Lost Ember Recensione: la lupa e la scintilla

Lost Ember è una storia di perdono, redenzione e speranza, realizzata da un piccolo team indipendente chiamato a conquistare la platea del mondo console.

recensione Lost Ember Recensione: la lupa e la scintilla
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Ognuno di noi, nella propria vita, ha commesso degli sbagli: alcuni risuonano nella testa in quelle serate in cui il sonno sembra essere una chimera lontana, altri bruciano invece dentro le ferite che ogni persona si porta dentro. C'è chi impara a convivere con i propri errori, oppure c'è chi tenta di porvi rimedio, in cerca di perdono. Ecco, Lost Ember è una storia sul perdono elargito quando ormai sembra troppo tardi, sulla redenzione dei peccati commessi in vita, in un viaggio attraverso la natura che, indomita, sopravvive alla presenza dell'uomo. Si tratta dell'opera prima dei ragazzi di Mooneye Studios, realizzata grazie a una campagna Kickstarter di successo. Dopo l'esordio su Steam, questa avventura giunge anche sui lidi delle console: il team tedesco sarà riuscito a trasportare la sua creatura anche su PlayStation 4 nel migliore dei modi? Scopriamolo insieme.

    Nella memoria e nel cuore

    Secondo la tradizione della popolazione Yanren, quando una persona amata passa a miglior vita è doveroso realizzare un funerale secondo la religione della tribù: il corpo del deceduto viene quindi adagiato su una imbarcazione, e affidato ai flutti con indosso un amuleto sul quale è inciso il suo nome. La salma galleggiante viene quindi incendiata, mentre la corrente la trascina lentamente verso il suo luogo di riposo eterno; le fiamme che consumano le carni liberano pertanto l'anima che, ormai priva della sua prigione terrena, può dirigersi verso la Città di Luce, dove riposerà in pace per l'eternità.

    Questo luogo mistico spetta tuttavia solo ai meritevoli, ovvero a chi, nella sua vita, ha camminato lungo il sentiero della virtù. Al contrario, chi si è macchiato di peccato rischia di non raggiungere mai la serenità sempiterna, con la propria essenza ridotta a una Lost Ember, una brace smarrita incapace di arrivare alle porte della cittadella risplendente.

    La nostra storia riguarda Kalani, una giovane donna Yanren che ha vissuto come una criminale: tra imboscate alle guardie cittadine e furti, l'esistenza della ragazza si è intorpidita più volte, e la sua essenza, indegna della Città di Luce, è trasmigrata nel corpo di un agile lupo. Nella sua nuova forma Kalani incontra un'anima fluttuante che, stranamente, si è persa nel suo cammino verso l'aldilà, e insieme intraprenderanno un viaggio di redenzione e speranza.

    Risulta complicato descrivere un'esperienza come quella di Lost Ember: al pari di produzioni come Journey, infatti, il gioco di Mooneye riduce all'osso la componente ludica per mettere in risalto il cammino compiuto dai protagonisti. Di base, l'obiettivo del duo è quello di ripercorrere le memorie di Kalani, rappresentate come fiamme purpuree da scovare, in modo da rievocare i momenti salienti della sua vita: perché si è data al brigantaggio, oppure quando ha ceduto per la prima volta alla violenza. Rispetto al viaggio silenzioso messo in scena da Thatgamecompany, Lost Ember è però ben più palese nella sua narrazione che, frammento dopo frammento, forma un intreccio chiaro.

    Nelle tre ore necessarie a completare la campagna si anticipano facilmente i colpi di scena della trama, che non risulta scontata, ma manca in parte il suo obiettivo: suscitare emozione. A farla da padrone è il solo comparto sonoro (realizzato dal director Craig Conner), che vive di musiche suggestive, capaci di incantare dall'inizio alla fine tra il dolce arpeggio di un pianoforte e le evocative note di un flauto di pan, esotico come i luoghi lungo cui si svolge il viaggio.

    Zampe, ali, zanne e piume

    Se c'è un aspetto preponderante in Lost Ember è senza ombra di dubbio la natura, elemento incontrastato che domina le ambientazioni. Il titolo, sin da subito, mette nelle mani dell'utente una meccanica fondamentale per affrontare il cammino: la capacità di Kalani di trasmigrare la sua anima in qualsiasi animale incontri. La forma principale è quella della Lupa, ma è possibile impersonare piccoli wombat capaci di insinuarsi in stretti cunicoli, pesci in grado di risalire le correnti acquatiche e persino agili colibrì per spiccare il volo. La ricerca dei ricordi alterna quindi momenti più lineari e altri in cui sfruttare al massimo le doti delle varie creature.

    Seppur interessante e realizzata discretamente bene, questa routine mostra il fianco con alcune ruvidità, frutto di certo dei pochi mezzi a disposizione di Mooneye: il primo, e più palese, è la gestione della telecamera che, specialmente negli spazi più angusti, tende a posizionarsi in modi chiaramente non previsti dal team di sviluppo. Capita quindi di rischiare di "rompere" il gioco, visualizzando aree sottostanti alla mappa e al terreno, con un effetto finale davvero poco piacevole.

    Proseguendo, nonostante l'elemento ludico sia minimo (filosofia che possiamo accettare, a fronte di una narrativa ben marcata), per aggiungere varietà al cammino sono presenti delle sezioni più movimentate: ad esempio, una fase"platform" al comando di un'agile capra di montagna, oppure delle discese lungo pendii allagati nelle squame di un pesce.

    All'atto pratico questi momenti appaiono purtroppo raffazzonati, saturi di bug e animazioni grossolane, che distruggono il senso di immersione. Funzionano meglio, in tal senso, alcuni QTE legati ai pericoli ambientali - come il forte vento che mette a repentaglio il volo di un colibrì - ma si tratta di una tecnica largamente utilizzata da anni, ormai caratterizzata da un impatto scenico e ludico piuttosto inconsistente.
    Lost Ember, pertanto, non mette alcuna sfida sul piatto, sebbene valga la pena ripetere che, in una produzione di questo tipo, le peculiarità da ricercare sono altre: per esempio il comparto artistico, in questi casi, dovrebbe essere privo di difetti, ma nel titolo i risultati sono altalenanti. Si passa da pianure verdeggianti talmente piatte da confondere durante l'esplorazione, a setting desertici o innevati che, seppur suggestivi, sopraggiungono un po' troppo tardi. A salvarsi sono i passaggi negli imponenti palazzi costruiti dagli Yanren, capaci di regalare scorci sublimi. Peccato che l'ottimizzazione della versione PS4 da noi testata sia claudicante in molti frangenti, tra un frame rate che cala vistosamente e un livello di dettaglio dei modelli molto scarno.

    Sarebbe ingiusto, tuttavia, attaccare un piccolo team indipendente su questo aspetto, sebbene i difetti del titolo siano evidenti anche in termini di world design. I grandi spazi aperti di Lost Ember risultano ad esempio così vuoti che gli sviluppatori hanno inserito un quantitativo esorbitante di collezionabili, nel tentativo di riempire il loro mondo.

    Se escludiamo i settanta e più manufatti legati ai costumi della tribù Yanren, che aggiungono spessore alla lore, scovare questi oggetti non incentiva in alcun modo l'esplorazione (senza contare diverse centinaia di funghi totalmente prive di mordente). La struttura del mondo di gioco, poi, appare a tratti confusionaria, piena di strade senza uscita che finiscono per inficiare il focus narrativo dell'opera.

    Lost Ember Lost EmberVersione Analizzata PlayStation 4Lost Ember è un titolo che guarda a produzioni come Journey, e punta tutto sul suscitare una reazione nel cuore di chi gioca. La ricerca del perdono di Kalani riesce a regalare momenti ispirati, complice una colonna sonora finemente curata. Nonostante la buona intuizione della meccanica principale, che dona la possibilità di comandare qualsiasi animale nei dintorni in un rapporto con la natura sempre più stretto, la scintilla artistica di Mooneye si accende solo ad intermittenza. Per l’essenza stessa dell’opera, per il suo scopo, si può chiudere un occhio su un’ottimizzazione scadente e poco rifinita, ma tra lupi, talpe e pappagalli, ai ragazzi berlinesi sarebbe servito un coraggio da leone. In parole povere, la voglia di osare, di perseguire il cammino verso l’unicità. Gli elementi di base c’erano tutti, ma l’obiettivo è raggiunto solo a metà.

    6.3

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