.
    La fisicità dei personaggi dona infatti ad ogni scena un taglio cinematografico ancor più riuscito, sebbene la risoluzione dei visori attuali sia alquanto imperfetta. È quindi la recitazione a rendere ancora così magnetico il gameplay di L.A. Noire, grazie alla necessità di dover studiare attentamente ogni smorfia espressiva dei nostri interlocutori, per capire se stanno mentendo ed incastrare così i giusti colpevoli.

    Rimane ovviamente il limite imposto dalla mancanza di localizzazione per quanto riguarda il doppiaggio, elemento che in VR può pesare ancor di più nel caso non si comprenda appieno la lingua inglese parlata: i sottotitoli, del resto, sono di difficile lettura, comparendo oltretutto su una sovrimpressione che infastidisce lo sguardo, poiché finisce spesso per sovrapportsi ad elementi dello scenario ed ai personaggi nello spazio tridimensionale.
    Si tratta comunque di un difetto minore: il grande senso di coinvolgimento offerto da The VR Case Files lo rende infatti, a prescindere dalle piccole problematiche, uno dei migliori contenuti davvero "tripla A" per la realtà virtuale attualmente sul mercato.

    L.A. Noire L.A. NoireVersione Analizzata PCLa versione VR di L.A. Noire è stupefacente ed introduce alcune novità che probabilmente verranno riprese in futuro da altre produzioni per Realtà Virtuale. I casi, seppure in numero limitato, sono stati adattati con grande attenzione, rivedendo tutti gli aspetti cardine dell'opera per renderli più immersivi: Rockstar ha quindi investito pienamente sui punti di forza di tale tecnologia, con risultati decisamente ottimi. Rimangono soltanto due limiti che potrebbero ridurre le possibilità di immergersi nella Los Angeles degli anni ‘40: da una parte le richieste hardware per godere della fluidità necessaria a non compromettere l’esperienza sono abbastanza elevate (tra le specifiche raccomandate spiccano un Intel Core i7-6700K, 16 GB di RAM, GeForce GTX 1080 8 GB) e dall'altra la gestione dei sottotitoli è tutt'altro che ottimale. Tuttavia, se persino un’attività potenzialmente noiosa come la raccolta dei distintivi nascosti negli scenari riesce a diventare appassionante, significa che The VR Case Files rappresenta davvero un’operazione completamente riuscita.

    CONFIGURAZIONE PC DI PROVA

    • CPU: i5 6600K
    • RAM: 16 GB
    • GPU: Nvidia GTX 1080
    8.6

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