Maneater Recensione: un simulatore di squalo privo di mordente

Maneater è un gioco che ha generato un discreto interesse ma purtroppo non si è dimostrato in grado di reggere il peso delle aspettative.

Maneater
Recensione: PC
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Non avevamo certo aspettative stellari riguardo a Maneater, l'improbabile "simulatore di squalo" che il team di sviluppo ha ribattezzato - con uno spericolato equilibrismo linguistico - ShaR(k)PG. Speravamo però che in questo periodo di moderata indolenza il titolo di TripWire potesse proporci almeno una cosa: un po' di trash videoludico di qualità, proveniente da quel filone di prodotti sopra le righe che accoglie, tra gli altri, Untitled Goose Game e I Am Bread. Senza aspettarci una nuova eccellenza del nonsense interattivo, pensavamo di poter mettere le mani su un gioco in grado di strapparci qualche risata, catturarci in un vortice ruolistico squisitamente ittico (con pinne e denti al posto di fucili e armature), e farci riscoprire l'atavica soddisfazione di "interpretare" un predatore feroce, brutale, spietato.

    Purtroppo ci siamo trovati di fronte ad un gioco sostanzialmente disastroso, incapace di restare a galla e sommerso da una marea di difetti. Non è soltanto il sistema di controllo bizzoso e ingestibile, o l'incredibile povertà di contenuti, che fa sprofondare Maneater nel gorgo dei titoli da evitare: a trascinarlo in acque insalubri è più che altro la ripetitività desolante della progressione, la totale assenza di stimoli e di varietà, e in generale un avanzamento monocorde e spento. Insomma: una noia abissale.

    In fondo al mar

    Gli eventi che introducono l'eccentrico racconto di Maneater sono piuttosto indicativi di quale sia il tono generale della narrazione. Nei panni di un enorme squalo bianco ci aggiriamo tra le blande correnti del golfo, ingurgitando senza pensieri la fauna marina; almeno finché non veniamo catturati dal temibile Pete lo Squamato, un energico pescatore che ci appende come un trofeo, lacera impunemente le nostre carni ed estrae dal nostro ventre un piccolo cucciolo di pescecane.

    Il primo "colpo di scena" è che da quel momento in avanti prenderemo proprio il controllo del giovane nascituro, che per divincolarsi dalla presa di Pete deciderà fra le altre cose di strappargli una mano. Sarà proprio quel tenero bocconcino il primo pezzo di carne che il nostro squaletto metterà sotto i denti, innescando una rivalità fra pesce e uomo che avrà modo di sfogarsi durante la campagna principale.
    Non aspettatevi però una sceneggiatura troppo elaborata, giacché il racconto procederà attraverso scene d'intermezzo estremamente frettolose, troppo brevi per riuscire ad esaltare i temi, l'ironia e le situazioni della vicenda. Maneater avrebbe potuto aspirare ad essere uno strano documentario dell'assurdo, grazie al suo tono da National Gegraphic e all'umorismo greve e amaro; oppure avrebbe potuto recuperare le sensazioni della caccia così magistralmente raccontate da Spielberg nel grande capolavoro del 1975. O ancora avrebbe potuto abbracciare il trash alla Sharknado. E invece non riesce a fare nulla di tutto ciò, perché non dà spazio alle sue velleità narrative, assemblando una storia potenzialmente divertente ma sfruttata in maniera pessima.

    Poco male, direte voi: non è certo per la trama che ci si immerge nelle acque torbide di Maneater, bensì per un gameplay all'insegna della carneficina insensata. Purtroppo, è proprio quando si prende il controllo dello squalo che cominciano i veri problemi.

    Nelle pinne dello squalo

    Basta muovere i primi passi - o meglio: le prime pinnate - negli acquitrini del bayou, per rendersi conto di quanto scomodo e inefficace sia il sistema di controllo di Maneater. Si può navigare liberamente sotto la superficie, muovendosi però senza nessuna sensazione di fisicità in un liquido che risulta etereo e impalpabile: come se stessimo controllando non tanto una bestia poderosa, ma un automa dotato di propulsori per il turbo. Avvicinandosi al pelo dell'acqua e lasciando emergere la minacciosa pinna dorsale possiamo ottenere un bonus alla velocità, eseguendo nel frattempo salti e improbabili capriole.

    L'incapacità di trasmettere con efficacia la potenza muscolare del pescecane non è l'aspetto più desolante di Maneater, a cui si può perdonare il rifiuto della simulazione, dovuto tra l'altro alla necessità di confrontarsi con statistiche e potenziamenti che arrivano dal mondo dei Giochi di Ruolo. Imperdonabile è invece la gestione degli attacchi di questo combat system "oceanico".

    C'è un tasto per aprire le fauci e addentare prede e avversari, e uno per infliggere uno sferzante colpo di coda, che idealmente dovrebbe servire anche per spingere lontano il nostro bersaglio. Queste due azioni vanno combinate con le schivate, che ci permettono di evitare gli assalti degli altri predatori, e con i salti, necessari quando vogliamo azzannare gli umani che se ne stanno ignari sopra la superficie dell'acqua, sulla spiaggia, sui moli o sulle barche.

    Non particolarmente intuitivo, il sistema di controllo diventa esplicitamente problematico quando si scontra con una telecamera impazzita, che non riesce mai a inquadrare l'azione a dovere. Tenere al centro dello schermo i pesci e gli umani che vogliamo mordere è un'impresa improba, anche per colpa di un sistema di targeting totalmente inaffidabile. Il risultato degli scontri marittimi è, in buona sostanza, un funambolico tentativo di direzionare correttamente l'inquadratura che si mescola con un esagitato button mashing, con l'obiettivo di acchiappare la sfuggente fauna ittica che ci capita a tiro.

    Nelle lunghe sessioni di caccia di Maneater non c'è insomma un solo momento in cui ci si senta nel pieno controllo della situazione, e l'avvertibile frustrazione non viene certo smussata dalla varietà di situazioni il gioco ci propone. La ripetitività sconfortante dell'avventura è anzi il limite più evidente della produzione, che per le dieci ore necessarie a raggiungere i titoli di coda non ti chiede altro che ingurgitare un certo quantitativo di pesci e umani, senza sosta né variazioni. E così si comincia inghiottendo una manciata di cernie, si passa poi a razziare i banchi di sgombri, le colonie di tartarughe, gli assembramenti di foche e altri pinnipedi, e di tanto in tanto anche gruppi di ignari bagnanti.

    Maneater si gioca alla stessa maniera dall'inizio alla fine, senza un vero grado di sfida, intrappolati in questo feroce spigiacchiamento dei tasti d'attacco. Anche quando, dopo aver dilaniato un certo numero di persone, veniamo braccati dai cacciatori di squali, la storia si ripete: i pescatori e gli agenti della guardia costiera, armati di fiocine e... fucili automatici, sono sicuramente più aggressivi, ma la routine non cambia. Bisogna saltare, azzannare, ripetere senza sosta, finché il nostro grado d'infamia non sale a sufficienza per attirare l'attenzione di uno dei dieci cacciatori leggendari. Che, per inciso, non hanno alcuna strategia particolare, soltanto una barca più grossa.

    Morire durante uno di questi assalti non ha nessuna conseguenza negativa, se non quella di riportarci al rifugio più vicino, dove possiamo semmai lavorare sul nostro equipaggiamento. La dieta fatta di lucci, coccodrilli e pesci variopinti ci permette infatti di accumulare minerali, proteine e grassi per potenziare abilità passive e pezzi di "equipaggiamento", qui rappresentati da denti, pinne, code e teste.

    Purtroppo neppure il sistema di progressione è del tutto soddisfacente: non solo perché i set da collezionare sono pochissimi, ma anche perché i potenziamenti non modificano in nessuna maniera il sapore dei combattimenti. Gli unici momenti minimamente soddisfacenti sono quelli in cui il nostro squalo si trasforma da adolescente ad adulto, e poi ancora guadagna lo status di pescecane anziano e finalmente di Megalodonte (a livello 30, il massimo disponibile). Assieme alle modifiche estetiche legate alla possibilità di equipaggiare escrescenze ossee o barbigli elettrici, questo è forse l'unico elemento davvero valido di Maneater.

    Per il resto, come se non bastasse l'incredibile ripetitività delle missioni principali (mangia 10 barracuda, divora 10 pesci gatto, banchetta con 10 orche, pappati 10 alligatori, rifocillati con 10 pesci spada...), di tanto in tanto l'avventura vi impone di completare le attività secondarie delle diverse aree esplorabili, tra quest opzionali identiche a quelle principali (ingurgita 10 squali martello, cibati di... vabbè, avete capito), e collezionabili da raccogliere.

    Persino l'esplorazione, salvo fatto per la presenza di "luoghi d'interesse" che innescano i commenti caustici della voce narrante, risulta poco stimolante, a causa di spazi subacquei non proprio caratterizzati. Il team ha provato a dare un po' di personalità alle varie della mappa, costruendo grotte sottomarine e reti fognarie, e poi spaziando fra zone palustri e barriere coralline, ma in fin dei conti è difficile provare lo stesso senso di meraviglia che ci pervade in un open world di stampo classico. Anche quando si emerge dall'acqua per annaspare sui moli, campi da golf, spiagge e resort marittimi, la costruzione poligonale piuttosto rudimentale, le animazioni inesistenti delle prede umane, un sistema di collisioni imbarazzante bastano ad annichilire ogni entusiasmo. Addirittura a livello tecnico, insomma, Maneater arranca: si salva soltanto il modello del temibile pescecane, ma non certo le sue animazioni terribilmente sgraziate.

    Maneater ManeaterVersione Analizzata PCCome un cacciatore subdolo e letale, Maneater si tuffa nelle turbolente profondità del mercato videoludico alla ricerca di vittime ignare. Le incuriosisce con la promessa di un'esplorazione avvincente, le attira ammiccando ad una progressione stimolante, spalanca le fauci per sottolineare l'esaltazione di una feroce esperienza predatoria. Ma attenti: se qualcuno dovesse davvero avvicinarlo, finirebbe per trovarsi in un lago di sangue. Il pescecane di Tripwire ha denti poco affilati, si muove con spasmi ingestibili e non riesce a variare né la sua dieta, né la desolante routine di una caccia noiosa e meccanica. Arenato sulla sabbia, aspetta il triste destino che tocca a tutti i pesci lasciati al sole.

    4

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